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 1951  gennaio 22 Lunedì calendario

Rita Hayworth e Robert Taylor in trattoria a Roma a mangiare fettuccine

Se gli arrivi a Roma di Stanlio e Ollio, o di Pilotto, sono stati pretesti a manifestazioni di allegria in parte organizzata con  accessori evidenti di grossi  sigari, di grosse corone, di sfilate e di scherzi, quello di Rita Hayworth ha avuto un suo carattere romantico,  popolaresco, e già animato da una particolare nostalgia. Fa  ancora talmente caldo, e verso le undici di sera la scalinata a Trinità dei Monti è  affollata come una delle spiagge rocciose che a gradini  irregolari scendono verso il  mare: giovani uomini col volto ombrato dalla barba  dell’indomani, in maglietta  colorata o addirittura in  canottiera, si sdraiano sui ripiani larghi, annodano le mani dietro la nuca, e cantano Verde Luna,  sommessamente, in coro, dedicandola piuttosto a Dona Sol («anda, toro, anda») di  Sangue e Arena, che non alla principessa Margherita Khan, ospite di un grande albergo.
Non si sa se Rita li senta, dalle sue finestre aperte lì sopra, se avverta il  significato malinconico della  serenata offerta, in fondo, ad un’altra donna. Tuttavia c’è in lei un curioso scrupolo, un senso continuo di  responsabilità, per cui, diversamente da Danielle Darrieux,  dispettosa e sciatta, da Dorothy Lamour, pesante e malata di stomaco, si sforza a  mostrarsi continuamente sotto la sua. luce migliore, a somigliare se stessa. Ha visitato  doverosamente la città, Musei  Vaticani compresi, è scesa in via Condotti per acquisti (scandalizzando proprietari e commessi col chiedere  riduzioni su i mocassini di cuoio e sulle camicette di  seta), è apparsa a Caracalla per Aida salutando  Ingrid Rossellini Bergman (Ingrid Bergman) che sedeva due file più indietro: e sempre, puntualmente,  interpretava un ruolo di  giovane viaggiatrice entusiasta.
C’è stato, infine, il  pranzo con Robert Taylor. Chi, sabato sera, si fosse trovato a passare davanti la chiesa di San Carlo al Corso, o  nell’angolo tra via Tomacelli e l’Augusteo, avrebbe  avvertito subito un’emozione  diffusa, anche se contenuta.  Passavano le massaie anziane, che, rimessa in ordine la  cucina, escono dalle torride  case di via delle Carrozze o di via del Pozzetto, ed in  piccoli gruppi vanno a  prendere il fresco, verso il fiume; e le domestiche con il cane; e gli sportivi dei bar, e gli  innamorati; e le famiglie  complete; e quei vecchi isolati, con le dita strette intorno  alla pipa; e quei bambini  isolatissimi, con le dita  affondate nei calzoncini kaki.  Passavano eccitati, allegri, con la curiosa sazietà di chi ha assistito alla partita di  calcio o al film di passione: «Aveva le unghie rosso  fucsia... Aveva un gabardin, con le spalle imbottite... I  bambini tali e quali a lei...  Adesso arriva la moglie di lui... Perché non le hanno fatto fare Rossella, in Via col vento? Era cosi adatto, dodici anni fa, perché ora il tempo è passato per tutti, ma i lineamenti... Gli occhi blu... i capelli  biondi... Le fettuccine... Lui  mangiava fettuccine... Lei  mangiava fettuccine...». E difatti, in un famoso  ristorante che è traboccato, coi suoi tavoli, fin nel  porticato di piazza Augusto  Imperatore, nascondendoli  dietro una siepe di bambù in casse di legno, Rita  Hayworth stava mangiando  fettuccine, con forchetta e  coltello, tra Robert Taylor, che volgendo la schiena al  pubblico le mangiava usando forchetta e cucchiaio, i due figliastri, il signore e la  signora Charles Widor. Era vestita di grosso merletto bianco, il viso abbronzato e lucidissimo, un solo anello con sigillo all’anulare della sinistra, un ventaglio, una brutta borsetta a manico di canna: ogni tanto, posando le posate, si faceva fresco, o tirava fuori lo specchio, o  accendeva una sigaretta,  erano tre movimenti fissi,  prevedibili, che, pur così  calcolati, tradivano l’ansia di chi si sente osservata.
Una seconda siepe, ed  assai più fitta, stava, difatti, dietro i bambù, e le voci ne uscivano filtrate, lente,  monotone: «Rosso fucsia... tali e quali a lei... la moglie di lui. Rossella... Rhett... il tempo... blu... biondi...». E gli altri avventori della  trattoria fingevano di non  accorgersene, di comportarsi con indifferenza, il vecchio proprietario appariva ogni tanto a rimescolare qualche salsa, ad accendere qualche omelette, certe ragazze  secche in cappellini ambiziosi ostentavano un’ allegria di collegiali stizzite, e le  grasse signore romane che  lasciavano i loro posti  all’interno del locale per  contemplare i due divi si fermavano sulla soglia manovrando  occhiali ed occhialini quasi per cercare una conoscente. Rita mangiava intanto filetti di tacchino, e li tagliava con garbo nel piatto del  figliastro minore che la guardava adorante. Il dorso di Taylor era rigido, anche lui doveva sentire il peso degli sguardi finché una voce di donna lo fece trasalire, benché non  capisse, tanto era viva, acre di un desiderio carnoso: «Ah bello, ah bello, e vòltati! Ma lui mangia!». Ci fu il  rumore di un bacio. E subito  dopo qualcuna, dietro i bambù, ordinò: «Nonna! Chiamate nonna! Quella poverella sta in casa, e non sa...». Come se avessero aspettato sol quel segnale, i dodici preti seduti ad un tavolo lontano  intonarono la Irish Lullaby, e Rita li ascoltò, battendo il tempo col dito, mentre  l’omelette si freddava. Poi  applaudi, e le ragazze secche, di colpo, si alzarono, vennero verso di lei con i menù, perché li firmasse. Era la fine. Perdendo ogni ritegno le signore grasse, la guardarobiera, tutti i  commensali, si alzarono  contemporaneamente alla comitiva di Rita, l’accerchiarono. Lei sorrise, agitò la mano,  raggiunse la soglia, e poi con un movimento incantevole tornò indietro, quasi avesse dimenticato qualcosa sulla tovaglia: furtivamente colse uno stuzzicadenti e con  quello, in una luce di apoteosi, sparì.
Irene Brin