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 2019  maggio 11 Sabato calendario


Saverio Costanzo e il suo rapporto con Elena Ferrante

Con Elena Ferrante ci scriviamo mail schiette, senza fronzoli. Abbiamo sempre avuto un rapporto molto diretto, anche se non l’ho mai incontrata, e tanto da lavorare. Non c’è tempo per riflettere sui dettagli, anche se qualche volta penso “Ho sbagliato quell’avverbio”, “Non dovevo mettere il punto lì”. All’inizio provavo l’imbarazzo di rivolgermi a qualcuno che non ho mai visto, più che a una grande scrittrice, poi ho imparato a fregarmene». Saverio Costanzo racconta così, in una pausa dal set, il rapporto epistolare con l’autrice dell’Amica geniale. Da qualche settimana ha cominciato a girare a Napoli la seconda stagione della serie tv, tratta da Storia del nuovo cognome. La città si è risvegliata negli anni ’60, con auto d’epoca e vecchie insegne di negozi tra piazza Carlo III e Port’Alba, l’antica via dei librai. «Non mi pesa questo tipo di rapporto, amo scrivere più che parlare, anche per la serie. La sceneggiatura è un mestiere in cui di parole se ne dicono tante, spesso a vuoto. Scriversi dà solidità al copione».
È difficile il confrontarsi con l’autore, anche se per posta elettronica?
«Lei è sempre stata disponibile, aperta al cambiamento e a me piace condividere il film con chi ha pensato la storia. Solo nel caso di Marco Franzoso e del Bambino indaco l’ho riscritto due anni dopo avere letto il libro, lavorando sulla memoria. E lui l’ho incontrato per la prima volta quando abbiamo presentato il film a Venezia».
Tanti suoi lavori sono tratti da libri.
«Ogni volta che mi metto a scrivere incontro una storia che mi persuade di più. Sono un lettore “forte”, da sempre: è la letteratura che mi ha insegnato il cinema. Mi ritrovo in quello che diceva Stanley Kubrick, che lavorava sempre sui testi: “Mi dà sicurezza sapere come inizia e come finisce una storia. E soprattutto rintracciare nello spettatore la stessa emozione che ho provato io la prima volta che ho letto un libro”».
Leggendo immagina il film?
«Lacrime impure di Furio Monicelli non aveva niente di cinematografico. Anche La solitudine dei numeri primi, su cui ci fu una lotta per i diritti, non è un testo che immagini immediatamente sul grande schermo. Invece la tetralogia della Ferrante sembra scritta per il cinema per la ricchezza di drammaturgia. Ciò che aggiungono le immagini viene dalla scultura del tempo interno alla scena. Quasi una carta carbone. Noi abbiamo ricomposto la narrazione che, in prima persona, quasi diaristica, sembra una confessione ed era un materiale più anarchico. I libri hanno un andamento meno lineare della serie, ma è difficile modificarli».
Difficile e anche pericoloso.
«Nel caso di Ferrante rischiavo il linciaggio. Già con i lettori di Paolo Giordano si era innescata una battaglia “violenta”, ma lì c’era stata un provocazione da parte mia. Certo ero più giovane, ma non è una questione anagrafica: lo rifarei domani con qualcos’altro, non mi interessa che il pubblico rimanga deluso. Ma nel caso dell’Amica geniale il mio io lettore coincideva con il mio io regista, per la prima volta in maniera precisa. Il tradimento sarebbe stato fine a se stesso».
Come è stato tornare sul set dopo tanto successo, ne sente la responsabilità?
«Non mi era mai capitato, è una sensazione molto particolare. Ho fatto la prima serie scegliendo solo d’istinto e il mio modo di lavorare è rimasto lo stesso. Mi sto divertendo, è appassionante, per ora questo mi basta».
Lo sa cheStoria del nuovo cognomeè per molti il libro più amato della tetralogia?
«Questo è il vero dramma. È ricchissimo, abbiamo dovuto fare delle scelte conservando il cuore narrativo, drammaturgico e sentimentale del romanzo. Ma intanto il pubblico si è affezionato alle protagoniste Margherita Mazzucco e Gaia Girace».
Passiamo dal rione alla città, si allarga lo scenario, e poi?
«Stiamo provando a fare un aumento di passo. Ho sempre ragionato, pensando alla serie, come se si potesse seguire la storia del cinema. Nella prima stagione il linguaggio era quello degli anni ’50: il ritmo, un certo didascalismo. Negli anni ’60 la gente comincia a correre di più e anche il cinema. Se nella prima stagione pensavo al neorealismo, non posso non fare riferimento adesso alla nouvelle vague francese. La drammaturgia è più immediata, più veloce. Lila si è sposata, ha una casa, Lei e Lenù hanno più mezzi, possono comprarsi delle cose, parlano di meno e agiscono di più. Avrà un ritmo più fresco e delle evoluzioni credo interessanti. Ma io sono appassionato, di parte».
Napoli come sta accogliendo il set?
«È una vera città di sinistra, inclusiva. Talmente confusa che accoglie in maniera libera. Brulica, guarda all’amica geniale, come se fosse un cuore interno e arcaico, come se ne rappresentasse una parte interna autentica. Di come erano i napoletani, di come era la città. Ogni volta che interveniamo per cambiare una strada loro poi vorrebbero lasciarla così». 
Anni fa avrebbe voluto fare un film da un altro libro della Ferrante,La figlia oscura. Le piacerebbe ancora?
«È come se lo avessi fatto. Quello in fondo è uno spin off dell’Amica geniale. All’epoca mi è dispiaciuto non realizzarlo, provai a scrivere, ma non riuscii a trovare una forma da poter gestire. Però da quel progetto mancato è nato il rapporto con Elena Ferrante, e in fondo è stato meglio così».