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 2019  gennaio 22 Martedì calendario


Gli 80 anni di Gigi Simoni. Intervista

Dodici promozioni in Serie A, una Coppa Uefa vinta, la Coppa Italia, anni e anni di massima serie, riconoscimenti ovunque, affetto condiviso, eppure a ottant’anni (oggi il suo compleanno: auguri, mister), Gigi Simoni quel sassolino non lo ha ancora tolto dallo scarpino, e alla seconda domanda rispetto alla sua vita-carriera, cambia tono e attacca: “Lo può definire rimpianto, dolore, ingiustizia subita. Come vuole. La sostanza è solo una: sono passati vent’anni ma quel rigore su Ronaldo non lo dimentico”.
(Breve spiegazione per chi non sa o non ricorda: 26 aprile del 1998, big match tra Juventus e Inter. È lotta per lo scudetto. Scontro in area bianconera tra Ronaldo e Iuliano: l’arbitro Ceccherini decide per il tutto regolare)
Mister, ancora lì… 
Da tempo provo a dimenticarlo, ed è impossibile: pure se allontano il pensiero, sono gli altri a riportarmi lì, in quell’attimo. Ogni anno mi chiamano per un commento.
L’attimo di una vita.
È una ferita e non si riesce a relativizzarla: con tutto quello che è avvenuto in questi ultimi vent’anni, e mi riferisco a scandali, polemiche, altri rigori negati, e tutto il repertorio, per chi segue il calcio, quel fallo era e resta l’emblema di qualcosa di sbagliato e palesemente ingiusto.
Per la sua carriera, decisivo.
Avrei vinto il mio primo scudetto, ovviamente tutto sarebbe cambiato.
Magari la Nazionale.
Solo una volta ho letto sui giornali il mio nome accostato, niente più. Nessun contatto, quindi solo qualche voce.
Peccato…
Sì, perché non dico di tutti, ma rispetto a qualcuno poi scelto non ero inferiore. Anzi.
Lei è uno degli allenatori più stimati in Italia.
Forse perché ho girato tanto, e ovunque ho cercato di mantenere il mio stile. Sempre. Anche da ragazzo quando giocavo al Napoli ed ero militare.
Gigi Simoni da ragazzo.
Non molto differente da oggi, diciamo che sono cresciuto in fretta e per necessità: a 15 anni ero via di casa per allenarmi con la Fiorentina. So io quello che ho patito…
In particolare?
Non è stato semplice, veramente altri tempi, però questo lavoro mi ha permesso di scoprire delle realtà meravigliose.
Come…
Napoli. Lì l’affetto non è paragonabile: quando tornavo a casa trovavo quasi sempre una busta con dentro del pesce fresco, omaggio dei pescatori.
Li conosceva?
No, mai visti. Delle persone deliziose. Un’altra volta mi rubarono l’auto, e senza dire nulla poco dopo la ritrovai.
Grazie a chi…
Credo ai capi del tifo, già allora funzionava come oggi.
Da ragazzo per chi tifava?
Il grande Torino, impazzivo per quella squadra: ricordo ancora la mia disperazione per la tragedia di Superga (4 maggio 1949).
Juve-Inter a parte, la sua è una bella carriera.
Credo di avere il record di promozioni, ho vinto in tutte le categorie. Però quel match non lo mando proprio giù (e scoppia a ridere, ma non scherza).
Di chi ha la maglia?
Ne ho molte, qualcuna mi è stata sottratta, però la mia preferita resta quella di Ronaldo.
Il “Fenomeno”.
Soprannome azzeccatissimo: era di un’altra categoria e non solo come giocatore; la maglia che mi ha regalato è dopo una doppietta in Coppa Uefa contro lo Spartak Mosca. Non l’ho mai lavata.
È come allora.
Sporca di fango e sudore.
Ha mai alzato le mani su un giocatore?
Mai uno schiaffo, urlacci sì. E certe mie frasi sono state molto peggio di un ceffone.
Rimpianti su qualche giocatore?
Nessuno, chi doveva giocare, lo ha fatto al meglio.
Nessun “cocco”, quindi?
Magari non sono stato sempre giusto…
Lei?
Qualche volta ho mandato in campo non il più forte, ma chi mi stava più simpatico, chi mi convinceva maggiormente per il carattere.
La testa conta.
È fondamentale. Per fortuna mi ha accompagnato come si deve.
Però il giorno di quel rigore è uscito dal campo avvelenato.
Già, e proprio non mi passa.
Ancora auguri.