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 2018  dicembre 18 Martedì calendario

«Ho scritto l’ultimo ruolo di Redford». Intervista a David Grann

Ad un certo punto, David Grann aveva avuto la netta sensazione che stesse per diventare complice di un’evasione: «Ogni volta che andavo a trovare Forrest, mi chiedeva di portarlo allo spaccio per prendere una tavoletta di cioccolato e una lattina di soda. Pensavo fosse goloso, ma poi mi ero accorto che in realtà approfittava di quella scusa per guardarsi intorno e misurare la stanza. Allora compresi che mi stava usando per pianificare la fuga». Grann è il giornalista del New Yorker autore di bestseller come Killers of the Flower Moon e The Lost City of Z, e del libro Il vecchio e la pistola in uscita ora in Italia da Corbaccio. Il galeotto di cui parla è invece Forrest Tucker, il re americano delle evasioni, morto nel 2004. Tucker era il rapinatore gentiluomo che ha ispirato l’ultimo film di Robert Redford, rimasto in carriera ben oltre i settant’anni e autore di sedici fughe dai penitenziari più proibitivi degli Stati Uniti.
Come le è venuto in mente di inseguire un rapinatore?
«Quando aveva 69 anni, Forrest fu arrestato dopo il furto in una banca della Florida. Il capo della polizia raccontò che era scappato come un pensionato dall’ospizio. Cominciai a scrivergli per vederlo. Ogni quattro mesi mandavo una lettera, ma lui la rifiutava. Dopo due anni, quando ormai aveva esaurito tutti gli appelli e non aveva più nulla da perdere, accettò di incontrarmi».
Perché?
«Era solo, tormentato dai rimorsi, temeva che la storia della sua vita sarebbe scomparsa nel nulla».
Era davvero così affascinante?
«Incredibilmente affascinate. Occhi azzurri, modi gentili e raffinati. Anche le sue vittime e i poliziotti che lo inseguivano avevano una bizzarra ammirazione per lui».
Sembrava drogato di rapine ed evasioni. Perché le faceva?
«Aveva iniziato a commettere piccoli reati da bambino. Era finito in un riformatorio severo, da cui era scappato. Così era rimasto incastrato molto presto nel sistema, che pensava di combattere con le sue gesta. Poi si era appassionato alle rapine, che considerava una professione, ai soldi, e alla scossa adrenalinica del rischio, convinto di riuscire sempre a farla franca».
Dunque si sentiva in missione per cambiare il sistema?
«Era un rapinatore, e non dovremmo romanticizzarlo troppo, ma si vedeva come una persona buona resa cattiva dalla società».
Secondo lei il sistema americano rende cattivi?
«La prigione raramente fa riabilitazione, e negli Usa non ci sono veri finanziamenti per favorirla. Il sistema penitenziario americano più che altro punisce, incarcerando anni anche per piccoli reati. C’è una ragione per cui conservatori e liberal stanno lavorando insieme per cambiarlo: questo è uno dei pochi temi su cui c’è intesa bipartisan, e anche Trump è d’accordo».
Ora l’immigrazione viene automaticamente assimilata alla criminalità. Il sistema sta ripetendo l’errore?
«È un tema centrale, in America quanto in Europa. Qui i migranti vengono dipinti come mostri, per usarli da capri espiatori di altri problemi. Invece di discutere questioni come l’integrazione, il lavoro, il calo demografico, la sicurezza, ci si limita a scaricare tutte le colpe sugli immigrati, per aizzare un certo tipo di elettori. In tutto ciò c’è anche una vena razzista, perché il modo di risolvere questi problemi garantendo la sicurezza ci sarebbe, ma non interessa ai politici demagoghi che vogliono solo infiammare gli animi e sfruttarli poi a scopi elettorali. Il fatto è che anche io sono un immigrato, o figlio di migranti. Tutti lo siamo in America, incluso Trump».
Tucker sarà anche stato un buono incattivito dal sistema, ma aveva abbandonato i figli. Come conciliava questa scelta col suo mito?
«Ogni essere umano aggiusta la propria mitologia ai suoi limiti. Credo che Forest scappasse dalla legge, ma anche dalla propria vita, dalla famiglia e dalle responsabilità. In fin dei conti era uno che rapinava banche e minacciava persone. Quando l’ho visto in prigione era addolorato e pieno di rimorsi. Voleva ricollegarsi ai figli, ma nella vita ci sono cicatrici che non si rimarginano».
John Dillinger, Jesse James, Butch Cassidy e Sundance Kid: la società americana non romanticizza troppo i fuorilegge?
«Ha sempre fatto parte della nostra storia, ma anche di altre culture, vedi Robin Hood. A volte questi miti sono stati creati di proposito, per denunciare qualcosa che non funzionava nel sistema. Bisogna evitare l’agiografia, perché molti di questi criminali erano solo crudeli rapinatori assetati di soldi. All’epoca della Grande Depressione, però, si erano sviluppati miti che servivano a contrastare le disuguaglianze e i limiti della società».
Anche oggi?
«Forse alcuni broker che durante la crisi del 2008 scommettevano contro il sistema corrotto si sentivano simili ai rapinatori degli Anni Venti, di sicuro ci si sentono i politici che hanno cavalcato la protesta. Ma anche il razzismo corrompe la nostra società, e alcuni lo usano come scusa per atti criminali».
È pentito di aver ispirato il personaggio che passerà alla storia come l’ultimo ruolo interpretato da Robert Redford?
«Spero proprio - risponde Grann ridendo - che non sarà così. Sono cresciuto coi suoi film, non voglio questa responsabilità. Di persona Redford è gentile come sullo schermo. Il vecchio e la pistola esiste perché lui ha letto la storia e ci ha visto dentro un film. Per certi versi Forrest cattura lo spirito con cui Redford ha fatto l’attore, e sono felice che il regista Lowery abbia scritto il film come un tributo alla carriera di Robert».