Corriere della Sera, 28 maggio 2017
Roma, parcheggiare in doppia fila è reato
È la prima volta che accade in Italia ma a questo punto altre Procure potrebbero seguire la strada intrapresa dalla Capitale. Secondo la municipalizzata dei trasporti romani (Atac) a un migliaio circa di vetture pubbliche l’anno capita di vedersi sbarrata la strada da guidatori apatici o indifferenti. I vigili in strada sono meno di quelli che servono. La multa non sempre arriva. E il rischio di lasciare per un po’ l’auto in doppia fila, qualche volta, pare calcolato. Pare. E infatti da almeno un anno a questa parte i magistrati della Procura di Roma hanno deciso di intervenire. E di contestare, nei casi più gravi, il reato di interruzione di pubblico servizio.
Quali sono i casi più gravi? È sufficiente che il guidatore di un’auto privata abbia impedito il passaggio di un mezzo pubblico per almeno trenta minuti, senza possibilità di un percorso alternativo, a configurare il reato per il quale il codice penale prevede da sei mesi a un anno di reclusione. E questo vale anche per l’ostruzione prolungata ad altre attività come raccolta rifiuti, soccorsi, emergenze.
Da quando la Procura ha deciso d’intraprendere questa linea sono già una decina i guidatori mandati a processo di fronte al giudice monocratico (nessuno ancora arrivato a sentenza). Ad occuparsene è il procuratore aggiunto Paolo Ielo, che coordina il gruppo che indaga contro i reati di pubblica amministrazione e la cui scrivania è invasa ogni settimana da un centinaio di segnalazioni provenienti dagli uffici dell’Atac. Ma cosa fa scattare queste segnalazioni? Dall’azienda romana dei trasporti spiegano che l’interruzione del percorso di un mezzo, anche per pochi minuti, prevede che l’autista compili un documento di servizio nel quale attesta per quale ragione la corsa è stata ritardata. Nel documento sono riportati i dati essenziali di questa interruzione, fra cui la vettura (completa di numero di targa) che ha intralciato il percorso. Il documento finisce negli uffici competenti dai quali, ora, si procede a segnalare in Procura i casi più gravi. Dall’utilitaria che il 4 marzo scorso ha bloccato per tre ore il tram a Centocelle all’auto che il 28 febbraio, per un’ora e mezza, ha impedito la circolazione al quartiere Trieste.
L’associazione
«La memoria del ministro confonde la sicurezza con la motivazione politica»
Altri dati aiutano a capire l’entità del fenomeno. Nel 2018 la polizia municipale ha elevato 615 mila contravvenzioni per intralcio alla circolazione in tutte le sue declinazioni, dai passaggi pedonali alle corsie preferenziali, dall’occupazione delle aree di carico e scarico merci agli incroci stradali e agli spazi per disabili. Ma la metà di queste multe riguarda proprio il restringimento o la totale ostruzione di carreggiate per veicoli pubblici e nei casi più estremi l’interruzione del servizio.
Il resto è cronaca di episodi emblematici. Dal tram della linea 3 bloccato a tarda sera in prossimità del Verano e liberato dopo un’ora dai suoi stessi passeggeri che hanno sollevato di peso la Toyota che impediva il passaggio, all’Audi lasciata all’ora di pranzo nel centro dei binari della linea 19, zona piazza Risorgimento, diventata un soggetto per le foto di decine di turisti.
MILANO La Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato si è già espressa per il no (16 voti a 6). Ma il verdetto definitivo è quello del 20 marzo, quando sulla richiesta di processo per il ministro dell’Interno Matteo Salvini per il presunto sequestro di persona dei migranti trattenuti sulla nave Diciotti si esprimerà l’Aula di Palazzo Madama.
In vista di questo appuntamento, l’associazione «Italia Stato di diritto», composta da docenti di discipline giuridiche e avvocati, ha inviato a tutti i senatori un contributo che si condensa in una conclusione sfavorevole a Salvini: «Sulla base degli stessi elementi illustrati dal ministro nella sua memoria difensiva non emergono quelle circostanze eccezionali, inerenti alla salvaguardia di interessi primari dello Stato, che sole, secondo la giurisprudenza costituzionale, potrebbero giustificare il diniego di autorizzazione».
Il documento firmato dalla presidente Simona Viola e dai professori Eugenio Bruti Liberati, Fabrizio Cassella, Dino Rinoldi e Aldo Travi, parte ricordando che l’autorizzazione può essere negata solo se il ministro ha agito «per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante» oppure per «il perseguimento di un preminente interesse pubblico». Secondo i giuristi, entrambe queste scriminanti non sarebbero ravvisabili nella decisione di trattenere sulla Diciotti, privandoli per sei giorni della libertà personale, 177 migranti.
L’associazione
«La memoria del ministro confonde la sicurezza con la motivazione politica»
«Riteniamo che sia patrimonio giuridico comune nello Stato di diritto che i motivi di sicurezza nazionale che possano “giustificare” la violazione della legge penale da parte di un’autorità di governo devono essere assolutamente gravi e non opinabili: devono concretarsi in una situazione di reale e attuale pericolo all’integrità dello Stato, alla vita e all’incolumità delle persone». Il documento osserva: «Nella memoria presentata dal ministro non emerge alcun pericolo del genere. La memoria confonde la sicurezza nazionale (che appartiene all’ambito del diritto ed è pertanto regolata) con la motivazione politica, che invece non rappresenta una giustificazione compatibile con i principi dello Stato di diritto».
I giuristi sottolineano che è la stessa relazione del Tribunale dei ministri di Catania a rilevare che non si può invocare la sicurezza dello Stato perché «è stato accertato che a bordo della Diciotti non vi erano soggetti sospettati di costituire un pericolo per i valori costituzionalmente garantiti». Ergo, la libertà personale non poteva essere limitata con un atto amministrativo.
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