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 2019  marzo 27 Mercoledì calendario


Biografia di Tinto Brass

Tinto Brass (Giovanni B.), nato a Milano il 26 marzo 1933 (86 anni). Regista. Sceneggiatore. «Sul piano etico il culo è più onesto della faccia: non inganna, non è maschera ipocrita. […] Sillogismo aristotelico: tesi, “Il culo è lo specchio dell’anima”; antitesi, “Ognuno è il culo che ha”; sintesi, “Mostrami il culo e ti dirò chi sei”» (a Giancarlo Dotto) • «Da bambino trascorrevo molto tempo a disegnare. Un giorno mio nonno disse: “Abbiamo un piccolo Tintoretto in casa”. Da Tintoretto si passò a Tinto, e questo soprannome non mi ha mai abbandonato» • Ascendenze ebraiche e russe da parte della nonna paterna • «Mia nonna era russa di Odessa e studiava Medicina a Parigi, che all’epoca per una donna era il massimo della trasgressione. Lì conobbe mio nonno, Italico, famoso pittore veneto e collezionista. Anche per questo sono di formazione figurativa più che narrativa. Ero bombardato da immagini: l’arredo urbano, le chiese, i quadri, Bosch, i surrealisti. […] Mio padre era fascista, vice-podestà di Venezia, e fece la Marcia su Roma. Era un brillante avvocato penalista, e, malgrado l’inevitabile conflitto generazionale, andavo di nascosto ad ascoltarlo in tribunale per goderne l’oratoria. Tra gli altri, difese Hugo Pratt, papà di Corto Maltese e suo caro amico» (a Roberto Alfatti Appetiti). «I primi amori ancillari li ho avuti ad Asolo, dov’eravamo sfollati per la guerra. Avevo 12 anni. Non mi ricordo se era il culo della Emilietta o di un’altra delle tre donne di servizio, tutte bellissime. Le infilavo una mano nelle mutande mentre mi puliva le scarpe. “Ma no, signorino, cosa fa?”. “Tasi, tasi, continua a lustrare”» (a Stefano Lorenzetto). «Mio padre […] a 14 anni m’ha fatto rinchiudere nel manicomio di San Clemente a Venezia, non ricordo più per quanto tempo, per via di una personalità che giudicava poco equilibrata. Mia madre invece era una donna succube, che non mi ha mai capito e mi considerava un irrealizzato» (a Raffaele Panizza). «A 16 anni ho scoperto le prostitute. A Venezia c’erano 33 cinema e 33 casini. Passavo regolarmente dal buio della sala all’antro scuro della puttana». «“Papà […] vigilava su una famiglia fascista, ma relativamente libertaria. I soldi per andare al bordello, li ricavavo dal ‘furto’ dei suoi libri. Un giorno entra dal rigattiere, ne apre uno e trova la sua sigla”. Si arrabbiò? “‘La prossima volta chiedimeli’, così disse. Il Paese era un po’ rigido, la necessità di frequentare assiduamente i casini irrinunciabile. Tra me e mio padre i rapporti furono alterni. I miei mi cacciarono di casa. Cambiarono le serrature. Mi consideravano un irrecuperabile. Litigammo: ‘Spero di non vedere più la tua faccia da stronzo’. Per anni papà è stato un estraneo. Sono andato a trovarlo prima che morisse. Sapevo di dovergli dire qualcosa di importante, ma non lo feci. Se ne andò poco dopo. L’ultimo pianto della mia vita”.  Sua madre?  “Non andai neanche al funerale. Non credo nella liturgia del rapporto di sangue. Ci si piace, ci si detesta, non ci si sceglie, soprattutto”» (Alessandro Ferrucci e Malcom Pagani). «Poi a Padova hanno cominciato a chiudere i casini, così mi sono trasferito all’Università di Ferrara, dove invece resistevano». Laureatosi nel 1957 in Giurisprudenza con una tesi sui «Rapporti di lavoro con imprese della produzione cinematografica», poco dopo «scappò a Parigi, senza una lira in tasca: “In treno, di notte, feci l’amore con una ragazza in uno scompartimento pieno di gente. Partii dopo aver scritto una lettera a Buñuel, che non credo sia mai arrivata. Trovai da lavorare alla Cinémathèque française come archivista”» (Edoardo Sassi). «Lavorando al casellario della Mostra di Venezia, avevo conosciuto una collaboratrice di Henri Langlois, il fondatore della Cineteca. Sono andato a trovarla nel 1957. Mi hanno preso per uno stage e ci sono rimasto tre anni. Mi occupavo anche delle proiezioni nelle scuole, vedevo fino a sei film al giorno. Quando è arrivato Roberto Rossellini ho collaborato al montaggio del suo documentario sull’India. Un periodo favoloso: si respirava l’amore per il cinema e ho scoperto la passione per il montaggio» (a Maria Pia Fusco). «“Libertà. Invenzione. Divertimento. Le proiezioni alla Cinémathèque. Le notti a parlar di cinema chiudendo i bistrot con Chagall. Le cene con Truffaut, Godard e la banda di belle speranze chiamata Nouvelle vague”. Chi preferiva? “Truffaut era disimpegno, Godard rabbia. Uno più allegro, l’altro più interessante”» (Ferrucci e Pagani). «Nel ’60 sono tornato in Italia come aiuto di Rossellini per Il generale Della Rovere. Mi piaceva, ma mi mancava il contatto fisico con la pellicola. Ho cominciato a fare il regista proprio per aver il materiale da montare in moviola». «L’aggettivo che la critica adotta in maniera concorde per definire l’opera prima di Tinto Brass, Chi lavora è perduto, del 1963, è “anarchico”: il film pare contenere una rabbia, uno spirito di rivolta e di rifiuto di ogni forma di stabilizzazione sociale, ideologica, istituzionale, tale da apparire diverso da tutta la produzione degli altri esordienti. […] In primo piano c’è una storia fatta di tanti segmenti in parte irrelati tra loro, come scomposta è la vita del protagonista. Brass, a suo modo, cerca di raccontare come l’alienazione sia ormai un male diffuso e lo fa sorridendo e seguendo il suo protagonista, che deambula per le calli di Venezia ripetendo la frase “Che stanco che so’”. Le opere successive sono destinate a deludere le attese di una critica che avrebbe puntato non solo sulle capacità professionali di Brass, ma anche sul mondo da esprimere che il suo primo film racchiudeva e prometteva. Lo sfondo non è scomparso, ma ha assunto un ruolo sempre più indefinito, e il regista ha sfumato la sua carica di protesta, firmando non poche cambiali in bianco e ipotecando gran parte della sua intelligenza in cambio dell’ascesa nei cicli della produzione. Il secondo lungometraggio (Il disco volante, 1964) è tuttavia opera di tutto rispetto per molti versi inquietante e profetica, per altri dotata di umori e aromi sconosciuti nello stesso calderone della commedia, ed è uno dei film più significativi per capire i mutamenti prodotti dall’avvento del miracolo economico sull’Italia contadina e in particolare sul Veneto, colpito da un benessere che ne sconvolge tutti i paradigmi morali, religiosi ed economici. E Sordi regala a questo film quattro ruoli diversi, quasi volendosi confrontare con il grande Guinness. Il terzo film è un lavoro di montaggio e documentazione di tutti i grandi fenomeni rivoluzionari di questo secolo, dal titolo Ça ira (II fiume della rivolta). Il fiume di immagini trasmette l’idea di fondo del regista sul concetto di rivoluzione, ma lo fa trascinando materiali ideologicamente assai limacciosi. Poi la carriera del regista segue un suo cursus produttivo, mescolando ideologia, erotismo, violenza, facendo emergere una curiosità crescente per motivi sado-masochisti» (Gian Piero Brunetta). I problemi con la censura, insorti già a partire dalla prima pellicola, «si accentuano con […] L’urlo, altra decisa provocazione antiborghese, realizzato nel 1968 ma dissequestrato solo nel 1974. Seguono Dropout (1970) e La vacanza (1971), in cui dirige la coppia F. Nero e V. Redgrave, in due vitali e ispirate storie di antieroi matti ed emarginati. Cineasta fino a quel momento atipico e “impegnato”, dalla metà degli anni ’70 si lascia gradualmente trasportare dal suo gusto per la dissacrazione e lo sconvolgimento delle regole precostituite verso il filone erotico. All’inizio, con Salon Kitty (1975) e con il rinnegato Io, Caligola (1979), in forme non sguaiate e “tutelato” da prese di posizione antimoralistiche; poi in modi sempre più espliciti, a partire da La chiave (1983) tratto molto liberamente dal romanzo di J. Tanizaki, in cui recupera una semi-dimenticata S. Sandrelli mostrandola carnale e disinibita» (Gianni Canova). «La dimensione soft-porno è legittimata dalla qualità dell’opera di riferimento e dall’impegno registico, che si nota non solo nelle scene degli incontri ravvicinati dei corpi ma nelle riprese en plein air di Venezia, che ci appaiono tra le più affascinanti e sofisticate del cinema che ha portato la macchina da presa nella città dei Dogi. Brass è il profeta e la guida verso i paradisi dell’eros del cinema italiano, e tutta la sua filmografia degli anni Ottanta si specializza sempre più e subisce un processo di progressiva fecalizzazione su primi piani e dettagli di seni prosperosi e incontri sempre più ravvicinati con gli organi sessuali e le prospettive di giganteschi sederi femminili la cui superficie deborda regolarmente dai limiti dello schermo. Per lui Venere è solo Pandemia. Miranda, Capriccio, Snack Bar Budapest, Paprika: […] vere e proprie operazioni di nostalgia e inni alla civiltà scomparsa delle case chiuse. Brass realizza un tipo di soft-porno che si può considerare l’equivalente sofisticato delle riviste in carta patinata per soli uomini. I corpi femminili vengono disposti all’interno della scena non tanto avendo come modelli i menù della nouvelle cuisine, quanto adottando una formula casalinga, qualcosa di mezzo tra i fast-food e la trattoria per camionisti. Brass, soprattutto a partire da Miranda, gioca sulla quantità e non dissimula un proprio divertimento personale. […] Tra le sue ultime opere. Monella del 1998 e soprattutto Senso ’45 (2001), che pare segnare un ritorno delle sue ambizioni registiche. che vengono esibite nell’irriverente e quasi blasfemo confronto con Rossellini (di cui viene citata la scena della morte della Pina di Roma città aperta), Visconti, Kubrick, Fellini, ma anche nella cura nella ricostruzione dell’ambiente veneziano negli ultimi mesi di Salò, nella ridefinizione visiva del contesto in cui ambienta la sua rilettura della novella di Boito, reintegrandone la forte componente erotica originaria, che era invece stata pressoché eliminata da Visconti» (Brunetta). «I due film successivi, Fallo! (2003) e Monamour (2005), non aggiungono grandi novità al corso preso dalla sua filmografia» (Canova) • «“Il cinema d’autore, quello che incitava alla rivoluzione e all’uomo nuovo, l’avevo rinnegato in fretta, dopo il mio primo film. Non c’è rivolgimento – avevo capito – che non porti alla sostituzione di un potere costituito con un altro potere costituito. Cambiavano solo le insegne: il sangue a terra rimaneva comunque. L’unica rivoluzione che non ho rinnegato è quella sessuale”. Non ha mai avuto nessun pentimento? “Mai. Sono stato un regista che curava l’immagine. Gli altri urlavano di voler cambiare il mondo: a me era sufficiente provare a renderlo un luogo più lieto”» (Pagani) • «Ventisei film su ventisette censurati: tutti tranne La vacanza, del ’71, con Franco Nero e Vanessa Redgrave, che vinse il premio della giuria a Venezia». «“Ho avuto più problemi io con la censura che Niki Lauda con le curve della Formula Uno. Fin dal primo film, del ’63, In capo al mondo. Incappo in un magistrato severo. […] Visiona il film, e poi mi dice: “Lo rifaccia, Brass, lo rifaccia”. Aveva trovato il film contrario alla Costituzione, alla religione, alla morale, alla famiglia e non ricordo più a cos’altro…”. E lei? “L’ho lasciato uguale, tale e quale. E l’ho ripresentato con un altro titolo [Chi lavora è perduto – ndr]. E il film è passato. Perché la censura non solo è bigotta, ma anche stupida”» (Cesare Lanza) • Due figli, Beatrice e Bonifacio, dalla prima e amatissima moglie, Carla Cipriani (1930-2006) detta «Tinta», figlia di Giuseppe Cipriani (1900-1980), il fondatore dell’Harry’s Bar di Venezia. «La conobbi proprio lì, e la invitai al cinema a vedere Chaplin. Lei si aspettava un bacio: io avevo gli occhi fissi sullo schermo. Ci rifacemmo. La sposai a Venezia nel 1957». «Per 50 anni mi sono addormentato felice, con le mani nelle sue chiappe. Sogni d’oro e potenti erezioni. Mai avuto bisogno di Viagra con lei. Un culo da vertigine». «“La verità è che molti dei miei personaggi femminili li ho modellati proprio pensando a mia moglie, donna assolutamente libera e scopatrice intrepida. […] Quando scrivevo una scena erotica e gliela facevo leggere, a lei pareva sempre troppo casta. E aggiungeva particolari”. […] Lei e sua moglie vi dicevate “Ti amo”? “No, non ce lo siamo mai detto. L’amore era il vivere stesso, onorato con così grande entusiasmo”» (Panizza). «Sua moglie non era gelosa quando copulava con le attrici? “Eh, eh, copulavo… No, l’unica cosa che mi diceva quando rincasavo era: ‘Ti sei lavato le mani?’. Era gelosa del sentimento. Non avrebbe tollerato che passassi dieci sere con la stessa donna. Ma a dieci sere con dieci donne diverse non faceva caso”» (Lorenzetto). Nel 2017 si è sposato in seconde nozze con l’avvocato Caterina Varzi (classe 1961). «Dopo averla adocchiata nello studio legale di una società di produzione cinematografica, il regista l’ha voluta nel 2009 come protagonista di un cortometraggio, Hotel Courbet, eleggendola “musa ermeneutica” e seducente compagna di vita. Un legame che ha messo radici sotto altre forme dopo il 16 maggio 2010, quando Brass è stato colpito da un ictus che gli ha cancellato di colpo la memoria. Da allora lei è diventata l’“indispensabile, generosa, forte, amabile Caterina. Mi ha fatto rinascere”. In che senso? “Mi ha riportato alla vita e alla memoria quando ero finito e pensavo di buttarmi giù dalla finestra dell’ospedale”. […] “Quando io non sarò più in grado di badare a me stesso, Caterina sceglierà per me la cosa giusta. Le consegno la chiave della mia vita, sicuro che lei la girerà al momento giusto”. Eutanasia? “Sì, voglio essere libero di decidere come morire, prima di perdere la dignità. Abbiamo un patto molto forte. […] Se mi venissi a trovare in una condizione grave e irreversibile, è giusto staccare la spina”» (Andrea Pasqualetto) • Nel settembre 2017, «subito dopo il matrimonio, al quale i parenti di Brass non erano presenti, Bonifacio si è rivolto al giudice di Roma per chiedere un amministratore di sostegno da assegnare al padre […] in modo da evitare dispersioni. E fa l’esempio di alcuni quadri che sarebbero spariti e della gestione dell’archivio del padre, ritenuta troppo costosa. […] Il giudice ha dato ragione ai figli (a Bonifacio si è poi associata Beatrice) e […] ha nominato come amministratore “patrimoniale” la moglie, Caterina Varzi. Il suo nome è stato suggerito dagli stessi fratelli, nonostante con lei i rapporti siano sempre stati un po’ freddi se non proprio inesistenti. Il paradosso è che Varzi […] non è d’accordo. […] “Ho accettato, ma a muso duro, nel senso che di fronte alla decisione del giudice di nominare un amministratore ho pensato che quanto meno quell’amministratore dovessi essere io, per evitare intromissioni di estranei nella nostra vicenda umana”. […] La vicenda è ancora aperta. Tinto Brass, appoggiato dalla moglie, ha infatti incaricato una legale […] per impugnare la decisione del giudice. […] Il vecchio leone cerca conforto nell’antica Grecia: “Sofocle chiese al giudice una cosa semplice: dica lei se sono un folle. Non solo non lo condannarono, ma lo portarono a casa in trionfo. Non voglio dire altro su questi fatti incresciosi”. Qualche secondo di silenzio. Infine, un ruggito: “Basta: io me ne frego del mondo, delle sue regole e delle persone ingrate”» (Andrea Pasqualetto e Alessandra Troncana) • «Nella mia vita non ho avuto tanti amici, ma a tutti sono stato sempre fedele: a Roberto Rossellini in particolare, che è stato per me un maestro di cinema e di vita, e a Michelangelo Antonioni, con cui trascorrevo tutte la domeniche a casa mia. Eravamo molto legati, e considero il nostro rapporto una testimonianza totale di fedeltà» • «La tentazione cui il regista veneziano non riesce davvero a resistere sono i sigari. È un amore per cui, anni fa, perse letteralmente i sensi. “Wonderful performance”. Così disse sir Arthur John Gielgud, tra i più importanti attori shakespeariani d’Inghilterra, quando vide la reazione di Tinto Brass al suo primo vero cubano. “Eravamo a cena, durante le riprese di Caligola”, racconta il regista veneziano, “e mi offrirono un sigaro. Nonostante, all’epoca, fumassi quattro pacchetti di sigarette Gauloises senza filtro al giorno, l’esperienza fu drammatica. Ebbene, mentre parlavo con il mio attore Malcolm McDowell, assaggiai il cubano. L’effetto fu tale che finii con la testa nel piatto, perdendo i sensi. Fortunatamente a pochi passi c’era un mio amico zingaro, una sorta di guardia del corpo. […] Ci pensò lui a soccorrermi. Mi riempì la schiena di cazzottí violentissimi, e piano piano sono rinvenuto. Anche se un po’ m’è dispiaciuto perdere quelle visioni di giostre e caroselli che avevo nella trance. Gielgud non aveva capito niente: pensava fosse recitazione. Macché. Quella sera è nata l’avversione per le sigarette e il mio amore profondo per i sigari con tabacco Havana. Era il 1976”» (Gianni Valentino) • «La sua concezione del sesso rimane […] una delle poche rigorosamente laiche e libertarie e delle meno vissute all’ombra dei confessionali e dell’idea di peccato, di confessione, pentimento e ciclica ricaduta. Inoltre va riconosciuto a Brass il merito – non secondario – di concepire i suoi film unicamente per un pubblico cinematografico. Se anche questa fosse la sua sola virtù, sarebbe sufficiente a suscitare se non l’ammirazione e il plauso almeno un piccolo doveroso atto di simpatia» (Brunetta). «Da ex pittore, Brass è un perfezionista maniaco dell’immagine. […] Un regista vecchio stampo che mostra alle attrici come si fa. […] Brass è ossessionato dalla simmetria. Al comando della sua macchina da presa ha l’imponenza di un Horatio Nelson» (Dotto) • «Nel mio cinema non c’è una frattura tra un primo periodo serio, impegnato e militante e un secondo frivolo, leggero e superficiale. È sempre stata la ricerca di linguaggio ad appassionarmi. Perciò, a prescindere dalle suddivisioni cronologiche da parte della critica, nei miei film è il piano del significante che merita attenzione. […] I film li scrivo, li preparo, li giro stando dietro la macchina e li monto. Sono protagonista in ogni fase di lavorazione. […] Il montaggio imprime alla pellicola il mio stile personalissimo: è un momento fondamentale per la realizzazione del film. In questa fase le mie intenzioni, grazie al gioco dei dosaggi espressivi, acquistano la loro univoca chiave di interpretazione» • «Ha mai avuto rapporti con le sue attrici? “Sì, certo, ma non dirò con chi, non è bello”. Sandrelli, Serena Grandi, Francesca Dellera, Debora Caprioglio, Claudia Koll, Anna Galiena. Cosa le rimane? “Bei ricordi. Anche se la maggior parte di loro ha preso le distanze da me dopo aver fatto il film. Mi hanno rinnegato, ma l’avevo messo in conto. Solo la Sandrelli, Serena Grandi e Anna Ammirati si sono fatte sentire anche nei momenti difficili”. […] Lei ha sempre avuto l’aria del patriarca satanasso che non chiede molti consensi alle donne. Non ha mai pensato di esagerare un po’? “Si chiama tropismo animale. Io vado oltre solo quando sento di potermelo permettere”» (Pasqualetto). «Non basta un bel culo per far carriera se non c’è una mano che lo spinge avanti». «Le femministe hanno una passione per lei. “Una volta, a Napoli, in una manifestazione a favore della riapertura dei bordelli, Elvira Banotti mi rovesciò in testa un cesto di ghiande”. Pesante allusione. “È il cibo dei maiali… Mi piacciono i maiali, sanno fare bene l’amore”» (Dotto) • «Lei provò a convincere Sophia Loren e persino Gianni Agnelli a recitare per lei. “Non sono sicuro che Sophia non avrebbe accettato [per il ruolo di protagonista ne La chiave – ndr], ma Carlo Ponti, suo marito, grande produttore, fu categorico: ‘Ma sei impazzito, Tinto? Ma che hai, lo sperma nel cervello?’”. E con l’Avvocato? “Aveva fama di grande amatore. Inoltrai richiesta ufficiale perché partecipasse a L’uomo che guarda. In fondo, era tratto da Moravia. Mi rispose la segretaria: ‘Il dottore è molto impegnato’”» (Pagani) • «È vero che voleva portare in tv la culologia? “Verissimo. Roberto D’Agostino mi aveva omaggiato in Mutande pazze, e io pensai di proporre una rilettura della più soave delle visioni. Quella che porto nel cuore e nel cognome”. […] “Brass the ass”. Il Culo. “Il culo è più onesto della faccia, ma a volte il culo coincide con la faccia stessa. Poi, guardate, il mio caso è strano. È come se il cantico del culo avesse cancellato tutto il resto. Il cinema serio, la sperimentazione, la cultura, i miei inizi. Quando era direttore a Torino, Moretti mi chiamò per discutere del mio Chi lavora è perduto. Fu adorabile. Ci eravamo sempre combattuti. Avevo stroncato Il caimano e mi era scappato un giudizio poco benevolo sul suo cinema”. Cosa aveva detto? “Che aveva funzioni lassative. È stato spiritoso Nanni”» (Ferrucci e Pagani) • «Nerosubianco […] mi ha portato all’offerta della Paramount di fare la regia di Arancia meccanica, ma ho detto di no. Poi hanno chiamato Kubrick. Il suo è un capolavoro, ma il mio sarebbe stato più folle, avrei osato di più». «Ho 40 copioni che non mi hanno mai fatto girare: Odessa, i Borgia, un film su Gabriele D’Annunzio e la presa di Fiume… I produttori sono sempre stati bravi a sfruttare le mie ossessioni, a farmi girare ciò che era più conveniente per loro» • «Le fantasie senili sono frustranti? “Sono gioiose! E spesso mi vengono di notte, bellissime. Ma poi sul più bello di solito mi sveglio di colpo, perché mi scappa di andare in bagno”» (Panizza). «Che differenza c’è fra erotismo e pornografia? “L’erotismo sta alla pornografia come la fellatio sta al pompino. È una questione semantica, di linguaggio, non di lingua. Due modi diversi, uno mediato e uno esplicito, per raccontare la stessa cosa”. […] Aldo Grasso: “Tinto Brass, il De Mita del didietro”. Si riconosce nella definizione? “Non la capisco. Semmai, Re Mida del culo. Basta con questi sinonimi idioti! Sono stufo di sentir parlare di lato B. Io sono un regista di kulossal”. […] Del sesso telematico che cosa pensa?  “Non lo pratico. Xe virtuale. Io invece sono vizioso. Non ho internet, non navigo. Mi hanno mostrato che cosa si trova in rete. È stata una mortificazione. Fotocopie di vagine. Al massimo ti danno erezioni, non emozioni. Una leva meccanica”.  […] Che rapporto ha con i soldi? “Li spendo. Se xe tanti, me piase. Se xe pochi, no’ me ne frega un casso, li disprezzo. Non capisco quelli che non sanno come investirli. Ma quale materasso! Spendeteli, no? Seguite il consiglio di Wilhelm Reich: ‘La vita ha un unico scopo: essere vissuta’”. […] “Mi sono già scelto i due epitaffi per la tomba. Il primo l’ho rubato a un grande regista che frequentavo a Parigi, il figlio del pittore Pierre-Auguste Renoir”. Sentiamo. “‘Sarò Jean Renoir o niente. Missione compiuta’”. E il secondo? “È mio: ‘Fu vera gloria? Ai posteriori l’ardua sentenza’”» (Lorenzetto).