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 2018  dicembre 18 Martedì calendario

Ghisolfi in cima al muro proibito ora vuole Tokyo

Si chiama Perfecto Mundo il capolavoro di Stefano Ghisolfi, il suo K2. Da pochi giorni lo scalatore torinese è diventato il quarto uomo nella storia ad aver completato una via 9b+, il secondo più arduo grado di difficoltà dell’arrampicata. Al di sopra, tra le vie liberate da esseri umani, c’è solo il 9c spolverato da Adam Ondra in Norvegia, il leggendario Silence, a Flatanger.
Un’impresa irreale per Ghisolfi, torinese, che si mette in scia a Ondra, Chris Sharma e Alexander Megos, nel Pantheon dell’arrampicata su roccia. Si era a Margalef, in Catalogna, su una falesia a picco sulla foresta. «Perfecto Mundo era la mia ossessione» spiega Ghisolfi, «l’avrò tentata forse una trentina di volte, prima di averne ragione. Ora sono in un’altra dimensione».
È questo il periodo dell’anno in cui gli arrampicatori corrono qua e là nel mondo a cercare vie per il cielo. La stagione in parete artificiale di Ghisolfi si è chiusa con un secondo posto in Coppa del Mondo, specialità lead, e i progetti olimpici disegnati e chiari, «mi gioco la qualificazione il prossimo anno, ci sono due occasioni in tutto». L’arrampicata sportiva che diventerà a Tokyo 2020 per la prima volta sport olimpico ha un italiano da medaglia.
Poi però, a palestre chiuse, c’è la roccia, quella vera, quella che ti piaga le mani, ti inchioda ad una solitudine necessaria e ti fa respirare più forte. «L’avevo visto in video, Perfecto Mundo, ma il vuoto sotto lo noti solo quando ci sei sopra, quando inizi a salire».
Il K2 degli arrampicatori si apre all’ultimo, tra rientranze e sporgenze, una battaglia verticale con uno sforzo devastante di minuti alla ricerca del passaggio migliore, del punto più semplice dove stazionare e trovare riposo, un minuto o due al massimo prima di rimettersi a studiare il modo di arrivare più su. «È una via devastante anche per le mani, è facile tagliarsi. Mentalmente è stato difficile tenere alta la concentrazione, è stato complesso capire se fosse davvero possibile oppure se era sopra il mio limite, se stavo solo perdendo tempo. Questo è il dubbio che ogni scalatore ha sempre». Mani sulla pietra e andare, oltre se stessi, «è un confronto continuo, una continua scoperta, ci vuole pazienza, determinazione, si arriva a provare un punto decine di volte, ci si deve fidare dell’istinto».
Oltre quello, c’è un allenamento ferreo, ore su spit, fix, nut, friend, la corda che sfila tra le mani, la polvere di magnesio. «Mettere le dita dove non è riuscito a nessuno dà i brividi, sposta i tuoi equilibri interiori, la tua visione delle cose». Se l’alpinismo è scoperta e conquista dell’inutile, l’arrampicata è cercare la misura dell’umanamente possibile: talmente diverse, per certi versi contrapposte, le due specialità della montagna, nemmeno le uniche. Perché la montagna sta figliando altri sport sempre più popolari e che cercano riconoscimenti ufficiali. È il caso dello scialpinismo, vicino all’ingresso nella famiglia olimpica, del freeride, o della corsa in montagna, e anche degli ultratrail, che cercano vie rapide tra rifugi e cime in quota, gare a tappe nelle quali si premia la resistenza, uomini e donne di ferro. Di questo è fatto anche Stefano Ghisolfi.