Corriere della Sera, 14 gennaio 1999
I funerali di De André
Era difficile non piangere. Solo gli ipocriti, i sepolcri imbiancati, i filistei bigotti e senza cuore potevano trattenere la commozione. Ma grazie a Dio ieri, alla messa per il nostro fratello Fabrizio che ci lasciava, ’gli stolti e gli sciocchi- non erano venuti. Anche i politici e le celebrità che affollavano la chiesa di Santa Maria dell’Assunta in Carignano, confusi fra le persone comuni, parevano spogliati dei loro titoli ed emblemi. Erano lì anche loro a piangere una persona cara, un grande amico, costretti come tutti a interrogarsi sul perché della sua morte. Carico di un senso religioso oppure vissuto con il laico rispetto delle vicende umane, il destino che si è portato via Fabrizio De André aveva radunato sotto il sole di Genova, nel giorno di Sant’Ilario (il patrono del paese di Bocca di rosa) diecimila persone. Ognuna a modo suo, coinvolta da quella morte, obbligata ciascuna a fare i conti con il proprio lutto. Come le due sorelle Sara e Nadia, per ore in piedi sui gradini del sagrato con le loro rose rosse. In chiesa, loro, non són volute entrare. “Preferiamo vivere il nostro dolore in mezzo alla gente, da trent’anni ascoltiamo le sue canzoni, per noi era ateo, pensiamo di rispettarlo meglio così». Ateo o cristiano che fosse, Fabrizio De André aveva avuto una parola per tutti. L’ha riconosciuto nella sua breve omelia anche don Antonio Balletto che dall’altar maggiore ha chiesto a Dio padre di avviare il fratello Fabrizio verso i pascoli del cielo. A lui, ha detto don Balletto, il cielo aveva dato un dono raro: quello di toccare i cuori, di scorgere i fiori là dove gli altri vedono solo disperazione. De André, insomma, come Cristo: “Entrambi hanno saputo vedere cuori stupendi dove gli altri vedono fango». Per cui il sacerdote invocava Dio perché anche a lui, suo servo, sapesse infondere quella virtù davvero mirabile. Ieri, a Genova, si celebrava un santo, e tutti – credenti o no – si sono sentiti accomunati nella speranza di sapere il cantore delle umane miserie seduto accanto al Cristo che portò in cielo il ladrone crocefisso e la Maddalena colpevole di aver troppo amato. Forse questo non bastava ad asciugare le lacrime, ma certo serviva a dar loro un senso, a prometterci il risarcimento di un aldilà a cui a volte fa bene anche credere. Patrono dei peccatori, protettore degli umiliati e offesi, fragile e tenace amico di chi non ha avuto dalla vita altro che ingiurie, Fabrizio se andava in gloria. Fra il civile cordoglio dei compagni anarchici arrivati da Milano con le loro bandiere, accompagnato dall’austero compianto di Elmo di Savona, venuto con la moglie Renata davanti a quella chiesa “perché qui» diceva «c’è la vera, unica sinistra del Paese. Al coro tanti dolori si univano anche i bambini della scuola Daneo, che con disegni e parole dicevano molto di più delle verbose dichiarazioni degli adulti. Per esempio Valentina, 12 anni, che ha scritto: «Le tue canzoni erano bellissime, tipo poesie», spiazzando con la sua semplicità i noiosi dibattiti su poesia o non poesia dei testi dei nostri cantautori. A terra, sul sagrato, due scritte lasciate dagli anarchici usavano le parole di De André («anche se noi ci crediamo assolti, siamo per sempre coinvolti»). Con l’acqua il Comune ha tentato di cancellarle, non c’è riuscito. E la gente ha applaudito quel provvidenziale insuccesso. Santo o peccatore che fosse, Fabrizio De André non rifiuta i tributi di chi con cuor sincero vuole ricordarsi di lui. Non sono le scritte o le bandiere, e neppure le messe quelle che fanno male. E la sua morte quello che ci distrugge, e che non finirà di addolorarci. Di fronte a cui non si può trovare conforto. Perché tutti ieri sapevamo che con lui, come con Bocca di Rosa, la primavera se n’era andata per sempre.