Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2019  maggio 11 Sabato calendario


La metamorfosi di lady Huawei

Quando si dice Huawei si pensa ai telefonini, a decine di milioni di smartphone venduti ogni anno; ma negli ultimi mesi soprattutto al grande scontro scatenato dagli Stati Uniti, che accusano il gruppo cinese delle telecomunicazioni di agire da quinta colonna per le ambizioni egemoniche di Pechino. Dietro però ci sono anche vicende personali. Come quella di Meng Wanzhou, la direttrice finanziaria dell’azienda, che da cinque mesi è bloccata in Canada, arrestata su richiesta di estradizione americana per aver violato le sanzioni tecnologiche imposte all’Iran. 
In inverno l’avevamo vista comparire in tribunale a Vancouver per le udienze preliminari con aspetto dimesso, entrava a capo chino da un ingresso secondario, in felpa, scarpe da ginnastica, tuta elasticizzata e cappello floscio con visiera a nascondere il viso. Non sembrava proprio una supermanager, una milionaria, la figlia del fondatore dell’impero Huawei, l’ex ingegnere del Genio militare cinese Ren Zhengfei.
Ora, cambio radicale d’immagine: la signora, 47 anni, l’altro giorno si è presentata in tribunale a Vancouver con vestito lungo di lana morbida, borsetta Chanel blu elettrico e ballerine Manolo Blahnik da 995 dollari (il conto lo ha fatto il South China Morning Post, che segue con una squadra di inviati il caso giudiziario). Sembrava diretta a un appuntamento d’affari dopo essere uscita da una palestra, il vestito di lana era tagliato per mettere in risalto un fisico allenato con cura.
Meng giovedì è entrata dall’ingresso principale, a passo sicuro, non con andatura affrettata per sfuggire alle telecamere come in precedenza. Si è concessa sorridente ai fotografi, ha salutato lo sceriffo dicendo in inglese «Nice to see you again». Atteggiamento da donna di potere qual è.
Unico dettaglio che ricorda la sua condizione attuale: alla caviglia sinistra portava un vistoso braccialetto elettronico dotato di Gps che segnala ogni suo movimento, una delle prescrizioni imposte per la libertà su cauzione.
Un altro dettaglio della metamorfosi: Meng è sempre scortata da tipi massicci con occhiali scuri e auricolare. Si tratta di agenti della Lions Gate Risk Management, una società incaricata dal tribunale di garantire che la signora non fugga. Però, la deferenza con cui la seguono e le fanno ala nella calca di reporter, segnala che i controllori ormai si sono trasformati in bodyguard devoti (d’altra parte il conto del servizio lo paga lei, su ordine del giudice).
La trasformazione di Meng si accoppia alla strategia giudiziaria del suo team legale, che è passato al contrattacco chiedendo oltre al rifiuto dell’estradizione negli Usa, di punire i poliziotti canadesi che la notte dell’1 dicembre fermarono la signora all’aeroporto, mentre era in transito per il Messico e «violarono i suoi diritti civili» frugando nel suo bagaglio, sequestrando i suoi cellulari e il computer senza informarla del procedimento in corso.
Arrivederla a settembre per la prossima udienza. Nel frattempo Meng sta cambiando casa a Vancouver: va a vivere in una residenza con parco del valore di circa 9,9 milioni di dollari, in un quartiere molto esclusivo. Nei primi mesi si era accontentata di una villetta da 3 milioni, in una zona periferica.