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 2019  giugno 25 Martedì calendario


«Sfigato, nero e italiano così sono diventato rapper». L’autobiografia di Kuti


In uscita"Ci rido sopra”, l’autobiografia del musicista
di Giuseppe Videtti Aveva ragione suo padre: «Ricordati che noi per avere rispetto e dignità dobbiamo impegnarci tre volte più degli italiani veri». Tommy Kuti, 30 anni, all’anagrafe Tolulope Olabode Kuti, rapper di origini nigeriane cresciuto nel quartiere Cinque Continenti di Castiglione delle Stiviere («Un posto abitato solo da immigrati, vivere lì voleva dire essere marchiati»), non gli aveva dato troppa importanza. Alle elementari, dopotutto, era un bambino come gli altri, appena più irrequieto, ma anche fortunato ad aver trovato un’insegnante che ne aveva favorito l’inserimento. Il razzismo, nelle società democratiche, è strisciante. Tommy cominciò a farsi delle domande da adolescente: «Perché gli altri limonano e io no? Forse perché sono cicciottello?». La risposta era un’altra. Perché era nero. E sebbene la prima volta che abbia pronunciato “ti amo” l’abbia fatto in italiano, è stato solo dopo un viaggio negli Stati Uniti che si è sentito uno come gli altri e ha aperto gli occhi: in fatto di integrazione siamo all’età della pietra. Lo racconta con intelligenza, ironia e una sorta di divertito distacco nel libro Ci rido sopra – Crescere con la pelle nera nell’Italia di Salvini, che esce oggi per Rizzoli. Allegro, positivo, erudito, poliglotta, laureato a Cambridge in Scienze della comunicazione, Tommy Kuti si è fatto amare dal grande pubblico grazie alla partecipazione a Pechino Express. Ha esordito con la sua crew, Mancamelanina, e dopo una collaborazione con Fabri Fibra ( Su le mani ), ha pubblicato Italiano vero, un inno per “quelli” di seconda generazione. «Pensateci, sono nero e sovrappeso, ma sono diventato “famoso” nell’Italia di Salvini, dopo vent’anni di Berlusconi», scrive, «senza avere contatti all’interno dello showbiz, senza essere un figo della madonna, senza una voce strabiliante e soprattutto… senza soldi. Facile fare il botto quando sei biondo con gli occhi azzurri e la tartaruga. Prova a chiamarti Tolulope Olabode e ad avere la tartaruga al contrario. Se riesci a diventare un personaggio tv stimato da migliaia di persone meriti un premio, no?». Non è tempo di medaglie. Kuti paga le conseguenze della politica, proprio come tutti gli altri italiani. «I nostri leader sono in perenne campagna elettorale, e la propaganda sortisce i suoi frutti; il messaggio è: cacciamo gli stranieri e diventeremo ricchi come la Germania. La musica mi ha salvato dal precariato, quello era il mio problema, non il colore della pelle», ci ha raccontato.
Ci rido sopra è un modo di raccontarsi fuori dagli schemi del rap eppure con un linguaggio schietto e diretto che ne rispetta il ritmo, come già hanno fatto in maniera brillante Amir Issaa, veterano della scena hip hop romana, con Vivo per questo (Ed. Chiarelettere) e MaRue (il trapper già conosciuto come Maruego)
con Autotune (Bompiani). «Trovo triste che a Lagos, in Nigeria, nel famoso terzo mondo, io conosca un sacco di under 30 che già hanno un’azienda e si sono comprati casa, mentre i miei amici italiani devono ancora farsi aiutare a pagare la macchina, il computer o l’affitto», scrive Kuti. Ci ride sopra? Mica tanto. «Spero che gli italiani smettano di farsi pigliare per il culo dalla classe politica». Infine, da “privilegiato”, al paese che lo ospita e a chi non si sente accolto: «Ringrazio l’Italia per avermi permesso di diventare molto di più dell’uomo che sognavo di essere… ciononostante, ecco qualche semplice regola per aiutare quelli come me a sentirsi meno discriminati».