Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2018  dicembre 18 Martedì calendario

Dal maiale all’uomo, i primi trapianti si faranno con la pelle

Anno 1967: Christiaan Barnard eseguiva il primo trapianto di cuore. Un risultato storico, nonostante il paziente sia sopravvissuto solo 18 giorni. Da allora ricerca e sperimentazione hanno fatto enormi progressi, ma ora un obiettivo primario è sopperire alla carenza cronica di organi disponibili. Ecco perché si punta agli xenotrapianti, vale a dire l’uso di organi provenienti da altre specie.
Un team dell’Università Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera ha annunciato di essere riuscito a tenere in vita per oltre sei mesi alcuni babbuini trapiantati con un cuore proveniente dai maiali. E c’è di più: negli Usa l’azienda XenoTherapeutics si dice pronta per dare il via alla prima sperimentazione sull’uomo di pelle proveniente da maiale nel trattamento delle grandi ustioni.
Compatibilità e rigetto
Anche se l’idea di sostituire parti del corpo risale all’antichità, la svolta si è verificata a metà degli Anni 50. Il successo fu possibile grazie a decenni di studi serrati, iniziati nei primi del 900 (con le tecniche di sutura messe a punto da Alexis Carrel) e proseguiti poi nel dopoguerra, analizzando in modo approfondito i problemi legati alla compatibilità. Se oggi i trapianti cominciano ad essere considerati interventi di routine, il successo di questa pratica salvavita è legato all’interazione di diversi fattori, dalla gestione del rigetto alla logica delle terapie intensive degli ospedali. Non è un caso che la definitiva affermazione dei trapianti inizi soltanto a partire dal 1978, data della scoperta della ciclosporina, il farmaco capace di ridurre in modo sensibile il fenomeno del rigetto d’organo.
Il maggiore limite, oggi, è tuttavia la disponibilità del «materiale biologico»: sebbene i dati pubblicati dal Centro Nazionale Trapianti registrino per il 2017 una crescita degli interventi (+6%) e dei donatori (+9%) rispetto all’anno precedente, la domanda resta nettamente più alta dell’offerta. Per tentare di ovviare a questa preoccupante carenza la strada che si sta percorrendo è l’utilizzo di organi prelevati da persone più in là con gli anni. Così, grazie allo sviluppo di tecniche capaci di «ricondizionare» gli organi, non è più raro ricorrere a donatori di 80 anni.
Ma, nonostante questo deciso passo avanti, la medicina guarda con interesse sempre maggiore alla possibilità di recuperare organi da altre specie: il candidato ideale, studiato ormai da anni, è proprio il maiale. E, anche se si è ancora in una fase iniziale delle sperimentazioni, ha suscitato scalpore lo studio apparso su «Nature»: un gruppo di scienziati tedeschi, con la collaborazione di un team di ricercatori svizzeri e svedesi, ha deciso di ricorrere a un’innovativa procedura di trattamento del cuore: così è riuscita a trapiantare un cuore di maiale, geneticamente modificato, su un babbuino e lo ha tenuto in vita per oltre sei mesi. Finora la sopravvivenza media in questo tipo di esperimenti era bassa: non superava i 57 giorni. È un risultato considerato storico, che, secondo gli autori del test, potrebbe portare alla sperimentazione sull’uomo già entro tre anni.
Virus e Dna
Si tratta - osservano molti specialisti - di una previsione comunque ottimistica, dato che esistono ancora diversi problemi legati al prelievo degli organi. Se grazie all’ingegneria genetica diventa possibile creare cuori di maiale maggiormente compatibili con altre specie, uno dei principali problemi resta la presenza all’interno del Dna dell’animale donatore dei cosiddetti «Perv» («Porcine endogenous retrovirus»). Questi virus, sparsi nel genoma, potrebbero infettare chi riceve l’organo, causando, in alcuni casi, anche lo sviluppo di un tumore. Ora, grazie al recentissimo sviluppo di tecniche di «taglia-e-incolla» genetico come la Cripsr-Cas9 - il metodo per correggere con estrema precisione il Dna -, questo problema potrebbe essere affrontato con successo.
Nell’attesa di questo passo decisivo il trapianto di una parte relativamente più semplice, la pelle, dal maiale all’essere umano, sembra invece non lontano. La XenoTherapeutics ha ricevuto il primo «sì» dalla Food&Drug Administration - l’ente Usa per i farmaci - per iniziare un «trial» di sperimentazione che utilizza maiali geneticamente modificati come donatori di pelle. La particolarità di questi animali modificati è l’assenza di alcune proteine che il nostro sistema immunitario riconosce come non proprie, dando così via al fenomeno del rigetto.
L’azienda Usa punta al via con gli esperimenti già per l’estate 2019. Ciò che sembrava impossibile inizia a prendere forma.