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 2019  marzo 30 Sabato calendario

Giulia Bongiorno, da Andreotti al salvinismo

Ci è arrivata addosso come un irritante prurito da grattarsi via l’espressione “donna isterica” della signora ministro leghista Giulia Bongiorno che, unica in Italia, aveva incarnato la donna emancipata di destra. Si tratta comunque di un brutto linguaggio, che in un avvocato è anche un immaginario punitivo, di un eloquio-deliquio andato a male forse per contagio o forse per autointossicazione. Ma che non sia un isolato spasmo lessicale lo si capisce solo mettendolo insieme a tutto il resto, alla lenta dissipazione cioè della bella immagine di donna di destra liberata che ci aveva conquistato tutti, proprio perché ci sembrava l’avverarsi di un sogno impossibile nell’Italia delle cortigiane di Berlusconi, delle quali si sospettava e si denunciava il possesso di una sola virtù, quella estetico-sessuale che le degradava a Favorite, deputate del Centrodestra perché «la patonza deve girare». È dunque un grande, sincero dolore assistere ora al naufragio di questa novità storica della femminilità italiana di destra nel ruolo drammatico di falsa coscienza della Lega che, per cominciare, nelle denunzie per violenza sessuale vuole appunto «distinguere la donna isterica».
Nonostante l’ambizione dichiarata di «dire molto parlando poco» e una certa impalpabilità fisica fatta di distanza e di pallore, Giulia Bongiorno è stata anche la più popolare avvocato penalista, altra figura di donna pochissimo italiana, figlia di due importanti padri, Giulio Andreotti e Franco Coppi, due Geppetto per un’inedita Pinocchio. Con loro capì che «non puoi fare l’avvocato senza un fisico bestiale». Ma fu soprattutto Andreotti, «solo contro il mondo che lo voleva a tutti i costi mafioso», che le insegnò il coraggio. Da lui ha imparato anche la forza del trasformismo che Benedetto Croce innalzò nella sfera dello Spirito italiano come «fonte di tutte le libertà». È stata infatti, con Alleanza nazionale, l’avvocato di Gianfranco Fini. Poi lo ha tradito per Mario Monti. E infine è arrivata alla Lega. Tradiva, è vero, ma non si tradiva perché il tradire, lo spostarsi, prima di Salvini mai l’aveva costretta a consegnarsi a nuove fedi. E deve la sua popolarità soprattutto al processo di Perugia che, con la tv, la faceva ogni giorno entrare nelle case degli italiani e, alla fine, la infilò anche dentro una canzone: “voglio avere l’avvocato / di Andreotti e Amanda Knox”. Fu più flop che pop anche perché il rapper J-Ax si confuse,o forse adattò la verità alla sua metrica, visto che la Bongiorno non difendeva Amanda ma Raffaele Sollecito.
Diceva a quel tempo: «Nelle carte di ogni processo c’è almeno una pagina che fa vincere l’imputato. Il problema è trovarla». Difensore di Totti, che in campo aveva sputato all’avversario, riuscì, nonostante l’evidenza, a fargli ridurre la squalifica permettendogli così di giocare in Nazionale.
Ecco, in Italia queste imprese non sono da femminucce. «Lei ha le palle» le dissero una volta. E la Bongiorno: «Grazie, non mi servono». È dunque un altro dolore scoprire che, giorno dopo giorno, sta diventando, svendendo questa sapienza e questa dottrina fieramente femminili, l’ avvocato politico e culturale e la foglia di fico morale del peggiore machismo italiano, quello di Salvini appunto, alla cui pistola facile ha fornito la retorica, che è il mal di parola nazionale, e con essa i tipici trucchi linguistici che intrappolano i fatti: «Nella legge si stabilisce il diritto di respingere il ladro e non di sparare al ladro» ripete. E non tutti capiscono che la differenza tra “respingere” e “sparare” è pretestuosa nella legge sulla legittima difesa. Respingere con le mani nude o con gli urli o con gli sputi non è reato e non porta a processo, non produce né «lesioni gravissime» né «la morte». E infatti la Bongiorno ha condiviso l’abbraccio a 4 sparatori e non a quattro pugili che Salvini ha portato in Senato; e ha approvato la visita di solidarietà in galera a un imprenditore armato, che non è potuto andare anche lui in Senato solo perché era appunto in carcere con una condanna definitiva per tentato omicidio: «Salvini ha fatto benissimo perché così dimostra che la legge sta sempre dalla parte della vittima».
E ha una dedizione speciale per questo suo nuovo leader: «Sì è vero, sono stata io a convincerlo a non rinunciare all’immunità per il caso Diciotti». È la ghostwriter che gli scrive gli articoli ogni volta che c’è bisogno di un’uscita di sicurezza. Single e con un bimbo, sul convegno anti femminista e omofobo di Verona si esprime solo con fasi evasive: «Non vivo di pregiudizi». Sono risposte che nascondono il pensiero ma ne svelano la coda di paglia.
Ed è uno spasso vederli uno accanto all’altro, la palermitana e il lumbard, Matteo e Giulia che nel 2007 con Michelle Hunziker creò la Fondazione Doppia Difesa a sostegno delle donne che subiscono abusi, con Francesco Totti, Federica Pellegrini, Nek, Silvia Toffanin e Anna Tatangelo per testimonial.
Adesso c’è invece Salvini e solo Salvini. Con lui, mano sul cuore, la ministra leghista mima inconsapevolmente la sindrome di Stoccolma: prigioniera del leader razzista che chiude i porti ai neri: «Non c’è un allarme razzismo in Italia – dice – ma un allarme caos». Ministra delle Funzione pubblica vuole prendere le impronte digitali agli impiegati fannulloni ben oltre il fantuttone Brunetta. Propone la biopolitica contro l’assenteismo e la farmacologia della castrazione chimica contro i pedofili che è la punizione corporale, roba da Califfato leghista.
Donna in mezzo ai maschioni leghisti abbassa il senso della sua battaglia in difesa della donna nel momento in cui finge di esaltarla, fa la mosca bianca proprio come il senatore nero Toni Iwobi che indossa il fazzoletto verde e vuole difendere gli immigrati cacciandoli. E così la femminilità liberata di destra, la nuova figura senza più modelli ideali che ci aveva affascinato, si dissolve sulla porta del Pantheon. Ci sono ancora e solo gli stereotipi chiocce e pollastre, amazzoni e lupe – che si attaccano alle donne italiane di destra come un’edera.
Si va da Margherita Sarfatti ad Assunta Almirante, alla quale il marito diceva come complimento «non sei una donna», passando per le soldatesse di Mussolini, le camicette nere, le ragazze di Salò... sino alle Olgettine: chimere, valori negati, anime perse.