Corriere della Sera, 1 marzo 1910
Un triste dramma dell’alcoolismo
Ieri sera, verso le ore 20, i militi dell’Assistenza Pubblica milanese, trasportavano alla Guardia medica di via Oriani, una donna di mezza età, dall’aspetto operaio, cogli abiti e il viso insanguinati.Il dott. Dompè, che le prestò le prime cure, le trovò tre ferite al lato destro del collo, di cui due gravissime penetranti in cavità. L’arma feritrice aveva leso alcune importanti arterie e la disgraziata donna si trovava in gravissimo pericolo di vita. Perciò il dott. Dompè, dopo averle fatta una medicazione, la fece trasportare all’Ospedale Maggiore. I militi dell’Assistenza dichiararono che era certa Rachele Stefani, maritata Casagrande, d’anni 47, portinaia della casa n. 4 di via Laura Mantegazza. Raccontarono che la Stefani, venuta a diverbio col marito per questioni di interesse, era stata cosi ferita a colpi di forbice.Alle grida della disgraziata erano accorsi i vicini, poi la guardia in divisa Giuliani, della sezione V, che passava casualmente per via Mantegazza. La guardia Giuliani avrebbe arrestato il marito Gioacchino Casagrande e provveduto per i primi soccorsi alla Stefani.
Miseria ed alcoolDa informazioni da noi assunte risulta che la tragedia è un triste dramma.dell’alcoolismo. I Casagrande sono oriundi di Borgo Valsugana e vennero a Milano circa 10 anni fa. La moglie cercò subito di allogarsi come portinaia, mentre il marito, lavorante sarto, trovava impiego prima in via Ponte Vetero, presso l’Arca di Noè, poi presso la Società Anonima Vetture. Quest’ultimo impiego fu tenuto dal Casagrande per sei anni: attualmente egli però lavorava per la sartoria Noseda, in via Ospedale, n. 10, presso la quale era impiegato da circa tre anni. Nei primi anni la vita fu abbastanza facile pei due coniugi, poi i bisogni alimentarono perché la famiglia era diventata più numerosa: qualche disgrazia e qualche rovescio scoraggiarono il Casagrande e il periodo di tranquillità e di pace ebbe fine per sempre.L’operaio cominciò ti lavorare meno ed a passare il meglio del suo tempo nelle bettole e nelle osterie: ben presto il vizio fu tanto forte che anche la salute e le facoltà mentali del Casagrande ne risentirono danno e sei anni fa fu necessario ricoverarlo, in seguito ad un accesso di delirio alcoolico, per qualche tempo nell’Astanteria di via Lamarmora. La moglie rimasta sola, o pressoché, a sostenere il peso dell’intera famiglia, cresciuta ormai di quattro bocche, lottò coraggiosamente ed a lungo, ma un po’ per la vanità dei suoi sforzi, un po’ per il triste esempio del marito, finì per cedere e per cercare essa pure nell’alcool l’oblio e la incoscienza.
Il drammaFra marito e moglie le scenate erano piuttosto frequenti e raramente terminavano senza vie di fatto: il bastonato di solito pare fosse il marito, che il vino abbrutiva sino alla insensibilità. Spettatori spaventati ed inebetiti delle violenze coniugali erano quasi sempre i quattro figli, il maggiore dei quali ha 14 anni, mentre l’ultimo, una bambina, ne ha appena sei. Ieri le liti cominciarono assai per tempo. II Casagrande, che doveva digerire il vino bevuto la domenica, si trattenne a letto sin dopo le otto e non si recò al lavoro. Fu questa la causa prima della lite, che doveva finire poi tanto tragicamente.La donna lo rimproverò ingiuriandolo e, pare, anche percuotendolo con un mestolo: l’uomo reagì con le parole e forse anche con le mani ma poi mise fine alla bega allontanandosi. Verso mezzodì tornò per domandare del cibo, ma, vista la moglie più che infuriata, si allontanò nuovamente. Così fra una fuga e uno scambio di ingiurie trascorse tutta la giornata.Alla sera, poco prima delle 18, il Casagrande tornò nuovamente a casa e completamente ubriaco. La Stefani, che essa pure aveva assai bevuto, ebbe un nuovo accesso d’ira e si lanciò contro il marito percuotendolo fortemente col mestolo e poi, essendole questo sfuggito di ninno, con la scopa.II Casagrande si difese dapprima colle mani poi, ad un tratto, in un istante di bestiale accecamento, afferrò una grossa forbice da sarto e colpì la moglie ripetutamente al collo. Il fatto si svolse con rapidità fulminea, fra le urla ed i pianti dei ragazzi che assistevano terrorizzati. La vista del sangue fece rientrare in sé il Casagrande che, allibito, tremante, lasciò cadere la forbice e si cacciò le mani nei capelli, senza nemmeno pensare a soccorrere la moglie. La disgraziata, copertasi con le mani le ferite, si era lanciata sulla strada dove cadde rantolante. In suo soccorso intervennero alcuni passanti e la guardia di pubblica sicurezza Giuliani, che fece chiamare i militi dell’Assistenza pubblica milanese e provvide per le prime cure.
Ciò che dicono il marito ed i figliIl Casagrande, che ebete e indifferente dalla porta di casa aveva assistito a tutto senza nulla comprendere, quando l’agente Giuliani si avvicinò a lui, si riscosse come rinsensando e si lasciò arrestare senza fare resistenza. Curvo, coi baffi rossi spioventi, le orbite profondamente incavate e le mani tremanti, seguì docilmente e piangendo l’agente che lo teneva pel braccio e lo condusse alla V sezione, dove fu interrogato dal delegato Castello. Per quello che ci è stato possibile sapere, il Casagrande avrebbe, più o meno esattamente, narrato la storia sua così come l’abbiamo noi raccontata e dato notizie particolareggiate sulla scena che precedette l’assassinio.Confessò di ubbriacarsi spesso e denunciò che uguale vizio aveva la moglie, aggiungendo di non aver mai saputo comprendere come ella potesse procurarsi i denari necessari per bere. Disse che tale fatto era stato causa di liti e di scene di gelosia da parte sua: in complesso, però, della sua famiglia parlò con amore, dei figli specialmente, deplorando di essersi lasciato trascinare a tanto. L’arrestalo ritiene che le ferite della moglie non siano gravi e ne domandò ripetutamente notizie; mostrò anche di preoccuparsi assai di ciò che sarebbe avvenuto dei figli e richiese a chi erano stati affidati.Mentre in questura i funzionari interrogavano il Casagrande, una scena pietosa avveniva nella portineria di via Laura Mantegazza. Il figlio Luigi, rimessosi alquanto dallo spavento, raccoglieva la forbice insanguinata e la nascondeva sotto il letto. Gli agenti, che si recarono poi sul luogo della tragedia per le pratiche di legge, riuscirono solo dopo molte insistenze a farsi consegnare l’arma dal disgraziato giovinetto che pensava, sottraendola, di giovare al padre. I figli, interrogati dagli agenti, hanno ricostruito alla meglio la scena, insistendo nel dar ragione al padre, ed accusando la madre di frequenti brutalità verso il marito.