Libero, 18 dicembre 2018
Il mistero di Rovigo, la città del Nordest dove non si vive bene
Dici Rovigo e la gente ti racconta le cose più ridicole e deprimenti insieme: da chi ci ha dormito in hotel una sola notte e, colto da inusitata depressione, ha pianto fino alle quattro del mattino, a chi ricorda che sbagliare un semaforo voleva dire ritrovarsi persi in luoghi incartografati, come la steppa russa, a chi ricorda che una volta i tifosi bontemponi dell’Hellas Verona organizzarono una gita in pullman per verificare che la città esistesse veramente. Per questo non stupisce che, nella classifica del Sole 24 Ore pubblicata ieri, il capoluogo polesano sia alla 58esima posizione, ultima tra le ricche città del Nord-Est. Io, che a Rovigo sono andata a studiare per poco più di un anno, ricordo due cose: andarci in treno, da Milano, in tardo autunno e in inverno era l’unico modo per avere la sicurezza che sarei arrivata intera. In macchina, infatti, questa certezza non esiste: dopo 200 chilometri sulla Serenissima, una volta a Verona bisogna prendere una statale a due corsie tutta buche, oppure raggiungere Padova e poi tagliare in giù, ma quanto a viabilità non cambia granché. Una volta uscita dalla stazione, toccava alla nebbia: quella roba che noi padani non conosciamo più nel Polesine è ancora un’enclave. Ed è una nebbia consistente, così stagna che sembra latte, ti guardi i piedi e se fai un passo quello davanti non c’è più, inghiottito in una strana entità acquorea. Le luci diventano un miraggio sfocato, i lampioni assumono la sacralità di candele, come una lontana processione. Ci si sente talmente soli che qualunque tizio s’incroci viene da sorridergli, fumiamo una sigaretta insieme, ti offro un caffè. Di strada, fortunatamente per me, ne dovevo percorrere una sola, Corso del Popolo, sempre dritto fino a destinazione. Arrivavo sempre fradicia, a causa della nebbia: un posto dove si suda anche al freddo e non ci si vede un’acca non può avere qualità della vita.
LA RICERCA
Aveva lanciato un allarme la Voce di Rovigo, quotidiano locale, in un articolo del novembre scorso: i rodigini sono un popolo di stressati. Il 96% degli abitanti dichiara, secondo la ricerca di Reale Mutua, di essere sottoposto a un carico di pressioni insopportabile, dalle difficoltà economiche, alla gestione dei figli. La soluzione per scaricare la tensione? Fare sport o bere delle tisane rilassanti (ma come, nel regno dell’ombra di vino?) o il ricorso ai farmaci. Trovare qualcosa da fare, in ogni caso, sembra la soluzione. Mia madre, nella sua sconfinata generosità, ogni tanto si offriva di accompagnarmi. E sopportava la permanenza comprando pesce fresco (siamo a due passi da Chioggia) in una piazzetta, piazza Annonaria. Poi, si fermava in un bar a mangiare un toast a suo dire meraviglioso (ma a Rovigo tutto è genere di conforto): eppure era un semplice toast, cui veniva aggiunta una salsa a base di burro, dado vegetale e parmigiano grattugiato che chiamano Bovis. L’estate, a Rovigo, si scopre che esiste il sole e che si prende la briga di arrivare pure lì. Soprattutto, ci si vede: e allora ci si può accorgere che esistono mura medievali niente male, un museo, Palazzo Roverella, dove s’impegnano nel fare mostre belline, e che riescono a crescere perfino i fiori. Tant’è che la chiamano “la città delle rose”, perché, secondo una leggenda, qui esisteva una varietà di rose che fiorivano spontaneamente. Non è, però, l’unica leggenda della città: si racconta che un uomo, per una scommessa, decise di trascorrere una notte al cimitero. Al mattino venne trovato morto, gli occhi sbarrati. Accanto a lui, c’era una scritta indecifrabile, tracciata sul terreno nel tentativo di comunicare un orribile segreto. Era «fuggite da qui», sicuramente.