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 2019  giugno 25 Martedì calendario


Biografia di Enrico Ghezzi

Enrico Ghezzi, nato a Lovere (Bergamo) il 26 giugno 1952 (67 anni). Critico cinematografico. Autore televisivo. Scrittore. Regista. «Io sono sempre stato solo un riautore, rimettendo in gioco tutto. Le cose non si fanno, ma si rifanno». «Io sono sempre per “cose (mai) viste”, però tra parentesi. La parentesi è fondamentale» • «Ho cercato di capire […] quale fosse non il primo film che avessi visto, ma il primo film di cui avevo avuto contezza, che mi ero reso conto di quello che era: un film da Stevenson, un Disney a colori, un film sull’assalto alle navi inglesi nel porto di Boston… Ah, ecco: I rivoltosi di Boston (1957). Mi ricordavo questa cosa, lo spreco delle cose buttate in acqua, che mi aveva molto colpito» (ad Alessandro Aniballi). «Chi la contagiò? "Mia madre, soprattutto. Allora vivevamo sul Lago d’Iseo, a Lovere. Mi portava al cinema ovunque. Finché, un giorno, mio fratello ebbe un’occlusione intestinale e rischiò di morire. Lei si spaventò così tanto che giurò che non sarebbe andata più al cinema se tutto fosse andato bene. Mi rimase un sentimento del cinema come premio o punizione". Suo padre, invece? "Guardava solo film western, in particolare i classici americani di John Wayne, John Ford, eccetera. Non era un esperto, ma aveva scelto bene. Diceva Wittgenstein che anche ‘un ingenuo e stupido film americano può insegnare qualcosa, nonostante tutta la sua scempiaggine e per mezzo di essa’"» (Nicola Mirenzi). «“A Lovere restai fino a sei anni. […] Poi ci trasferimmo a Bolzano e infine a Genova, dove ho fatto tutte le scuole, fino alla laurea con Romeo Crippa studioso del Seicento, un uomo molto cattolico”. Che tesi facesti? “Il titolo doveva essere “Cinema Moralia”, poi più prosaicamente venne fuori “Cinema e Moralia”. Era il tentativo di sanare il dissidio tra i francofortesi e i franco-fortini”. […] Come sono stati i tuoi anni a Genova? “Decenti, in una città bellissima segnata da una ricchezza mai esibita. La trovavo più fascinosa di San Francisco, che pure le somiglia”. Tuo padre cosa faceva? “Dirigeva uno stabilimento siderurgico”. […] I rapporti tra voi com’erano? “Mi piaceva molto quando leggeva a tavola. Spesso erano versi di poeti inglesi: Alfred Tennyson o John Donne. Avevo l’impressione che fosse affascinato da ciò che detestava. Ma con la letteratura si era costruito un mondo parallelo. Nei primi anni Settanta passai due o tre notti all’Isolotto di don Mazzi, e quando tornai a casa lo vidi agitare le chiavi di casa, come a dire: dovrei impedirti di rimetterci piede”. Tua madre? “Una donna più tollerante. Si era laureata con Momigliano e De Robertis con una tesi su Renato Serra. Non riuscì a entrare nell’alveo accademico. Ma comunque insegnò. […] Dei quattro figli, due maschi e una femmina, io, primogenito, credo fossi il suo preferito”. Non per tuo padre? “Non lo so. Lui combatteva la propria guerra privata. Quando entrò il televisore in casa, mi succedeva di rincasare e trovarlo in piedi con la mano poggiata sul tavolo del salotto. Mentre scorrevano le immagini in bianco e nero, lui bofonchiava: è insensato, insensato, ma cosa fanno! Subiva il fascino di ciò che detestava o che non capiva”» (Antonio Gnoli). «Sono stato a lungo un boyscout. Dai 14 anni sino alla fine del liceo. Feci l’ultimo campo immediatamente dopo la maturità. Furono anche gli anni in cui la furia del leggere provocò un calo impressionante della vista». In seguito la sua attenzione si volse al cinema. «Negli anni dell’università vedevo anche tre film al giorno. Un’abitudine che ho coltivato a lungo». «Per cinque, sei anni ho visto cinque film al giorno, contando anche i festival. E c’è stato un periodo in cui andare al cinema voleva dire uccidere la settimana, uccidere l’accompagnatore, l’accompagnatrice, perché poi c’era questo elemento di entusiasmo furioso ma triste e molto solitario. […] A Genova, che era una super-punta della cinefilia, quando ci vedevamo alla fine non si parlava, si usciva muti. Mi ricordo Sul fiume d’argento di Walsh, capolavorissimo: tutti uscimmo con una faccia sbattuta come se avessimo preso in pieno la porta, e nessuno che diceva nulla. Sono passati anni prima che il gruppetto di cinefili cominciasse a discutere. […] Io mi sbloccai da questo punto di vista alla fine di Au hasard Balthazar, a una proiezione al Postelegrafonico la mattina di domenica: alla fine mi alzai, sembravo un pazzo, e stringendo i pugni dicevo: “Ma è straordinario, il cinema… questo non è il cinema… il cinema”. Mi hanno portato via quasi in catalessi». Una volta conseguita la laurea in Filosofia morale, «per un anno e mezzo sono stato assistente incaricato supplente: insegnavo Cartesio e Aristotele. Poi ho lasciato l’università perché ho vinto un concorso per programmista regista a Raitre. Fu l’ultimo concorso di quelli fatti in Rai. E ricordo che feci un lungo tema su Rossellini e la televisione che non finii. Già allora avevo quel gusto, che poi conservai e che continuo a conservare, sul non finito» (ad Alain Elkann). «La cosa strana è che in quel momento io stavo malissimo. Cinque giorni prima che mi arrivasse il telegramma dove mi annunciavano dell’assunzione, avevo deciso di suicidarmi per amore. Su di una moto, lanciata lungo l’Aurelia». «Come si trovò alla Rai?  “La Rai ha un ventre molle ma vi sono molti mezzi, si possono comprare molte cose. Io riuscii e imparai ad attraversare i muri di gomma e la burocrazia. Riuscii a realizzare un ciclo di film. Nell’85 il cinema compiva novant’anni. […] Feci una due giorni di quaranta ore [intitolata Magnifica ossessione – ndr] con il consenso alquanto improbabile dell’allora direttore Giuseppe Rossini. Bisogna pensare che a quei tempi si tremava per una telefonata dal Vaticano”. E Blob? “Nasce molto più tardi, nell’89. Fu Guglielmi a darmi la possibilità di realizzare Blob. […] Guglielmi mi chiamò nell’87-’88 come responsabile del palinsesto. Voleva rilanciare la rete”» (Elkann). Antecedente a Blob era stata la prima, folle edizione di Fuori orario. «“Nell’88, dopo l’esperienza unica della Magnifica ossessione (40 ore non stop di film, trailer, lavori girati ad hoc da registi), con il ricco magazzino accumulato abbiamo fatto uno strano programma notturno, a Milano, che si chiamava Fuori orario. Era una diretta bazar di tre ore che andava in onda il sabato notte dalle 23.30 alle 3. Iosa Ghini, architetto bolidista, aveva progettato uno studio post-pop magnifico che aveva come ospiti fissi David Riondino, Tatti Sanguineti, Giulio Giorello, Elvio Fachinelli, Gianfranco Simone (che faceva la critica delle armi), Emilio Simonetti (il semisituazionista milanese che preparava ricette estreme, come quelle della cucina di corte del Re Sole con la sfoglia d’oro)… Poi, un criminologo di nera portava le notizie fresche del Corriere della Sera, Manara mandava dei disegni per fax, Harari scattava fotografie. C’era un biliardo con un esperto. Le persone parlavano a due, a tre, contemporaneamente e in diversi punti. Ogni tanto si addormentava qualcuno. Sembrava un campo di battaglia sterminato. C’era Cicciolina che posava in un set fotografico e si divertiva ad aprire e chiudere le gambe. Una sera aveva un vestito con un buco e ci fu un’inquadratura sul buco per tre secondi. Guglielmi riuscì a difendere il programma, ma perse la diretta, e dopo cinque puntate abbiamo chiuso”. Come si è arrivati all’attuale Fuori orario? “Tatti Sanguineti e io avevamo tirato fuori per il programma molte cose dagli archivi di Salsomaggiore, dalla Lab 80, da Livraghi, e ancora tantissime dalla Magnifica ossessione. A quell’accumulo si aggiungeva quello di Schegge (una specie di enciclopedia automatica del repertorio televisivo), di Vent’anni prima, la striscia di che ha dato origine a Blob, e poi i trailer, i caroselli, le notti di PubblimaniaFuori orario. Cose (mai) viste nasce da questi materiali e da queste esperienze”» (Dario Zonta). «Fuori orario […] è […] la sofisticata sintesi di una triade hegeliana nata nella vecchia Raitre di Guglielmi, secondo la quale Schegge è l’archivio permanente che costringe l’archeologia a farsi presente televisivo, Blob l’archeologia dell’immediato e Fuori orario il luogo dove tutto si mescola, dove il cinema diventa tv e viceversa. In termini personali, è anche la realizzazione di quanto Ghezzi delineò nella sua tesi di laurea (in filosofia), che si chiamava "Cinema e Moralia" e intendeva conciliare l’amore per Adorno e Benjamin e la passione per il cinema. La storia e le intenzioni di Fuori orario nascono da quell’intreccio, dapprima solo teorico, fra cinema e televisione, fra il tempo della registrazione e il tempo della diretta. […] L’attuale Fuori orario prese il via il 2 novembre 1989. Lanciando e sostenendo l’importanza del (mai) visto. Quella parentesi, Ghezzi la spiega così: "Significa vedere con inversioni continue. Perché da una parte abbiamo effettivamente trasmesso inediti e film mai usciti nelle sale. Dall’altra abbiamo avuto l’ambizione di rendere mai visto anche lo stravisto: abbiamo, cioè, repertorizzato la diretta televisiva. Per esempio: […] per il decennale della bomba alla stazione di Bologna, mandammo due ore di puri e semplici materiali Rai grezzi, non montati, e che pure restituivano il senso delle attese, l’odore della polvere. Anche un brutto servizio della tv anni Settanta acquista in questo contesto un’intensità affine al cinema underground. Investire con occhio filmico la televisione e reimmettere nel flusso della diretta il cinema: questo è stato il nostro oltraggio"» (Loredana Lipperini). Nel frattempo, il 17 aprile 1989, aveva debuttato Blob. «L’idea di arrivare a Blob da Fuori orario fu anche dello stesso Guglielmi, che mi parlò di una “cosa molto bellina sul Manifesto”, che non ricordo cosa fosse ma non era molto bellina. Era semplicemente il meglio del giorno prima, cosa che per di più facevano diversi giornali. Io mi portavo dentro la voglia di fare qualcosa come Blob da quando avevo vinto il concorso per la Rai di Genova» (a Raffaele Meale). «“Angelo Guglielmi fu da subito un grande difensore e propulsore di quanto intrapreso da questo programma. Nel tirar fuori la televisione del giorno prima e rimetterla nel quotidiano è stato ed è ancora una cosa forte nel tempo”. Blob è sempre stato legato, per sua natura, agli eventi di cronaca del momento, alcuni dei quali sono rimasti nella storia. C’è qualche evento che le è rimasto più impresso? “L’evento è la tv in sé, ma ci sono alcuni eventi particolari, come l’11 settembre. Il momento in cui cambiò tutto nella televisione italiana fu quello. […] Un altro esempio è quando ci fu la prima guerra del Golfo: lì passammo all’azione, fummo costretti a passare all’azione, perché Blob era sempre stato molto forbito, impeccabilmente montato, ma con i Clinton e i Bush fummo in qualche modo costretti a cambiare modo di fare, per rendere più evidente lo smacco del padrone politico. […] La cosa da cambiare era il senso del cartone animato permanente: non di meno, ma di più. Ci ispirò molto Twin Peaks, il testo rovesciato, un po’ diabolico”» (Lara Tomasetta). «Blob è anche, in uno strano modo, per chi vi appare una forma di pubblicità, di legittimazione. Abbiamo fatto la fortuna di Funari e di Giurato». «“Era molto […] ampia la quota di chi, invece di temere la gogna, voleva apparire a ogni costo. Telefonavano in tanti per autosegnalarsi: ‘Avete visto quella gaffe che ho fatto l’altro ieri?’. I conduttori, viziati, avevano preso a celiare in diretta: ‘Adesso finiremo su Blob’. Per qualche tempo il microcosmo televisivo covò un sottocodice che si riferiva a Blob e soltanto a Blob. Il pubblico ci proiettava addosso un’onnipotenza assoluta, ci avvertiva come un’emanazione orwelliana, pensava che controllassimo ogni singolo secondo di televisione e, quando scopriva che così non era, ci rimaneva male: ‘Ma quindi voi non vedete proprio tutto tutto?’”. Alcune persone non concessero il diritto d’immagine. “Adriano Celentano, Nanni Moretti, De Gregori, Benigni e naturalmente il Papa, più per un eccesso di realismo che per una vera e propria richiesta esplicita dal Vaticano. I confini del lecito erano necessariamente incerti”» (Malcom Pagani). «“Nessuno avrebbe scommesso, neppure io, che in Rai sarei durato più di sei mesi”. E sei lì da più di quarant’anni. “Ci sono nella perfetta consapevolezza di non esserci. O, almeno, di non essere il puro e oliato congegno di una struttura. Sono il classico granello di polvere”» (Gnoli) • «“Vorrei essere la scimmia che, nel film del 1928 The Cameraman di Edward Sedgwick e Buster Keaton, s’impadronisce della telecamera e filma tutto, compreso il carnevale cinese, diventando il boss della situazione. Noi di Blob siamo la scimmia a molte teste. Alla nascita, Blob era un tizzone ardente, dal punto di vista politico: mostrava la faccia nascosta della a-legalità di Craxi. Che, infatti, voleva chiuderci. Anche se era un nostro fedele spettatore”. Di finire nel tritacarne, spesso, è toccato a Silvio Berlusconi. “Per noi Berlusconi è il Colosseo. Un monumento, un resto decisivo dal quale attingere in continuazione. Affascinante come Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi. Negli ultimi anni c’è stata una perdita d’intensità, man mano che Berlusconi spariva. Il suo linguaggio facciale è irresistibile. Poi parla veloce, ma ha molte esitazioni. Ho montato un Blob di tre ore su di lui. Peccato se la sia presa quando abbiamo schiacciato la sua immagine, facendolo diventare una lineetta”. […] Qual è il suo Blob preferito? “Quello in cui la senatrice Marinucci, in piena campagna politica, si ferma e dice: ‘La rifacciamo?’. La conduttrice, pronta: ‘Ma, onorevole, siamo in diretta!’”. […] Un augurio per Blob? “Di continuare a far bene il suo lavoro teorico-politico, contrapposto alla vomitevole ondata delle Grandi Bellezze da Fazio, con la sua ideologia della bellezza somministrata, eugenetica. Il nostro compito storico va verso le piccole bruttezze”» (Cinzia Romani) • Sposato con la sceneggiatrice e regista Nennella Buonaiuto, tre figli: Martina, Aura e Adelchi • Celebre il vezzo di non sincronizzare immagini e parole dei suoi interventi notturni. «Diciamo che è un espediente brechtiano. Quando mi chiedono perché parlo del cinema in maniera cifrata, rispondo che il cinema è troppo semplice perché non induca alla complicazione. Hitchcock sosteneva che il cinema fosse fatto di corpi animali e invidiava coloro che facevano film di animazione» • «La politica è stata importante per lei? "Sono cresciuto, alla fine degli Sessanta, in un momento in cui si diceva che tutto era politica. Era politica la letteratura russa. I discorsi di Lenin. Erano politica anche le rassegne cinematografiche sui film di Totò. Solo che ogni discorso sul cinema è sempre terribilmente più antiquato di qualsiasi scena di Stanlio e Ollio, oppure di Charlie Chaplin, o dei fratelli Marx. Erano questi i miei riferimenti"» (Mirenzi). «Qualcuno le rimprovera un libro scritto su Massimo D’Alema con il consenso di Massimo D’Alema. “Si intitolava Parole a vista, e […] non c’è una sola pagina che rinneghi o di cui mi vergogni. Fu un’operazione coraggiosa. […] Di D’Alema ero stato sempre fiero antagonista. Aveva tre anni in più e aveva studiato nel mio stesso liceo di Genova, al Doria. Non era un personaggio da Blob, tutt’altro. Però l’altezzosità retorica e un certo sagace dispendio di intelligenza – che poi, va detto, non ha lasciato traccia – mi incuriosivano”» (Pagani). «Sei anarchico? “Non mi piace definirmi, per me hanno ragione gli altri e non smentisco mai nulla, però, se ci penso, sì, mi sono sempre comportato da anarchico (autonomo)”. […] “Non c’è una forza politica che mi appassioni, e guardo con rassegnata ammirazione alla sopravvivenza di Paesi che non sono marcati da maggioranze esplicite, di fatto non governati, che vanno avanti benissimo, come il Belgio» (Federica Tazza) • «"L’accusa dei democratici occidentali è che i Grande Fratello abbiano scritto un elogio della mediocrità, spettacolarizzando il non sapere niente e incitando al fannullismo, Eppure, in questi programmi ci troviamo di fronte all’avanguardia di un’utopia, l’utopia della liberazione dal lavoro. Come dire: ‘Grande Fratello di tutto il mondo, unitevi!’. Il non essere più occupati da un lavoro non è una maledizione: potrebbe essere una conquista". Una società fondata sullo spettacolo? "La società dello spettacolo è solo una piccola crosticina della vera natura della società in cui viviamo, che è la società della registrazione. Dalla fine dell’Ottocento a oggi, l’uomo non ha fatto altro che registrare: ha registrato i propri sogni attraverso la psicoanalisi, grazie ai raggi X ha registrato la struttura del suo corpo e di ciò che c’era dentro, ha registrato i suoni, ha registrato le immagini, in un immenso movimento teso a fermare ogni cosa"» (Mirenzi) • «Per me, che un film sia piacevole, ben fatto, rappresentativo, interessante per gli attori che vi recitano, o per la trama che si sviluppa, per le piccole o grandi notazioni sociologiche, non vuol dire quasi nulla. Sono piaceri alquanto comuni, si trovano ovunque. E allora trovo se mai fascinoso quel tanto di interesse e di senso e il viluppo automatico dei codici di quel presente che comunque si impiglia nei film e che lascerà a loro comunque, dopo mesi o anni o decenni o giorni, una certa grazia documentaria. Rarissimo e appassionante, un godimento proprio, è quando il film tocca in certi momenti quell’intensità impersonale che nel cinema è centrale». «Odio i colossal d’autore all’australiana e all’inglese: troppo soddisfacenti. E io nella vita odio la soddisfazione» • «Non capiremo mai perché Roma città aperta è sicuramente il meno bello dei film di Rossellini, cosa abbia di intenso… una combinazione di una calza sdrucita, di un urlo» • «Per Aldo Grasso, lei e Marzullo eravate i "Gemelli diversi" della tv italiana: "Così dissimili nella forma, ma così identici nella sostanza. Non si capisce mai cosa dicano". “Me lo ricordo, ma, le dico la verità, non mi sono mai arrabbiato. Non ho mai reagito. A Grasso, forse, ho spedito due laconiche righe molti anni fa”. Il critico del Corriere le addebitava anche un certo ego: "Ha un narcisismo senza inibizioni". “Ammetto la vanità. Non nego di essere molto narcisistico e vano. Un peccato capitale che dovrebbe essere riconosciuto da tutti, anche da chi si guarda allo specchio e dice che è accaduto per caso. Non c’è mai il caso. C’è il volersi vedere, che è sempre un’altra cosa”» (Pagani). «Enrico è dotato di un pensiero ellittico, trapuntato da uno sguardo miope. A volte si lascia trascinare in profondità insondabili, dalle quali riemerge con delle visioni di cinema, di televisione, di scrittura spiazzanti. L’uomo più "complicato" che io conosca» (Gnoli). «Ama i film, a condizione che siano in bianco e nero, irrimediabilmente graffiati, l’audio impercettibile, l’audience inferiore ai quattro spettatori, il costo comprensibilmente altissimo» (Pietrangelo Buttafuoco) • «Lo sguardo è il principio di ogni menzogna» • «Godard diceva che “il cinema è il cinema, la televisione è la televisione”. Io direi, invece, che “il cinema è il cinema, e la televisione non è niente”. È un’icona di una situazione che sembra in movimento e invece è ferma, bloccata in un eterno ritorno. Quando sei davanti allo schermo, vorresti toccare, sentire le persone. Invece, entri in contatto solo con la tua solitudine. E, in questa indifferenza, c’è la verità della televisione». «La tv è una grande enciclopedia in cui puoi trovare di tutto. L’alto e il basso. Lo sprofondo e il sublime. Un’arca massacrante in cui ti puoi anche divertire, a patto di essere dotato di cinismo estremo. In tv l’unico modo di essere estrosi è aiutare quelli provvisti di talento a tirarlo fuori. Altro non c’è». «La televisione è sempre politica, anche quando si occupa d’altro» • «Cinema e televisione diventano e sono repertori. L’ultimo film di Avati fra dieci giorni diventa interessante come repertorio. Ci mancherebbe che un cinema che non ha Hollywood e gli studios non funzioni come database. Il cinema diventa velocemente questo. Mentre la televisione lo è già. Poi le cose si incrociano. Ti accorgi che un pezzo di televisione ha un’intensità filmica, ma perché recupera quelle intenzioni, quelle luci, quei volti. Mentre nel cinema dovrebbe esserci sempre questa intenzione… Dovrebbe essere sempre Kubrick, il cinema. Da Kubrick in su… perché al resto provvede la televisione» • «Non pensi di aver dato troppa importanza al cinema? “Come rimproverare Casanova per aver dato troppa importanza alle donne”. […] Hai mai pensato di fare cinema e non limitarti a guardarlo? “Ho fatto cinema, ma il set perlopiù mi restituisce qualcosa di impraticabile. Ho passato la mia vita a osservare gli altri e, ora che sono malato [attualmente è costretto in sedia a rotelle – ndr], passo la mia vita a essere osservato”. Ti pesa questa nuova condizione? “Mi pesa che gli altri pensino che mi pesi. Non è una situazione-limite: è solo il cambio di un registro. Come nel cinema, anche nella vita la trama è la parte meno rilevante”» (Gnoli).