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 2019  maggio 08 Mercoledì calendario


Biografia di Francesco Polacchi

BERIZZI SU REPUBBLICA
I Francesco Polacchi sono quattro. Il capetto di CasaPound («sì, sono fascista»). L’imprenditore dell’abbigliamento (marchio Pivert, che piace a Salvini e «ai ragazzi che vanno allo stadio»). L’editore “sovranista”. Il picchiatore («a volte servono le maniere forti»). Difficile stabilire dove si sia più distinto: ma i camerati che lo conoscono scommettono che questa fama improvvisa, arrivata grazie a Matteo Salvini dopo una lunga scia di “rogne” e processi, lo faccia godere tanto quanto prendere a legnate una «zecca rossa». Trentatré anni, romano, testa rasata, gavetta da “fascio” in carriera. Un tipo sgamato, Polacchi. Veloce con spranga e coltello, pure “bravo” nel commerciale. E poi a suo agio coi selfie. È lui che, nel 2015, a capotavola, immortala l’allegra compagnia fascioleghista riunita in trattoria: il “Capitano” Salvini assieme ai ducetti di CasaPound, gli ex alleati della Lega sovranista, Gianluca Iannone, i fratelli Di Stefano, e ovviamente “Checco”, già diventato stilista o comunque si era inventato questo picchio (simbolo di “Pivert”) che, stampato su polo e felpe, diventa il distintivo dei «fascisti del terzo millennio». Chissà se Polacchi avrebbe mai immaginato che tre e poi quattro anni dopo a fargli da testimonial e gancio (inconsapevole?) sarebbe stato proprio Salvini: «Fa piacere!», dice quando il 10 maggio 2018 Repubblica rivela che l’attuale ministro dell’Interno (allora stava per diventarlo) si presenta allo stadio Olimpico di Roma (finale di Coppa Italia Juventus-Milan) con il giubbino dei dirigenti e dei militanti di CasaPound. Un anno ancora ed ecco il libro-intervista galeotto: di nuovo, fatalmente, Salvini. Qui entra in gioco il Polacchi-editore. Il caso del Salone del Libro solleva il velo sulla casa editrice Altaforte e sulle vite precedenti, ma nemmeno troppo, di Polacchi. Altaforte è Polacchi e Polacchi è CasaPound («sono il coordinatore lombardo»). In passato è stato capo del Blocco Studentesco, la branca giovanile delle tartarughe nere. Che tra i soci di Altaforte – insieme a quello di maggioranza, la Minerva Holding della famiglia Polacchi – ci sia anche il pregiudicato Federico “Skoll” Goglio, musicista condannato per apologia di fascismo, non è un problema: anzi. Il curriculum forte è quello di Francesco Polacchi. «L’uomo Pivert combatte, si sporca le mani», è scritto sul catalogo Pivert. L’imprenditore-picchiatore è di parola. Infatti è tutt’ora sotto processo per violenze. Il primo episodio che lo fa conoscere alle cronache risale al 2008: a Roma Polacchi guida gli scontri dei giovani fascisti contro gli studenti dell’Onda. Botte in piazza Navona. Viene arrestato e condannato a un anno. Due anni prima – 21enne – è protagonista di un’estate turbolenta: in vacanza a Porto Rotondo, accoltella un giovane sassarese e ne ferisce altri due davanti a una discoteca. Violenza anche nella notte del 13 Aprile 2010, quando Polacchi e i suoi aggrediscono con cinghie e bastoni i militanti del Centro Sociale Acrobax che stanno attaccando manifesti a Roma Tre. “Checco” decide di prendersi una pausa e, dopo le risse, si butta nella moda. Amministratore unico di Pivert (sede legale a Roma, magazzini a Cernusco sul Naviglio, negozi a Milano, Brescia, Torino e Roma). Il mazziere di Piazza Navona fa affari. Ma la politica “di strada” bussa di nuovo. È il 29 giugno 2017: un gruppo di casapoundisti irrompe a Palazzo Marino, a Milano, durante un Consiglio comunale. L’obiettivo della protesta è il sindaco Giuseppe Sala. Ma nel blitz i militanti aggrediscono la delegazione di un comitato di inquilini della zona San Siro. Diciassette mesi dopo arriva il rinvio a giudizio (procura di Milano). 8 febbraio scorso, prima udienza: compaiono cinque di CasaPound. Nella citazione è scritto che due hanno aggredito le vittime con calci e pugni al volto e alla testa dopo avere apostrofato un ragazzo di colore ( «Nero di merda... che ci fai dentro?»). Uno dei due assalitori è lui, Polacchi. Di lì a poco entra in cascina il libro-intervista a Salvini e l’occasione del Salone del Libro. «Ci aspettavamo le polemiche, ma attacchi così violenti no», dice l’imprenditore-squadrista. Già, la violenza. Questa sconosciuta.

JACOBONI SULLA STAMPA
Nel comunicato del Comitato direttivo del Salone del Libro che spiegava la presenza dello stand della casa editrice Altaforte di Francesco Polacchi stava scritto che «è materia della magistratura giudicare se un individuo o un’organizzazione persegua finalità antidemocratiche. È pertanto indiscutibile il diritto per chiunque non sia stato condannato per questi reati di acquistare uno spazio al Salone e di esporvi i propri libri». E si faceva riferimento alla legge Scelba del 1952 e alla legge Mancino del 1993.

È vero che Polacchi non è stato condannato per reati connessi con queste due leggi; però qualche problemino giudiziario, diciamo così, ce l’ha: compreso un grave procedimento giudiziario in corso. Il 10 maggio prossimo, venerdì, proprio in pieno Salone del Libro, l’editore è citato dalla Procura di Milano a comparire davanti al Tribunale di Milano: è imputato del reato di concorso in lesioni personali (con aggravanti, secondo gli articoli 582, 110 e 585 del codice penale) perché avrebbe picchiato con violenza due persone che - recita l’ordinanza - «erano intervenute a difesa di un soggetto non identificato, che era stato dagli imputati aggredito verbalmente con frasi razziste».
I fatti accaddero il 29 giugno 2017: un gruppo di militanti di CasaPound, tra cui il futuro editore, aveva fatto irruzione a Palazzo Marino per protestare contro il sindaco Giuseppe Sala al grido «dimissioni dimissioni». La cosa in breve tempo degenerò. Nell’androne i militanti di CasaPound avevano incrociato una delegazione di un comitato di inquilini della zona San Siro. Due dei membri del comitato sarebbero stati assaliti da Polacchi, rei di aver difeso un nero al quale l’editore e un camerata avevano gridato «nero di merda, che ci fai dentro?», e cose del genere. La prima udienza è stata l’8 febbraio scorso - le pratiche per ottenere lo stand al Salone erano avviate.
Non è però l’unico episodio di una serie di guai giudiziari che avevano già reso a Polacchi scampoli d’infelice notorietà, prima che diventasse editore di Altaforte (e imprenditore di Pivert, la marca di abbigliamento di cui Matteo Salvini indossò un giubbino durante la finale di Coppa Italia Juventus-Milan all’Olimpico).
Nell’agosto 2007, in vacanza a Porto Rotondo, secondo l’accusa aveva accoltellato un giovane di Sassari e ferito altri due davanti a una discoteca. Accusato di tentato omicidio, poi derubricato a lesioni gravi, si è salvato perché nel 2017 è intervenuta la prescrizione per un’incredibile storia di lungaggini al tribunale di Tempio Pausania.
Il 29 ottobre 2008 registriamo invece una foto celebre: assieme ad altri militanti di CasaPound, Polacchi, in camicia a righe fuori dei pantaloni e mazza, è in prima fila negli scontri con studenti di sinistra dell’Onda davanti a Palazzo Madama e in piazza Navona. Bilancio di quattro feriti e due arrestati, tra cui il futuro editore, che agli agenti (esiste un video) spiega: «Sono un militante di CasaPound, anzi il coordinatore regionale della Lombardia. E sono fascista, sì. Lo dico senza problemi. L’antifascismo è il vero male di questo Paese».
Il 13 aprile 2010 c’erano stati cazzotti e pugni con i militanti del centro sociale Arbatax: lì Polacchi si ruppe un braccio, tutti vennero denunciati.
A rendere la sua presenza al Salone ancora più ingestibile si aggiunge il fatto che il leader di CasaPound Simone Di Stefano, capolista alle prossime elezioni europee, cala a Torino proprio domani, giorno di inaugurazione del Salone. Ma Polacchi è nella sua nuova vita, surreale eterogenesi dei fini, nel ruolo di star editoriale.