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 2019  gennaio 05 Sabato calendario


Nascita della Fiom e della Federterra

Alle ore 9,30 del 16 giugno 1901, a Livorno, nasceva la FIOM, ovvero la Federazione Italiana Operai Metallurgici. Così scriveva la Gazzetta livornese annunciandone la nascita: “Alle ore 9 e mezzo di stamani, dalla sede della Camera del lavoro, preceduti dalla bandiera sociale, si partirono i delegati delle varie sedi venuti a Livorno per prender parte al primo Congresso nazionale degli operai metallurgici.” Questo capitolo parla quindi di noi, delle nostre origini, della Fiom e della Cgil. Parla delle ragioni profonde che stanno alla base della nostra organizzazione; ragioni che, oggi come allora, nascono dalla necessità di combattere disomogeneità e frammentazione del mercato del lavoro. Nasciamo per unire ciò che gli altri tentano di dividere. Nasciamo per dare forza ai più deboli.
 Il 16 giugno 2016, presso il Parco delle Caserme Rosse a Bologna, si sono celebrati i 115 anni della Fiom. La Fiom di Bologna ha donato alla cittadinanza una quercia, ovvero un “Albero dei diritti” simbolo delle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori per la dignità del lavoro.
L’Italia ai tempi di Giolitti
Dopo la grave depressione economica e sociale che colpì l’Europa negli ultimi decenni del XIX secolo, l’Italia conobbe una congiuntura industriale assai favorevole. I settori tessile, chimico, meccanico e siderurgico furono quelli che ne trassero i maggiori benefici. Contestualmente sorsero molte fabbriche che nei decenni successivi avrebbero fatto la storia industriale del paese. Oltre alle già menzionate Acciaierie di Terni ricordiamo: la Pirelli, la Fiat, la Breda, l’ Ansaldo (che produceva motori navali e locomotive) la prestigiosa ditta di auto di lusso Isotta Fraschini, l’ Alfa (che in seguito avrebbe cambiato il suo nome in Alfa Romeo); e ancora e le acciaierie Falck, l’Edison, i lanifici Marzotto, le industrie di trasformazione alimentare Cirio,  Galbani, Buitoni, Barilla.
In quel periodo si registrò un tasso di crescita notevole, anche se in parte amplificato dal fatto che l’Italia partiva da livelli molto bassi. In ogni caso, tra il 1896 e il 1907, il prodotto interno lordo del paese crebbe con una media ben superiore al 6%. Anche i redditi aumentarono, così come la qualità e l’aspettativa di vita, che raggiunse i 42 anni.
L’uso dell’elettricità consentì l’illuminazione delle strade cittadine, ma anche la realizzazione di mezzi pubblici come i tram. Gli stabilimenti industriali, potendo organizzare la produzione su cicli continui e persino di notte, incrementarono la produttività. Anche in questo caso il settentrione risultò avvantaggiato rispetto all’Italia meridionale per via dei numerosi corsi d’acqua alpini che resero conveniente la realizzazione di centrali idroelettriche.  Grazie all’acciaio si diffuse la produzione del cemento armato che, tra l’altro, permise la costruzione di edifici prefabbricati a costi notevolmente minori. Non è quindi un caso se proprio quegli anni si caratterizzarono per una grande quanto sregolata speculazione edilizia. L’utilizzo del gas nelle case e la diffusione dell’acqua corrente rappresentarono un indubbio progresso, sebbene moltissime persone continuassero a vivere ancora in uno stato di completa indigenza, beneficiando solo marginalmente dei progressi fin qui menzionati. Il divario con Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti rimase comunque molto elevato, anzi, paradossalmente si acuì, perciò il fenomeno dell’emigrazione invece che diminuire aumentò sensibilmente: nel 1913 più di 800 mila italiani lasciarono il paese per cercar fortuna all’estero.
 Il piroscafo Sirio affondato nel 1906 al largo delle coste di Cartagena. Trasportava emigranti italiani diretti verso Argentina e Brasile. Il conto dei morti fu impressionante: oltre 500.
Il protagonista principale della vita politica dell’ epoca fu Giovanni Giolitti (1848-1928) che presiedette numerosi governi dal 1903 al 1921.
Così Francesco Papafava, un contemporaneo di Giolitti, commentava nelle sue cronache: “Ora abbiamo l’On. Giolitti, l’uomo indispensabile, inevitabile, fatale, unico. L’Italia è il paese dell’uomo unico. Unico Depretis, unico Crispi, ora unico Giolitti.” Giolitti, il cui operato non fu comunque esente da feroci critiche, incentivò la modernizzazione del paese sia dal punto di vista economico-produttivo, che da quello democratico.
Infatti, pur non disdegnando il ricorso a spregiudicati equilibrismi politici e a metodi di governo alquanto disinvolti (addirittura “il ministro della malavita”, lo definì l’intellettuale Gaetano Salvemini) egli si proponeva di coinvolgere i socialisti e i lavoratori nell’esperienza di governo, comprendendo molto meglio di altri i profondi mutamenti sociali legati al diffondersi del lavoro operaio e della grande industria. Il progetto di Giolitti, vista anche l’altissima conflittualità sociale dell’epoca, era quello di integrare il movimento operaio nelle istituzioni democratiche per impedirne derive rivoltose e frenarne lo slancio rivoluzionario (in tal senso debbono essere letti i suoi tentativi di dialogo con i riformisti presenti sia nel Partito Socialista sia nel sindacato), tuttavia lo statista piemontese era mosso anche da reali intenti riformatori, nella convinzione che il paese necessitasse di un profondo rinnovamento istituzionale.
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DOCUMENTI
Un discorso di Giolitti sulle lotte dei lavoratori; 1901
Nel 1900 i portuali di Genova rivendicarono condizioni di lavoro migliori, ma trovandosi di fronte all’indisponibilità del padronato a ogni forma di trattativa, la Camera del Lavoro proclamò lo sciopero generale cittadino. Il Prefetto allora intervenne imponendo la chiusura della Camera del Lavoro con la motivazione che la richiesta economica si era trasformata in rivendicazione politica diventando perciò eversiva ed illegale. Giolitti espresse con questo discorso tenuto in parlamento la sua vicinanza alle ragioni della classe lavoratrice.
“Io poi non temo mai le forze organizzate (le Camere del Lavoro), temo assai più le forze inorganiche…perché su di quelle l’azione del Governo si può esercitare legittimamente ed utilmente, contro i moti inorganici non vi può essere che l’uso della forza. La ragione principale per cui osteggiano (gli industriali) le Camere del lavoro è questa: che l’opera loro tende a far crescere i salari. Il tenere i salari bassi comprendo che sia un interesse degli industriali, ma che interesse ha lo Stato di fare che il salario del lavoratore sia tenuto basso? E’ un errore, un vero pregiudizio credere che il basso salario giovi al progresso (…) i paesi di alti salari sono alla testa del progresso industriale. (…) La classe operaia sa perfettamente che da un governo reazionario non ha da aspettarsi altro che persecuzioni sia nelle lotte per la difesa dei sui interessi di fronte al capitale, sia per tutto ciò che riguarda il sistema tributario. Nessun governo reazionario adotterà mai il concetto di una riforma tributaria a favore delle classi meno abbienti; e se la finanza si troverà in bisogno aumenterà il prezzo del sale, il dazio sui cereali, o qualche altro sui consumi, ma una imposta speciale sulle classi più ricche non la proporrà mai. (Bravo! – Approvazione a sinistra – commenti)(…) L’ Italia è uno dei paesi la cui media dei salari è più bassa, ma è il primo paese del mondo per le imposte che colpiscono i generi di prima necessità. (…) Il complesso delle nostre imposte, ormai più nessuno lo nega, è progressivo a rovescio. (…) Ma che ne è della Cassa pensioni per gli operai, una delle nostre migliori istituzioni?(…) A mio avviso tanto il Governo che la Camera hanno il torto di guardare questa questione (i gravi problemi di bilancio) solo dal lato finanziario e di trascurare del tutto il lato morale. Poiché io vi prego di considerare quale effetto morale ottimo produrrebbe il fatto di vedere le classi dirigenti assumere sopra di sé qualche parte, fosse pur piccola, del peso enorme che schiaccia le classi povere. L’effetto morale di un simile atto eccederebbe di molto l’effetto materiale del disgravio. Noi andiamo predicando da anni che il sistema tributario non va, non è equo (…) Noi sentiamo in questi giorni, giungere a noi delle voci di sofferenza gravissime da molte parti d’Italia (…) Sono avvisi che sarebbe follia trascurare. (…) Eppure, per quanto le condizioni interne nostre siano difficili, io credo che un indirizzo sapiente di Governo potrebbe rapidamente migliorarle, e potrebbe togliere quel pericolo che ora sarebbe follia non vedere. (…) Il popolo italiano non ha tendenze rivoluzionarie: il popolo italiano tende, per lunga tradizione, a confidare nel Governo; e nessun popolo forse ha sofferto per secoli con tanta rassegnazione mali così gravi come il popolo italiano. Un periodo di seria giustizia sociale che venisse dal Governo e dalle classi dirigenti richiamerebbe queste popolazioni all’ amore verso le istituzioni nostre. (…) Di grave ostacolo a immediati e seri provvedimenti sono le condizioni della finanza, e quindi, non potendo immediatamente attuare provvedimenti che cambino un po’ sostanzialmente lo stato delle cose, siamo costretti ad invocare la pazienza delle classi sofferenti. Ma questa pazienza non si deve invocare a parole, bisogna invocarla coi fatti, dimostrando loro che tutto ciò che è possibile, il Governo lo fa.”
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Tra i più importanti progetti economici elaborati dall’uomo di Mondovì ricordiamo la nazionalizzazione delle ferrovie, fino a quel momento in mano ai privati, la creazione del centro siderurgico di Bagnoli presso Napoli, l’istituzione di Uffici del Lavoro, alcune leggi speciali per modernizzare l’agricoltura meridionale e a tutela del mondo cooperativo. Vi furono poi importanti provvedimenti per regolamentare il lavoro minorile che fu vietato ai fanciulli di età inferiore ai 12 anni. Per quanto riguarda l’orario, sia per le donne che per i bambini furono fissati dei limiti massimi, rispettivamente di 12 e 11 ore. Giolitti introdusse anche il riposo domenicale obbligatorio e il divieto di lavoro notturno per le donne; inoltre, con la creazione di un fondo nazionale per le pensioni di invalidità e vecchiaia si cercò di attuare, per la prima volta, una politica organica di assistenza e tutela delle classi lavoratrici. Infine, le città governate da amministrazioni di sinistra cominciarono ad approvare delibere per la municipalizzazione di pubblici servizi e la gestione di trasporti, illuminazione e sistema idrico.
Di certo il nome di Giolitti è legato all’istituzione, nel 1912, del suffragio universale maschile che concedeva il diritto di voto anche ai non alfabetizzati purchè avessero compiuto almeno 30 anni. Quest’ultimo provvedimento fu accolto con perplessità anche da un certo numero di socialisti i quali, pur proclamando da sempre la necessità del suffragio universale maschile, covavano il profondo timore che le grandi masse contadine – specie quelle meridionali – una volta ottenuto il diritto di voto sarebbero state facilmente manovrabili dai grandi potentati di turno contrari al movimento operaio: clericali, latifondisti, malavitosi.
Ad ogni modo, proprio il movimento operaio si apprestava a diventare uno degli attori principali di questa società in rapida evoluzione, ma per farlo i lavoratori dovevano necessariamente dotarsi di nuove e più efficienti strutture organizzative. Come abbiamo visto, oltre alle sezioni del neonato Partito Socialista, si stavano diffondendo repentinamente sul territorio le Camere del lavoro cittadine e le federazioni di mestiere.
Tra i primi a darsi un’organizzazione solida vi furono i braccianti della terra. Nel 1901, Argentina Altobelli fu tra le fondatrici di un’importante organizzazione bracciantile, la Federterra e nel 1906 ne divenne la segretaria generale. La Federterra svolse un ruolo decisivo nell’organizzazione delle rivendicazioni dei braccianti e ne coordinò le lotte. A inizio secolo il fenomeno bracciantile era particolarmente diffuso in zonde quali il Polesine, il Ferrarese e il Ravennate. Esso coinvolgeva centinaia di migliaia di uomini che non avevano un datore di lavoro unico e perciò si muovevano da un podere all’altro alla continua ricerca di occupazione. I braccianti, come dei veri e propri proletari della terra, conducevano un’esistenza spesso miserevole fatta di lavori precari, salari bassissimi e nessuna tutela; tuttavia il continuo spostarsi da un podere all’altro, il non sentirsi legati ad alcun padrone particolare, consentiva loro di entrare in contatto con realtà sempre diverse, a volte addirittura moderne e stimolanti. Come ha rilevato lo storico Giuliano Procacci con acutezza: “Essi erano una classe sociale di nuova formazione e, per certi aspetti più vicina alla mentalità dell’operaio e del salariato che a quella del contadino. Il paesaggio stesso in cui vivevano e lavoravano, in continua trasformazione, li aiutava a comprendere meglio l’inutilità di ogni sforzo teso a ricomporre l’unità del vecchio equilibrio contadino. La speranza non stava nel ritorno al passato, ma al contrario nell’avvenire, nel progresso, nel socialismo.” Questa mobilità coatta li rendeva in qualche modo sensibili e aperti nei confronti di ideologie progressiste (anarchia e socialismo); ideologie che invece penetravano con grandi difficoltà nei poderi condotti ancora in modo tradizionale e in cui, tra l’altro, la sensibilità religiosa era più radicata.
La Federterra  assunse una linea programmatica che poneva con forza il tema della “socializzazione” della terra. Negli anni successivi, però, l’organizzazione guidata dalla Altobelli si sarebbe allontanata dalle posizioni più radicali per concentrarsi su obiettivi più strettamente legati a problematiche contingenti quali orario e salario. La Federterra promosse importanti lotte per il cosiddetto imponibile di manodopera. I proprietari dei terreni, infatti, godevano di ampia discrezionalità nell’assunzione del personale e in tal modo boicottavano sistematicamente gli attivisti sindacali, gli elementi più politicizzati, ma anche gli anziani, i più deboli, o chiunque non fosse in grado di garantire le prestazioni richieste. Sottrarre alla discrezionalità degli agrari la possibilità di scegliere chi assumere era quindi una rivendicazione vitale per “eliminare la concorrenza fra  lavoratori, distribuire equamente il lavoro, porre fine al mercato pubblico delle braccia, tutelare i lavoratori più deboli e anziani nei confronti dei più giovani e forti, obbligare i datori di lavoro al rispetto delle tariffe concordate. Com’ è facile immaginare, gli agrari si opposero con tenacia alle rivendicazioni dei braccianti, cercando in tutti i modi di impedire la creazione degli uffici sindacali di collocamento.
La Federterra, specie negli anni precedenti il primo conflitto mondiale, ottenne importanti risultati proprio in questi ambiti. Sciolta dal fascismo, nel secondo dopoguerra risorse col nome di Confederterra e successivamente confluì nella CGIL.
Nasce la FIOM
Il 16 giugno 1901 nasce a Livorno la Fiom,  Federazione Italiana Operai Metallurgici
 Il quarto stato è un’opera di Giuseppe Pellizza da Volpedo realizzata nel 1901. Rappresenta un gruppo di lavoratori in marcia. Come si può facilmente notare il corteo procede simbolicamente dall’oscurità verso la luce. Non c’è nè violenza, nè disordine. Sono lavoratori che dicutono tra loro e quindi consapevoli della loro forza e del loro futuro.
Così scriveva la Gazzetta livornese tra il 16 e il 17 giugno 1901, annunciando la nascita della FIOM: “Alle ore 9 e mezzo di stamani, dalla sede della Camera del lavoro, preceduti dalla bandiera sociale, si partirono i delegati delle varie sedi venuti a Livorno per prender parte al primo Congresso nazionale degli operai metallurgici.” La FIOM nacque come sindacato esclusivamente operaio, infatti, solo con il IX Congresso che si svolse a Torino nel 1946, la parola “italiana” fu sostituita con la parola “impiegati”. Il primo Segretario nazionale della FIOM fu Ernesto Verzi, un operaio trentenne di Firenze. Come hanno osservato gli storici Antonioli e Bezza, fin dalla sua costituzione la FIOM aspirò ad essere una federazione con forti caratteri generali il cui scopo dichiarato era quello di dare il massimo della rappresentanza a tutto il proletariato metallurgico poiché solo in tal modo si sarebbe potuta affrontare con maggiore efficacia la grande disomogeneità e frammentazione del mercato del lavoro.
La FIOM nacque quindi da un esperimento verticistico molto originale, in quanto in nessun paese d’Europa esisteva un’associazione che tenesse insieme tutti i settori della metallurgia. Il progetto della FIOM aveva due caratteristiche peculiari: 1) era piuttosto avanzato anche rispetto alla struttura produttiva nazionale; 2) non nasceva dal basso, fu piuttosto il frutto di un vero e proprio progetto di ingegneria sindacale che aveva come punto di riferimento preciso un determinato tipo di operaio: l’ operaio specializzato della grande industria meccanica.
Un giornale dell’epoca, il Metallurgico, scriveva significativamente: “L’operaio della grande industria è quello che meglio deve comprendere l’importanza dell’unione delle forze e della solidarietà morale (…) i grandi centri di popolazione rappresentano sempre un progresso di fronte alle comunità rurali (…) il lavoro della grande industria rappresenta sempre un progresso rispetto al lavoro della piccola industria ed a quella dell’ artigianato associato.” Bisogna sottolineare come, all’epoca, il problema maggiormente sentito dalla classe operaia fosse quello delle differenze salariali tra città e città, tra fabbrica e fabbrica; differenze che spingevano i lavoratori a muoversi incessantemente alla costante ricerca di condizioni di vita migliori e di salari più elevati. Forse qualche esempio può aiutarci a comprendere meglio questo stato di cose.
Stabilito che mediamente la giornata lavorativa era di dieci ore (compreso il sabato), un tornitore della Isotta Fraschini (settore auto) guadagnava circa 3.8 lire, contro le 2.9 della Miani e Silvestri (settore materiale ferroviario). A tal proposito i giornali vicini al movimento operaio spesso pubblicavano veri e propri paragoni tra le diverse aziende. E così veniamo a sapere che alla Brioschi Finzi e C. si contrapponeva la Gadda e C: della prima si sottolineava il rispetto delle norme igieniche, una mutua interna, e il riconoscimento delle Commissioni interne, della seconda invece si evidenziava la tendenza ad assumere crumiri e a non riconoscere alcun organo di rappresentanza degli operai.
Ciò che caratterizzava la FIOM delle origini era l’ attenzione quasi maniacale del suo gruppo dirigente al tema dell’ organizzazione; organizzazione intesa come diffusione capillare delle strutture sindacali sul territorio e nelle fabbriche, ma anche come disciplina ferrea e freno allo spontaneismo operaio; ovvero come disciplina e freno ai cosiddetti scioperi impulsivi. Per Ernesto Verzi lo sciopero doveva essere considerato lo strumento eccezionale che “formalizzava la lotta operaia in quanto l’ unico mezzo di cui si servivano i lavoratori per le loro affermazioni.” Non  a caso il passaggio dalle società di mutuo soccorso alle leghe di resistenza è avvenuto proprio sulla base dell’adozione dello sciopero come principale mezzo di lotta. Secondo Verzi, tra il gennaio 1901 e il giugno 1903 “su 106 scioperi circa i 2/3 ebbero esito vittorioso, 8 si risolsero con una transizione amichevole, mentre le sconfitte furono 14. Agli scioperi parteciparono 10600 operai. Senza sembrare soverchiamente ottimisti noi possiamo affermare che i più lusinghieri successi arrisero al proletariato metallurgico.”
Il Metallurgico, nel 1902, scriveva: “Quello che i lavoratori impulsivi, poco coscienti, non ottengono oggi con lo sciopero, verrà ottenuto domani senza sforzo, quando un periodo laborioso di organizzazione avrà rinsaldato le coscienze, temprato gli ardori, rinfrancato debolezze.” Risultava comunque molto problematica l’organizzazione di un’azione coordinata e collettiva quando si trattava di dover difendere dei posti di lavoro. La competizione fra lavoratori si rivelava aspra e la FIOM doveva mediare tra esigenze spesso in conflitto.
Con il rischio della frammentazione sempre dietro l’angolo a minacciare il buon esito delle mobilitazioni, educare i lavoratori, organizzare gli scioperi, regolamentare le lotte, tenere insieme istanze diverse, erano compiti difficilissimi che richiedevano sforzi organizzativi notevoli. Tali difficoltà si manifestarono clamorosamente nel settembre del 1904 quando i lavoratori protestarono per l’ ennesimo episodio di violenza perpetrato ai loro danni dalle forze dell’ ordine. Come abbiamo detto, Giolitti per riuscire a governare era stato spesso costretto ad attuare una politica assai ambigua. Se da un lato aveva cercato il dialogo con l’ala riformista e moderata del movimento operaio, dall’altro si appoggiava, specie nel meridione, ai grandi latifondisti che, non di rado, assoldando malavitosi e delinquenti, esercitavano violenze brutali contro braccianti e operai sindacalizzati: da qui l’appellativo di “ministro della malavita” affibbiatogli da Salvemini.
Ad ogni modo il malessere deflagrò in tutto il paese quando a Buggerru, in Sardegna, i minatori in lotta per un aumento salariale subirono cariche violente dai carabinieri che lasciarono sulla strada i cadaveri di tre persone. La risposta del movimento operaio a livello nazionale – non solo i metallurgici, quindi – non si fece attendere e il 16 settembre 1904 molte federazioni sindacali proclamarono il primo sciopero generale nazionale. A Milano, in particolare, si scatenò il putiferio. Gli operai bloccarono i tram e venne interrotta la fornitura di gas; i quotidiani non uscirono, le fabbriche si fermarono, così come i servizi pubblici. Lo stesso accadde in altre città, soprattutto del nord. Lo sciopero si svolse quasi sempre pacificamente ma destò comunque un’enorme impressione nell’opinione pubblica moderata che invocò l’utilizzo dell’esercito. Giolitti, dimostrando ancora una volta sangue freddo e un notevole fiuto politico, non ricorse alla forza pubblica, ma lasciò che le manifestazioni si esaurissero spontaneamente. Il movimento sindacale italiano, infatti, pur dando una considerevole prova di forza mise in luce anche preoccupanti limiti: poco coordinamento delle lotte, manifestazioni distribuite a macchia di leopardo sul territorio, mancanza di una direzione centrale.
Emerse perciò la necessità di irrobustire ulteriormente l’organizzazione. In particolar modo la FIOM pensava (e di ciò si fece promotrice) a una confederazione del lavoro che fosse “il massimo istituto che studi la vita economica, vi ricerchi gli interessi dei proletari, e decida dell’atteggiamento che le nostre organizzazioni devono privilegiare per difenderli o affermarli.” Del resto anche a livello delle singole città i problemi non mancavano. Le lotte per le rivendicazioni salariali, i cottimi o i carichi di lavoro si avvalevano raramente di una guida comune, soprattutto a causa delle forti divisioni politiche fra federazioni di mestiere come la FIOM, guidate il più delle volte da socialisti riformisti, e Camere del Lavoro cittadine guidate invece da socialisti rivoluzionari.
Di solito erano le stesse Camere del Lavoro che assumevano la guida delle lotte e degli scioperi generali cittadini.  Ad ogni buon conto, per provare a colmare tutte queste carenze, con il congresso che si svolse a Milano dal 29 settembre al primo ottobre 1906, si diede vita alla CGdL (Confederazione Generale del Lavoro). In quell’ occasione le Camere del lavoro e le Federazioni decisero di confluire in una unica organizzazione, la Confederazione Generale del Lavoro. All’atto di nascita furono presenti i delegati di quasi 700 sindacati locali, in rappresentanza di oltre 250.000 iscritti. Quale primo Segretario generale della CGdL venne eletto Rinaldo Rigola. Figlio di un tintore tessile e di una stiratrice, Rigola a sedici anni aveva iniziato a lavorare come operaio in un’industria tessile e fin da giovanissimo si era iscritto al Partito Socialista italiano.
Aderirono alla CGdL socialisti appartenenti a varie correnti di pensiero come ad esempio  i sindacalisti rivoluzionari che si ispiravano a Georges Sorel, un pensatore e filosofo francese propugnatore dello sciopero generale non per scopi rivendicativi o riformatori (salario, orario, ecc.), bensì eminentemente rivoluzionari. Sorel era fautore inoltre del cosiddetto spontaneismo (proprio quello spontaneismo così tanto disprezzato da Verzi) che egli considerava lo strumento principe dell’azione rivoluzionaria, perché solo così le masse, a suo dire, si sarebbero autoeducate contribuendo alla formazione di una vera coscienza di classe.
Nel 1911  sindacalisti rivoluzionari provocarono la prima scissione all’interno della CGdL fondando l’USI (Unione Sindacale Italiana) che, sebbene di piccole dimensioni, esiste tutt’oggi.
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DOCUMENTI
Nasce la Fiom: i primi grattacapi
Nel 1907 Ernesto Verzi scrisse in un libro intitoltato I metallurgici nel loro sindacato. Il documento è particolaremente interessante perché ci fornisce un quadro molto acuto  – a volte persino spietato – delle problematiche incontrate dalla federazione di metallurgici in quegli anni turbolenti. Verzi, che si dimostra osservatore attento, ne prende in esame numerose: dall’indisciplina dei giovani (la lotta per il gusto di lottare), alla passività mista a opportunismo delle masse rurarli che per la prima volta entrano in fabbrica; fino ad arrivare al rapporto con le Camere del Lavoro e alle questioni organizzative della federazione stessa.
Problema dei giovani indisciplinati – Riferendosi ai giovani, o a chi per la prima volta sperimenta la vita di fabbrica, egli afferma:
“I neofiti (…) organizzatisi per uno scopo immediato, debbono raggiungerlo, vanno e vengono, illusi e disillusi, esagerati nel chiedere come rinunziare. Queste in parte le cause che rendono indisciplinato il movimento operaio e che non potranno ovviarsi che con la forza del numero e la maturità dell’organizzazione.”
Problema dei migranti – Tema scottante è la questione delle masse di contadini migranti che dalle campagne si riversano in città e quindi nelle fabbriche.
“Aggiungiamo a ciò l’invadenza del proletariato rurale riversatosi per molte e svariate ragioni (…) sul mercato del lavoro industriale, ed avremo un’altra causa di indisciplina. Gli operai rurali entrando nella fabbrica subiscono inevitabilmente un peggioramento come dipendenti, non come salariati. Nei campi i rapporti che passano fra operai e padroni per l’esecuzione di determinati lavori, permettono maggiori libertà. La ferrea disciplina della fabbrica non esiste. Schiavi economicamente, gli operai rurali rimangono liberi moralmente. Entrando quindi nella fabbrica essi sentono tutto il peso della disciplina e mal sopportano la nuova schiavitù morale che nel campo industriale regola il rapporto fra salariati e padroni. Tale fatto li farebbe certamente ribellare e li spingerebbe a contatto con dei compagni nella lotta se le mutate e migliorate condizioni economiche non soffocassero in essi ogni sentimento della propria dignità. Anzi, un solo criterio anima questi lavoratori che la libera concorrenza chiama nel campo industriale con la più completa e sconfinata libertà di lavoro: la devozione al padrone onde non perdere la migliorata condizione economica. Il maggior guadagno – a volte duplicato e triplicato (…) mantiene l’operaio rurale attaccato alla posizione conquistata; ei non pensa affatto a mitigare lo sfruttamento personale che subisce: individualista per eccellenza (…) Simili operai, per la loro stessa origine, rappresentano l’elemento più malsicuro per l’organizzazione economica-industriale. Essi, diffidenti per natura, col senno proverbiale di Sancio Pancia, hanno l’abitudine di guadare dalla finestra chi per essi lavora e con l’indifferenza dei soddisfatti attendono ed osservano con molta circospezione se il tempo tende a cambiarsi (…) ma non divengono consapevoli del loro stato e non divengono combattivi, finchè non si sono resi conto della impossibilità di raggiungere la loro emencipazione mercè le privazioni e gli sforzi individuali. La città molte volte, opera il miracolo.
Problema del sovversivismo  – Verzi prende in esame anche il rapporto tra movimento operaio e politica.
 “Abbiamo accennato al benefizio che la città con il complesso dei suoi fattori d’educazione, reca alla maturazione del sentimento di classe. Eppure (…) chi partecipandovi (alla vita politica/sindacale) non ha coscienza esatta del movimento operaio (…) finisce per accettare di preferenza nei partiti politici tutte quelle forme esteriori  di sovversivismo anticapitalistico che molte volte – sarebbe ipocrita negarlo – fanno a pugni con la necessità ferrea dell’emancipazione proletaria. (…)”
Problema del rapporto eletti/elettori –  Vi è inoltre la diffidenza e l’invidia da parte degli operai nei confronti chi è eletto a rappresentare gli interessi della classe lavoratrice.
 “Così, l’operaio che per degnamente presiedere gli interessi di una organizzazione, è spinto a vivere in una nuovissima cerchia intellettuale (…) deve tendere quindi verso un’abitudine di vita molto diversa da quella del proletariato. Ciò che per lui è un’esigenza ed una necessità del mestiere finisce però per procurargli, da parte della classe lavoratrice, uno stato d’animo ostile e diffidente. Il commento lascia il passo all’osservazione maligna, spuntano gli aspiranti, i concorrenti che madonna invidia ha voluto colmare di sue grazie. Sorgono i maldicenti di professione e la malinconica tela di diffidenze è irrimediabilmente tesa.
Problema del localismo delle singole federazioni – C’è poi l’esigenza di disciplinare le numerose sezioni sparse sul territorio. Il localismo non agevola infatti la costruzione di un organismo federale su base nazionale.
 “La solidarietà finanziaria – che è la base su cui tutto posa il nostro movimento – vista attraverso i piccoli egoismi locali, conduce a delle svariate e sintomatiche sorprese. Un articolo del nostro regolamento dice precisamente così: “Art.26 – Il Comitato Centrale per esplicazione del suo mandato, attinge ad una quota di adesione di cent.15 per ogni socio federato, da inviarsi mensilmente dalle singole sezioni.” Non è raro il caso in cui si comunica al Comitato Centrale dalle sezioni un numero di soci inferiore alla realtà per l’esenzione di una parte della tassa federale.”