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 2019  giugno 25 Martedì calendario


L’importanza dei classici

Cos’è oggi un classico? I romanzi di Flaubert, di Stendhal, di Jane Austen o di Dostoevskij, per citarne solo alcuni, sono ancora dei “classici” oppure sono ormai relegati nella soffitta degli oggetti desueti? Cerco di fare mente locale e parto dall’etimologia. Il termine “classico” viene dal latino “classis”, “classe": i cittadini dell’antica Roma vennero divisi da Servio Tullio in sei classi diverse a seconda del censo, e solo coloro che possedevano almeno centomila libbre di metallo erano riconosciuti “classici”. Pare d’altronde che da allora la parola abbia iniziato a significare “eccellente”, “perfetto”, “di prim’ordine”. Dalle persone agli oggetti, quindi. Come modelli cui riferirsi. Universali. Atemporali. Ma cos’è mai universale e atemporale oggi? E poi, soprattutto, che necessità ci sarebbe adesso di oggetti atemporali? Non c’è forse bisogno di strumenti che possano permetterci di orientarci in un mondo che, di universale e di atemporale, non sembra più aver molto?
Riflettendo a cosa ci sia di atemporale nei classici che continuo a leggere e rileggere, mi pare che la risposta sia evidente: c’è l’incompletezza umana e c’è la ricerca di senso; c’è il desiderio che ci spinge verso gli altri e c’è il bisogno di riconoscimento e di cura. Ma c’è qualcosa che non torna. Qualcosa che manca. Che cos’è che ci spinge davvero a leggere e rileggere un libro dieci, venti, talvolta persino cento volte?
Pare che un testo, affinché diventi un “classico”, abbia sempre bisogno di un processo di canonizzazione, ossia di un consenso culturale e istituzionale che pian piano si coaguli attorno a un’opera, legittimandola. Ci sono autori consacrati dai lettori, altri riscoperti più tardi dalla critica, altri ancora sottoposti al giudizio di chi, in funzione dell’evoluzione dei generi letterari, viene pian piano o rivalutato o spodestato dal trono su cui era stato messo. C’è persino chi si spinge più lontano, e sostiene che i classici siamo un “patrimonio a geometria variabile”, ossia un patrimonio via via definito da una tradizione letteraria di riferimento. Ma qual è la tradizione letteraria di riferimento oggi?
Penso a quanto sia importante conoscere la storia dei propri classici. Mi tornano i mente quelli letti e studiati a scuola, e ragiono a quanto l’orizzonte culturale nel quale ognuno di noi si muove sia stato, di fatto, condizionato da quelle letture imposte. Poi considero i riferimenti letterari che hanno i miei studenti, e mi rendo conto che non sono quelli che avevo io quando avevo la loro età: i francesi si nutrono di Corneille, Racine e Proust, ma spesso non hanno mai sentito nemmeno nominare Manzoni o Ariosto.
Ma allora come si fa a capire cosa sia un classico oggi? Che strumenti abbiamo? Non svanisce sempre tutto inghiottito nel flusso dei bestseller stagionali?
Forse hanno ragione coloro che sostengono che sia inutile chiedersi quale sia il futuro dei classici. E che è uno sforzo vano. Ma cosa sarei io oggi se non mi fossi persa tra le pagine di Stendhal o di Pascal? Cosa potrei mai dire o pensare di tutto quello che dico e penso senza essermi un giorno smarrita nel castello di Kafka o negli armadi vuoti di Annie Ernaux o nel pensiero magico di Joan Didion o nelle onde di Virginia Woolf?
In realtà, mai come oggi è urgente interrogarsi sul destino dei classici. Ne abbiamo bisogno per continuare a pensare. Ne sentiamo l’esigenza per imparare cosa sia la compassione e trovare il bandolo della matassa quando tutto si aggroviglia e si cerca una direzione. Dobbiamo leggerli per capire cosa fare delle umane fratture e per nominare la verità, anche quando la verità si intreccia inesorabilmente con la menzogna. Sono tanti i libri che sono riusciti a raccontare le sfumature del reale, a nominare ciò che si prova e che non si riesce a esprimere, a trovare il modo per entrarci dentro e leggerci e farci capire cose di noi stessi che fino ad allora non capivamo. Sono tanti quelli che hanno saputo farlo, tantissimi quelli che continueranno anche in futuro. Perché c’è sempre una postilla da aggiungere all’analisi dell’esistenza, e mille modi diversi di spiegare o raccontare come imparare a “tenersi su”, come trovare un giusto mezzo tra l’autonomia individuale e la necessaria dipendenza nella quale ci getta ogni relazione affettiva. Oppure a dipingere il fitto nero nel quale a volte si scivola, ci scivoliamo tutti prima o poi, inutile far finta di niente: la vita è fatta anche di binari morti e di opacità, e se non è la letteratura a raccontarlo, cos’altro potrebbe mai farcelo capire?
Un tempo, per annunciare la morte del sovrano e contemporaneamente assicurare la sua successione al trono, si utilizzava una strana espressione: «Le roi est mort, vive le roi! Il re è morto, lunga vita al re!». Nonostante l’apparente contraddizione della frase, e la sua intrinseca ambivalenza, era un modo per evitare il vuoto istituzionale e legittimare la salita al trono del successore. Mutatis mutandis, forse è proprio questo che si deve dire oggi a proposito del futuro dei classici. I classici sono morti, lunga vita ai classici. Anche semplicemente perché avremo sempre bisogno di parole capaci di esorcizzare la nostra paura di vivere, la nostra paura di non essere all’altezza delle aspettative altrui, la nostra paura di perdere, la nostra paura di morire, la nostra paura di amare o essere amati. Seguire una storia per capire cosa succederà, oppure anche per non capire bene cosa accade. E poi ridere oppure piangere oppure sbadigliare. Tanto non siamo noi a farlo, sono i personaggi che amiamo o odiamo e che, a differenza nostra, possono tutto.