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 2019  maggio 15 Mercoledì calendario

Biografia di Fiorello

Fiorello (Rosario Tindaro Fiorello), nato a Catania il 16 maggio 1960 (59 anni). Intrattenitore radiofonico, teatrale e televisivo. Comico. Cantante. Conduttore. «Il più bravo di tutti» (Aldo Grasso). «Quando eravamo piccoli, papà guardava Beppe e diceva: “Questo è un attore”. Poi guardava me: “Questo invece è un cretino”. In fondo, ci ha azzeccato su tutti e due». «Giullare. Sono un giullare. Né un Peter Pan né altro. Non faccio guerre, voglio divertire». «Io non so cantare, ma canto. Non so ballare, ma ballo. Non sono un imitatore, ma imito. Non sono un attore, ma atto: e come atto io…» • «Tutto cominciò quando avevo sei anni. […] Augusta, recita scolastica, prima elementare. Ci fanno fare l’Odissea. Io sono Ulisse: combatto, fuggo, remo, e infine bacio Penelope. Tutto dietro a delle lenzuola bianche, come ombre cinesi. E, quando la recita finisce, bum, viene giù il lenzuolo, si accendono le luci, e io vedo per la prima volta il pubblico. Parte l’applauso. Sento un calore, un’esplosione: vedo la gente illuminata da un grande flash. Mi acceca. Mi piace. […] Da allora voglio stare sul palco, seguire il respiro del pubblico, riprovare quel piacere» (a Pino Corrias) • Cresciuto ad Augusta (Siracusa), «80 chilometri a sud di Tunisi, piena zeppa di militari della Marina», nacque però a Catania, «“per ragioni ospedaliere: mamma Rosaria, brava ragazza di Giardini Naxos, ha avuto qualche difficoltà a farmi nascere, e io qualche seria difficoltà a saltar fuori. Un cesareo da 64 punti, tanto che mia madre, dopo quello strazio, sospirò: ‘Sia chiaro: dopo Rosario, nessuno’”. E gli fece mettere nel secondo nome il richiamo alla Madonna del Tindari, la Madonna nera a cui era devota. Si sa che fine fanno le promesse. Mamma Rosaria ebbe altri tre figli: Anna, nel ’61, Catena detta Cati (l’eccentrico nome viene da una nonna), nel ’66, e Giuseppe detto sciaguratamente a suo tempo Fiorellino, e ora Beppe, nel ’69. Forse non riusciva a resistere al fascino di papà Nicola, appuntato radiotelegrafista nella Guardia di finanza, “che era nato a Letojanni, assomigliava a Clark Gable, e morì all’improvviso nel 1990”» (Edmondo Berselli). «Noi bambini entravamo di nascosto nella base della Nato, c’era un buco nella rete, eravamo affascinati dai militari americani, facevano un gioco stranissimo, che era poi il baseball, e bevevano lattine di Coca Cola, mentre da noi allora in scatola c’erano solo i pomodori. Una volta riuscimmo a rubare una mazza, un guantone, una palla, senza farci scoprire. Ma il divertimento preferito era farci risucchiare dal mulinello degli elicotteri a due pale. Uscivamo dai cespugli, saltavamo e volavamo in aria, anche per due metri, eravamo leggerissimi. Erano gli anni dei sogni e delle cambiali. Vivevamo di cambiali: rivedo mio padre che firma interi fascicoli, seduto al tavolo della nostra casa in affitto… che poi è il motivo per cui mi angosciano i debiti. Papà che guida la vecchissima Ford Taunus usata e rimessa a posto con le sue mani e mi porta nella sua piccola sala radio, io che resto solo, spingo il tasto rosso e comincio a cantare… avrò avuto nove anni, subito una vociona risponde: bambino che canta sulla banda quattro, che succede? E lo rivedo la sera, quando papà chiudeva i collegamenti con il suo Alt, in codice: Alfa-Lima-Tango». «“Ero un bambino timidissimo. Alle medie ho cominciato ad alzare la cresta, al liceo sono esploso. Facevo casino, ma non ero un ribelle”. Che liceo ha frequentato, dove? “Ad Augusta, liceo scientifico Andrea Saluta. E già lì, su ’sto nome… Saluta questo, saluta quello…”» (Alessandra Comazzi). «“Da giovanissimo avevo una carriera nel calcio”, scherza. Fino ai 15 anni ha giocato ala destra nella Megarese, la squadra di Megara Hyblaea. […] “L’unico mio titolo di studio è il battesimo. Studiare, ma si poteva? Augusta è un’isola, eravamo circondati dal sole e dal mare, fin da bambini si stava sempre fuori, a giocare a ’chiappeddi’, le pietre al posto delle bocce, in palio le figurine Panini”. […] “Volevo davvero fare il calciatore. Ma gli anni del liceo erano gli anni delle prime radio libere: Radio Marte, Radiorama, Augusta Centrale. Era il tempo della Febbre del sabato sera”. Tutti travolti da John Travolta? “Roba da poco, gare di disc jockey ai balli studenteschi. Ma uscivamo da un grandissimo provincialismo, quando andare al cinema a Catania era un’impresa eroica”. L’esordio avviene come dj al Gran ballo della ragioneria, ma il primo spettacolino vero è al bar, imitando Tutto il calcio minuto per minuto con le voci di Ciotti, Ameri e Bortoluzzi. Poi, corrente l’anno ’76, si fa vivo il destino. A Brucoli, sei chilometri da Augusta, tirano su un villaggio Valtur. Molti ci vanno a lavorare. E ne escono la sera con gli occhi schizzati: “Voi non potete immaginare! Sono tutti milanesi! E si vestono con certe stoffe… Nessuno aveva mai visto un pareo. Anzi, prima di andare militare, nella Caserma Milano a Bari, Car e Car avanzato, non ero mai uscito dalla Sicilia: Milano era un altro pianeta, e i milanesi marziani”. A quei tempi i ragazzi li mandavano a lavorare, d’estate: “Andavo a vendere la lattuga con l’Apecar, facevo il banditore: donne, lattuga fresca! Cinquecento lire al giorno”. Solo che il Valtur era un paradiso off limits. Impossibile entrare, anche il ristorante era un miraggio. “Allora una sera tagliamo la rete metallica, entriamo vestiti da turisti, e ci appare davanti la meraviglia: i suoni, la festa, belle donne, ricchezza, gozzoviglio puro. Ci beccano subito. Voi che camera avete? ‘La seicentoventicinque!’. La faccia di bronzo non basta. Sguardo clinico dell’uomo della sicurezza, e poi la sentenza: ‘Fuori’”. Da quel momento, l’imperativo divenne: lavorare al Valtur. “Anche perché era un buon lavoro, si facevano i turni, 6 ore e 40, e soprattutto dopo il lavoro si poteva restare nel villaggio. Seguo la trafila: ufficio di collocamento, lista d’attesa, assunzione come facchino di cucina. Sa che cos’è il facchino di cucina? Un paria, uno che è un gradino sotto il lavapiatti. Ma io cercavo di lavorare bene, come ho sempre fatto, qualunque fosse il lavoro”. In modo da fare una modesta ma sicura carriera: aiuto cuoco, detto anche “commis di cucina”, poi cameriere, posto molto ambito nella gerarchia del villaggio, con la fascia rossa in vita che fa il suo effetto. “Facevo gli show ai tavoli, le imitazioni, e piacevo. Qualcuno chiedeva al caposala: ‘Mi mette dove c’è quello moro?’. Ma soprattutto dal ristorante vedevo il bar, cioè la vita, la mondanità: e alla fine al bar sono riuscito ad arrivare”. E il bar è la svolta. “Come no: alzo gli occhi e vedo l’anfiteatro dello spettacolo serale. Faccio i miei show al banco, con i clienti che si incuriosiscono. Un giorno vedo l’asta del microfono che mi tenta, mi avvicino, la afferro e faccio: sssà, sssà; e parto con Moonlight Serenade, inventando tutte le parole”. La gente lo nota, e Fiorello ottiene l’occasione per qualche piccolo show. Solo che proprio allora, dopo alcuni rinvii per ragioni scolastiche, arriva la cartolina precetto. […] Quando ritorna al Valtur, il capovillaggio, Enzo Oliveri, non vuole più assumerlo come cameriere. “Mi dice: vieni a fare l’animatore. E io arriccio il naso, perché si guadagna poco, e precariamente. Poi, però, comincio: senza le basi musicali, improvvisando tutto. Al mattino andavo in spiaggia per farmi conoscere con qualche trovata. Travestito da papa, facevo la benedizione dei cornetti. Così la faccia e il nome cominciavano a circolare, e la sera la gente veniva all’anfiteatro per vedermi”. È il decollo? “Macché. Oliveri se ne fila in Costa d’Avorio, e mi chiama con sé. È il primo bivio della mia vita. Mio padre contrarissimo, la fidanzatina pure. Ma io mi dico: se rimango qui, ci muoio. E allora mollo la morosa, e nell’83 vado laggiù in Africa, in un villaggio da parenti poveri del Club Med. Capo animatore. Discreto successo, con i turisti che dall’Italia chiedevano di prenotare dove lavoravo io. D’inverno l’organizzazione mi mandava in montagna, a Marilleva, a Pila, a San Sicario. Una sofferenza, perché la gente devi andare a cercartela sulle piste. E io ci andavo: a far vedere a quelli delle settimane bianche un siciliano travestito da orso”. Nell’89, quando finisce la stagione a Marilleva, arriva una svolta ulteriore. “Conosco Bernardo Cherubini, che sarebbe il fratello di Jovanotti, e che faceva l’istruttore di tiro con l’arco nei villaggi: ‘Andiamo a Milano?’, propone. Si va”» (Berselli). «“‘Andiamo lì’, disse, ‘è pieno di gnocca’”. La vera motivazione quale era? “Quella. Che Milano era piena di gnocca. Per un po’ abitai a casa di Lorenzo, in via della Moscova. Lui era già un disc-jockey famoso. Io solo un esuberante, egocentrico animatore da villaggio. Uno che aveva vissuto per quindici anni senza mai infilare un paio di scarpe”» (Massimo Gramellini). «“Lorenzo faceva Uno, due, tre Jovanotti: […] mi hanno preso a fare le voci. Parlavo in radio parodiando un ascoltatore di Bergamo, molto gutturale. Comunque Claudio Cecchetto, uno con la vista lunga, mi osserva con l’occhio clinico e mi fa: ’Ti faccio provare Radio Deejay’. E qui siamo al secondo bivio”. Erano tempi difficili. Fiorello racconta di essere stato tentato più volte di tornare indietro. Con la radio di Cecchetto passava tutta musica straniera, “e io invece facevo Amico è di Dario Baldan Bembo, cose molto popolari. Ho una specie di buco nella cultura televisiva, una voragine d’ignoranza vera, perché per un periodo sono stato sempre in giro per il mondo. L’Africa, la Spagna, Ibiza. Eppure forse per questo ho un mio stile, perché non mi sono fatto influenzare troppo”. Per fortuna ci fu la valvola di sfogo di Deejay Television, anche questa di Cecchetto, una specie di Mtv ante litteram: “Vera fucina di talenti. C’erano Linus, Amadeus, Albertino, Jovanotti, Pieraccioni, e ho cominciato a fare un programma con Amadeus, Mattinata esagerata, e i primi personaggi, cioè le parodie di Michele Cucuzza e Bruno Vespa. Mi inventai la macchietta del meccanico della Vespa di Bruno Vespa. Ma mi sentivo ancora un pesce fuor d’acqua, i vecchi clienti mi guardavano perplessi: ‘Al villaggio eri un’altra cosa’. Insomma, non ero contento. Oltretutto, nel ’90 Radio Deejay mi manda al Festival di Sanremo, e mentre sono lì sulla Riviera squilla il telefono: torna a casa perché papà è morto. È per questo che Sanremo ancora oggi mi prende la gola. All’improvviso la mia vita prese tutta un’altra piega. Incontrai Marco Baldini. […] Nacque Viva Radio Deejay, che è l’antenato di Viva Radio 2. E Gerry Scotti, che mi aveva sentito fare il cantautore ermetico Gregorio De Francesco, mi chiamò al Gioco dei 9, con Teo Teocoli e Gene Gnocchi. Va tutto benino. Così vengo preso per il Cantagiro, con Mara Venier e Gino Rivieccio. Di me scrivono: ‘Sta nascendo una stella. Bisogna ucciderla prima che uccida noi’. Sembrava che gli avessi fatto qualcosa. Finché Fatma Ruffini annuncia: ‘Abbiamo un format olandese, per fare una cosa giapponese, il karaoke. Sfruttiamo le bellezze dell’Italia, le piazze, facciamo un programma che non costa niente e vediamo se da cosa nasce cosa’”. La cosa comincia ad Alba, le puntate d’esordio tutte con inquadrature strette per non far vedere il deserto intorno al palco. Risultati deludenti: 3 per cento, massimo 5 per cento. Essere o non essere, chiudere o non chiudere? “Andavamo alle 20, contro i tiggì. Okay, si chiude, finiamo le puntate già programmate. Solo che a un tratto l’audience comincia a crescere. Prima insensibilmente. Ottocentomila, un milione; poi, più forte: un milione e mezzo, due milioni, due milioni e sei. A Pescara, 20 mila persone, senza la sicurezza, senza organizzazione: distruggono la piazza. A Milano, 100 mila persone in piazza del Duomo. Centomila anche a Torino. Uno stress tremendo, perché ero ostaggio del successo, non potevo nemmeno andare al ristorante senza essere assalito da frotte di aspiranti cantanti; in un cinema mi dovettero portare via altrimenti nemmeno cominciava il film”. Era il ’92, la prima delle due stagioni del Karaoke. “Ma ero insoddisfatto, perché mi limitavo a far cantare i partecipanti. Era il segreto vero del karaoke, perché la gente in quel momento, con il trauma quotidiano di Tangentopoli, preferiva guardare se stessa anziché la politica: e pensava, davanti alla tv, ‘Quello che sa fare lui, lo so fare anch’io’. Si identificava. Eppure io non mi limitavo al karaoke. Prima della trasmissione intrattenevo il pubblico almeno per un’ora. Mi mettevo alla prova. Ma sa com’è la televisione, quando c’è un successo vogliono spremerlo fino in fondo. Così si fa il Super Karaoke con i vip: finisco a Roma con un delirio, il sindaco Francesco Rutelli che canta con me. […] Ma intanto incasso la prima sconfitta autentica. Le prendo da Paolo Bonolis, la mia bestia nera, che, con I cervelloni, mi fa un mazzo tanto. Ed evidentemente sconfitta chiama sconfitta: vado a Sanremo ’95, con Finalmente tu di Max Pezzali, con in testa la corona del vincitore annunciato. Sul palco dell’Ariston la voce mi viene fuori un po’ faticosa. Il giorno dopo, un massacro. Scrivono ‘carriera finita, un bluff’. Ne esco con le ossa rotte”. Siamo a un altro bivio: “Capisco che devo lasciare Milano. Tutto andava troppo veloce”» (Berselli). «Disse: “Gli anni ’90? Non li conosco, li ho vissuti all’Hollywood”. “Mancò poco che da Milano me ne andassi definitivamente per non tornare più. […] Mia madre era preoccupata: ‘Ma che farà ’sto ragazzo su al Nord?’. La tranquillizzò papà: ‘Non ti preoccupare, ’sto ragazzo è talmente cretino che non solo ce la farà alla grande, ma ti stuferai di vederlo’. L’episodio me lo confidò lei poco prima della morte di mio padre. Non si può dire che abbia avuto torto»» (Malcom Pagani). «Arriva anche la droga. Pesante. “Cocaina. Per me è stata una malattia. La cocaina è il diavolo: ti illude di non essere solo, ti convince di essere il più forte. Tanti la prendono, tantissimi. Nessuno lo sa, nessuno li scopre. Avevo milioni di spettatori, avevo tante donne, avevo tutto, quindi non ho alibi, sono più condannabile di altri. Qualcuno, sui giornali, mi fece passare quasi per un narcotrafficante. No, ero solo caduto in un tombino, forse nel momento del massimo benessere. Ma pochi sanno quanto è triste trovarsi da soli, dopo la serata, in una camera d’albergo, con due guardie alla porta”» (Barbara Palombelli). «Ho cominciato a drogarmi per noia, perché non avevo interessi. Ho smesso per disperazione, per la necessità di sentirmi più uomo. […] Maurizio Costanzo è stato per me come un padre. Gli sono riconoscente. Mi ha preso proprio quando avevo toccato il fondo. Mi ha portato a casa sua e mi ha detto: “Hai tante risorse dentro di te, tante possibilità, fammene vedere qualcuna, per la miseria. Tu da qui non esci fino a quando non avrai dimostrato a te stesso e a tutti noi che sei un uomo diverso”. […] Mi hanno aiutato a uscire dal tunnel mia moglie Susanna e mio padre, il suo ricordo. Lui probabilmente da vivo non avrebbe saputo cosa dirmi. Mi ha aiutato da morto”» (ad Alfonso Signorini). «E allora Fiorello va a Roma con Maurizio Costanzo: “Facevo La febbre del venerdì sera e poi Buona Domenica: il sassofono gliel’ho inventato io, dovevamo batterci contro la Venier, che era una macchina da guerra”. Di notte, al Costanzo Show, “raccontavo cose, fatti: Aldo Grasso parlò di un Fiorello ‘pasoliniano’”» (Berselli). «“Per un po’ feci il conduttore classico. Matricole. Festivalbar. Non sudavo neanche. Mi sentivo uno che era stato e che non era più. Chi mi aveva conosciuto da ragazzo mi diceva: ‘Quanto mi facevi divertire nei villaggi!’. Era un modo gentile per dirmi che non lo facevo divertire più”. Come ne sei uscito? “La svolta arrivò all’Arena di Verona. Stavamo registrando la finale del Festivalbar, e io ero nei soliti panni del bravo presentatore. Ma la pioggia aveva bagnato gli impianti elettrici. Il patron Vittorio Salvetti mi dice col suo vocione: ‘Vai sul palco e intrattieni la gente’”. E tu? “Io salgo sul palco e mi guardo intorno. Quattordicimila persone che erano lì per tutti tranne che per me. Prendo il microfono e comincio a sparare cazzate. Così, solo per far passare il tempo. Quindici minuti. Ci prendo gusto. Il pubblico ride. Venti, trenta, quarantacinque minuti di cazzate, finché un tecnico dietro le quinte mi fa cenno che il guasto è stato aggiustato e la messa cantata può cominciare”. Sai che non ricordo quel tuo monologo? “Non andò mai in onda, venne tagliato. Ma in prima fila all’Arena c’era un signore che alla fine mi abbordò con accento bolognese: ‘Ma tu sei uno showman. Dovresti fare il sabato sera su Raiuno’. Era Bibi Ballandi. Pensavo fosse impazzito. E invece lasciai Mediaset, dove nessuno fece nulla per trattenermi, e cominciai a lavorare con Solari e altri autori al mio primo one-man-show”. Stasera pago io. “Avevo in casa un cd di Modugno, e quello era il titolo dell’unica canzone che non conoscevo. Triste, eppure me la sentivo scorrere dentro. […] Si parte, e contro di me c’è la prima edizione di C’è posta per te. La De Filippi vince la prima puntata di un milione, la seconda siamo pari, la terza la sorpasso e la quarta trionfo. Allora si andava avanti con la prima serata fino all’una, ma a mezzanotte avevo già finito il copione, e nell’ultima ora andavamo a braccio. Feci piazzare un lettone sul palco: una sera ci stavamo sdraiati sopra io, Teocoli, la Littizzetto e Califano. Povero Califano. Mi ero inventato il tormentone di lui che mangiava sempre, e Franco, noto inappetente, se ne lamentava. ‘’A Fiorè, io non magno mai, e invece adesso ogni vorta che quarcuno mi incontra me chiede subito se ho già magnato o se vojo rimagnà’”. Finalmente facevi quello che eri. “E chi mi fermava per la strada non rimpiangeva più i tempi del villaggio turistico”» (Gramellini). «Ma volete capirlo che io, il ragazzo del Valtur, mi sono trovato a fianco gente come Dustin Hoffman, Liza Minnelli, John Travolta, Fanny Ardant?». Concluso nel 2004 il ciclo di Stasera pago io, Fiorello si allontanò dalla televisione per dedicarsi ad altri mezzi di comunicazione, come la radio, con la lunga e fortunata stagione di Viva Radio 2 (2001-2008) condotta insieme a Marco Baldini, che ebbe anche alcune seguitissime puntate speciali televisive (Viva Radio 2… e anche un po’ Rai Uno, Viva Radio 2 minuti), e internet, con l’originale e scanzonata rassegna stampa di Edicola Fiore (2011-2017), nata sul profilo Twitter di Fiorello con una serie di brevi video quotidiani e approdata in seguito anche su YouTube e su Facebook, prima di essere ripresa dalla radio (Radio 2, Rtl 102.5, Radio Kiss Kiss) e dalla televisione (Sky, Tv8). Tornato alla conduzione televisiva nel 2009 con il Fiorello Show (Sky Uno) e nel 2011 con Il più grande spettacolo dopo il weekend (Rai Uno) – tanto apprezzato dagli spettatori quanto malevolmente stroncato da critici spesso improvvisati, tra cui alcuni suoi colleghi –, negli ultimi anni Fiorello ha continuato a sperimentare a modo suo, dapprima con Il socialista, trasmesso su Facebook e ripreso da Radio Deejay, e poi con Il Rosario della sera, tuttora in onda su Radio Deejay. Il progetto di una sua nuova trasmissione sulla Rai nell’autunno 2018, messo a punto con l’allora direttore generale Mario Orfeo, è stato accantonato dallo stesso Fiorello in seguito alle ultime elezioni politiche, nell’attesa di discuterne con i nuovi vertici dell’azienda televisiva. «Va bene, a quando? “Va bene non tanto. Avrò ancora voglia? Perché l’unico che non vuole fare il programma sono io. Le donne che mi circondano – mia moglie, mia madre e mia figlia – mi ripetono: ‘Devi tornare in tv’. […] Se dovessi tornare, mai a primavera. Fare quel tipo di varietà è faticoso e io sono pigro, a me piace fare gli show all’inizio della stagione”. […] La sua idea è sempre quella di fare un grande varietà? “Può essere un varietà o anche una nuova Edicola Fiore sulla Rai, potrebbe essere un’idea. Vorrei pensare a uno show diverso, magari quattro puntate dilazionate in tempi più larghi”. […] Intanto si scatena a Radio Deejay. […] Il suo Rosario della sera è già un appuntamento fisso. […] Gli ospiti si mettono in gioco. “È la regola. Gué Pequeno era entusiasta, Luca Carboni ha cantato Il ballo del qua qua, è venuto Calcutta. Bisogna far divertire l’ospite”. […] E i politici? “I politici, ce li abbiamo con Gabriella Germani. Sono stato il primo a fare il premier Conte”» (Silvia Fumarola) • Spesso impegnato in seguitissime tournée teatrali (Volevo fare il ballerino, Stasera Fiorello, L’ora del Rosario) • Sporadiche partecipazioni cinematografiche, in veste di attore (Il talento di Mr. Ripley, Passione), narratore (La marcia dei pinguini) o doppiatore (Johan Padan e la descoverta de le Americhe, Garfield: il film, Happy Feet 2) • «Pippo Baudo […] nel lontano 1986 fece un provino a Fiorello, ma lo scartò per l’eccessiva lunghezza della performance. Gli disse chiaro e tondo: “Fantastico lo devo fare io, non tu”. E poi: “Mi piaci, ma sei lungo. Sei bravo, ma non ti prendo”. Ora ammette sconsolato: “Proprio io che mi vanto di averne scoperti tanti ho preso una toppata gigantesca”» (Maria Volpe) • Sposato dal 2003 con Susanna Biondo, già madre di Olivia, cresciuta e amata come propria da Fiorello. Nel 2006 è diventato padre di Angelica. «Che padre è? Autoritario o permissivo? “Non riesco ad arrabbiarmi con le mie figlie. Quando tento di fare la voce grossa, loro ridono. Anche la piccola”. La sua è una famiglia allargata: certi equilibri possono essere difficili. “Il segreto è andare d’accordo tra gli adulti. Io ho sempre avuto un rapporto sereno con il padre biologico di Olivia. E, le rare volte in cui lei se ne esce con la solita frase, banalissima, ‘Tu non sei mio padre’, io sorrido e le rispondo: ‘È vero, non sono il tuo padre naturale. Sono il tuo padre frizzante”» (Sara Faillaci) • «Cattolico? “Non praticante”. Scelta di comodo: che fai, preghi Dio quando sei in difficoltà? “No, lui è troppo occupato. Quando ho veramente bisogno parlo con mio padre, anche se non c’è più. […] Ma non conta, io lo sento ancora. Non mi ha mai lasciato, quando ne ho avuto bisogno”» (Gabriele Romagnoli) • Interista «dal campionato 1970/71, quando mio padre mi portò al Cibali, ed era la prima volta, per vedere Catania-Inter. Jair, Mazzola… Avevo 10 anni. Fu Inter per sempre» • «La politica che sentimenti le suscita? “Confusione totale. Non si distingue il vero dal falso: un giorno sembra che il malaffare sia finito, l’altro che siamo sotto dittatura. Non sai mai chi ha ragione”» (Renato Franco). «Cerchiobottista. Con coscienza civile» (Marco Baldini) • «Io sono pigro. E mi piace mangiare». «Il mio ideale è il nulla: casa, divano anatomico, telecomando: io non farei niente» • «È astemio, ma beve mirto: “Per me è come uno sciroppo, e male non può fare. Ha visto i sardi? A 99 anni sembrano adolescenti”» (Pagani) • «Ipocondriaco convinto (“Solo Verdone mi batte”), sa tutto di medicina: “Me ne intendo come un primario: ho avuto qualunque cosa in qualunque parte del corpo. In effetti, non so come faccio a essere ancora vivo”» (Franco) • «Le critiche danno sempre fastidio. Puoi far finta di fregartene, ma nessuno se ne frega davvero, soprattutto se sai che stai facendo una cosa bella. La verità è che il successo, in Italia, non te lo perdona nessuno» • «Fin dai tempi del Karaoke su Italia 1, lui non sfotteva i concorrenti stonati: “Un capo villaggio mi disse: ‘Devi sempre pensare che accanto a te ci siano tuo padre e tua madre. Ti darebbe fastidio se qualcuno li prendesse in giro?’. Io mi arrabbierei da morire, risposi. ‘E allora è semplice: non prendere mai in giro nessuno’”. Così Fiorello ha fatto, e così è passato da tipico esemplare di tv usa e getta, figura antonomastica di scemenza catodica, a “fenomeno mediatico”. Spettacolo puro» (Comazzi). «Uno dei pochi, se non l´unico, che sia oggi capace di tenere la scena con un mix così felice di umorismo e spettacolarità, inchiodandoci tutti davanti al video con la sua sola, straordinaria, presenza scenica. Da solo, lui recita, canta, imita, satireggia, seduce, evoca e stupisce. […] Un mattatore solitario, ecco cos´è Fiorello. Un esempio ogni volta stupefacente di quello che si può riuscire a fare, in televisione, usando l´intelligenza, l´ironia e la leggerezza, restando anni luce lontani dalla volgarità e dalla pesantezza dell´avanspettacolo» (Sebastiano Messina). «Non c’è mai stato, nella storia della televisione italiana, un artista completo come lui. Chi gli assomiglia di più è forse Walter Chiari: gli assomiglia perché entrambi sono stati bravi nel farci credere di improvvisare davanti alla telecamera, quando invece proponevano numeri già collaudati nelle loro riviste, negli spettacoli dal vivo. […] Entrambi rappresentano due perfetti soggetti televisivi, capaci di invenzioni a sorpresa e di straordinaria duttilità» (Grasso) • «Per me l’importante è fare spettacolo. Con una o con tremila persone, è uguale. Accadrà finché vivrò, perché sono riuscito a smettere di fumare, ma non riesco a smettere di pensare al mio mestiere. La tv è un’altra cosa. È il meno veritiero dei mezzi con cui mi esprimo. Il più irregimentato». «Vuoi sapere perché non vado in televisione? Perché mi viene l’ansia… È così, e non ci crede nessuno» (a Giorgio Dell’Arti) • «Ogni anno le chiedono di fare Sanremo. “Prima o poi accetterò… Ma solo se mi faranno cantare tutte le canzoni”» (Corrias) • «II suo amico Giampiero Solari, regista, ha detto: Fiorello è un format vivente. “Credo si riferisse al mio modo di lavorare”. Che sarebbe? “Assorbire tutto quello che vedo, tutto quel che ascolto, personaggi, storie, situazioni, inquadrature, e restituirle in un racconto”» (Corrias). «A parte la radio, il teatro e la tv, avrai qualche hobby. "Lo spettacolo è il mio hobby"» (Giuseppe Carissimi). «“La verità? Mi sento artisticamente sopravvalutato. […] Non penso di essere così bravo, non sono ’sto fenomeno. Ce ne sono molti migliori di me. Se penso alle imitazioni, ne trovo almeno dieci più bravi. So cantare, ma l’Italia è un Paese di cantanti, e ce ne sono almeno 190 mila più dotati di me. Monologhista? Ci sono colleghi che mi danno una spanna. Gli altri sono più bravi, forse io sono più forte perché creo quello che altri non fanno, l’aspettativa, l’idea dell’evento”. […] Una qualità ce l’avrà? “Diciamo che so intrattenere fin da bambino. Se mi trovo davanti a una platea di mille persone, un’oretta buona di improvvisazione a braccio, senza testi, la so fare”. Chi la vuole pungere dice che lei è “quello dei villaggi turistici”… “Invece quella è la mia forza: è stata la vera scuola. Parlo dei villaggi di una volta, dove c’erano quelli della tv – da Arbore a Cecchetto – che andavano a vedere cosa succedeva. Si attingeva da lì: noi eravamo gli youtuber di oggi”» (Franco). «Il suo pubblico è cambiato? “Un tempo mi chiedevano gli autografi e dicevano: ‘È per me’. Poi siamo passati alle madri, alle zie e alle nonne. Quando arriveremo alle bisnonne, capirò che è finita”. Il ritiro a 60 anni l’ha annunciato. “Ma ci riuscirò? Non vorrei fare come i Pooh, che sono stati recentemente premiati per il seicentesimo addio annunciato in carriera”. E nell’attesa? Programmi per il futuro? “Vorrei invecchiare, ma purtroppo non ci riesco”» (Pagani).