Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2019  aprile 14 Domenica calendario


Freccero vuole sostituire a Pechino Express Costantino della Gherardesca con Simona Ventura

L’insurrezione popolare ricorda la Rivoluzione francese, se non che questa volta è a favore dell’aristocrazia. Nella Bastiglia di Twitter impazza l’hashtag #nocostanopechino. Costa è Costantino della Gherardesca Verecondi Scortecci, sicuramente il conduttore con più cognomi della tivù italiana e forse anche quello con più ironia e congiuntivi; Pechino è ovviamente Pechino Express, il programma con il quale ha finito per identificarsi (e viceversa). Come al solito, non c’è nulla che gli italiani prendano più sul serio delle frivolezze.
L’obiettivo della mobilitazione è lasciare Costa a Pechino e Pechino a Costa. L’oggetto della pubblica esecrazione, il direttore di Raidue, Carlo Freccero. Questo visionario vintage folgorato sulla via del sovranismo è colpevole di aver annunciato, in un’intervista a Oggi, la sua volontà di sostituire della Gherardesca con Simona Ventura. Motivazione tipicamente frecceriana: «Perché in quella gara ci sono molte coppie giovani, e lei è una sorta di zia che saprà trattare i concorrenti con aria materna, come una di famiglia» (e qui la parità di genere obbliga a ricordare che pure Costa ha qualcosa di ziesco, nel senso di vissuto e saputo, anche se disgraziatamente non abbiamo mai avuto uno zio con tale uso di mondo...).
Poi Freccero ha parzialmente fatto retromarcia. Ha annunciato che il turn over pechinese «è solo un’ipotesi di lavoro», ma ha confermato «che farò il nome di Ventura quando presenterò i nuovi palinsesti all’ad Salini». Nel frattempo, è partita la sollevazione social. E qui c’è solo l’imbarazzo dell’invettiva. Si va dall’icastico «Costantino è Pechino!» alla rima «Freccero guardatelo tu Pechino senza Costantino», dal raffinato «Non rendiamo kitsch ciò che è chic» all’apocalittico «Senza Costa Pechino sarebbe il simbolo del nostro viaggio a ritroso verso il Terzo mondo».
E lui? Il nobiluomo, murato vivo dal suo ufficio stampa, tace o quasi. Si limita a ironie da esploratore con studi a Eton già quasi nel pentolone dei cannibali («Sono sicuro che la rete avrebbe informato prima me dei giornali, sia per una questione di carattere professionale che umana e, banalmente, di educazione»), poi cede alla commozione: «Nulla è ufficiale, ma il vostro sostegno sta riuscendo a commuovere perfino la mia arida anima. Grazie. VVB» (Vi Voglio Bene, I suppose).
Certo che Costa e Pechino Express sono un’entità duale, inscindibile, tipo Cip e Ciop o Conte e la pochette. Le sette edizioni, il Costa le ha fatte tutte, la prima da concorrente e le altre sei da conduttore, con una media di share, nell’ultima, di uno 0,5% più alta di quella di rete. Ed è andato benissimo anche Apri e vinci, il quiz a domicilio tipo «mettete Costantino nel vostro tinello». Conduttore che vince si cambia, però.
Il sospetto è che ci siano anche motivazioni politiche. Il nobiluomo insiste a postare su Facebook dei video di Lia Quartapelle, deputata Pd, o a vergare sul Foglio dei consigli per la rifondazione democratica del look di Zingaretti & Co. Insomma continua a comportarsi da quel radical chic che è (e pure élite, kasta e quant’altro di imperdonabile). E in Rai, si sa, è molto più grave fare opposizione che fare fiasco.