Corriere della Sera, 18 dicembre 2018
Ritratto degli italiani
Questa storia comincia giusto mezzo secolo fa. Un ragazzino di sedici anni riceve dal padre un libro: «Leggilo. È molto interessante». E aveva ragione. Era (Dal nostro inviato), con il titolo messo così, tra parentesi, come usava nei quotidiani per indicare il giornalista che in quei posti c’era andato, c’era, davvero. (Fu lì che il ragazzino s’innamorò del mestiere che poi diventerà il suo). La nera copertina era una composizione di volti, maschere inquietanti e luoghi lontani dalla nostra vita di tutti i giorni. Anche l’editore suonava suggestivo: «Alfa». Raccontava, quel libro, storie di guerre e di vite speciali oppure ordinarie, bassezze umane e nobili gesti. Ma quelle storie qualcosa avevano in comune: chi l’aveva raccolte le aveva vissute attraverso i propri occhi. L’autore: Luca Goldoni. Da allora ha scritto svariate dozzine di libri che lo hanno portato – inesorabilmente – fino a questo nuovo: anche qui non c’è un rigo a descrivere qualcosa che Goldoni non abbia visto o vissuto in prima persona. Cosa farò da piccolo. Il futuro alla mia età (Mondadori) è il titolo di uno zibaldone dolce e amaro. Parla di noi italiani con uno sguardo bonario ma anche impietoso.
Goldoni ha novant’anni. E non li nasconde. Comincia con un: «Sveglia nonno!» che gli rifila un ragazzetto in scooter perché, in auto, frena per favorire la manovra di una persona che mendica una gentilezza. «Mi ha dato del vecchio bollito, ma senza rabbia. Solo perché non concepisce che si possa rinunciare a un diritto. Diventeranno grandi anche loro, ma per adesso mi fanno sentire un sopravvissuto».
Lasciamoci dire ancora qualcosa di malinconico (ma poi vedrete, leggendo, che Goldoni non ha perso un grammo del suo modo ironico e autoironico di raccontare e vi strapperà più di un sorriso): «Come si sa, l’uomo è il più infelice degli esseri viventi, perché ha coscienza anche della morte. Lo sa anche da giovane, ma non collega l’evento alla sua sorte personale... È invecchiando che il nostro si scopre all’improvviso “zavorra” per i bilanci dello Stato, “soggetto a rischio” per gli agenti delle assicurazioni che lo valutano come un’auto usata: quanti chilometri ha? Che aspettativa di vita ha? E allora si sorprende ad amare svisceratamente il suo scampolo di esistenza».
Goldoni la sua esistenza l’ha fatta coincidere sempre e quasi totalmente con il suo amato mestiere di giornalista e di scrittore. «Sì, ed è alienazione totale». E anche questo libro è frutto della sua totale alienazione.
C’è una parte «strettamente personale» che gli fa ricordare uno della sua stessa classe, 1928: Topolino. «Con qualche sfasatura: io sono nato poppante, mentre lui era già un ragazzo e faceva discorsi sensati. Quando anch’io approdai alla ragione feci alcune scoperte su di lui e (pochi anni più tardi) su Paperino. Primo: perché mentre io facevo la cresima, loro non andavano mai in chiesa? Non esistevano un dio topo e un dio papero? Secondo: perché io avevo dei genitori e i personaggi di Disney soltanto una caterva di zii? Terzo: perché i miei genitori e i miei nonni prima si erano fidanzati e poi erano diventati marito e moglie, mentre Topolino e Paperino erano fidanzati a vita?».
Due ricordi «strettamente personali». Del 25 aprile 1945: «Finivano gli anni terribili rubati alla mia adolescenza e regalati a una precoce maturità». «Tra le date impresse a fuoco nella mia memoria primeggia il 25 luglio 1943, quando i gerarchi si ribellano a Mussolini e lo abbattono. Crolla il mito in cui avevo creduto. “Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi” stava scritto sul mio medaglione di balilla. E il Duce si era fatto cacciare senza battersi. Non l’avrei ucciso, ma non l’avrei più seguito».
Goldoni vola da quei giorni ai nostri per descrivere «un Paese in terapia intensiva» con il governo 5 stelle-Lega che stipula un contratto di potere che gli sembra «un delirio nuziale, come lo sarebbe fra una monaca vergine e un guru della poligamia». Di Matteo Salvini dice: «Ho studiato il suo prorompente vitalismo. Deglutisce prima del cappuccino un paio di Duracell stilo e comincia a scandire poche frasi d’impatto (ripeti cento volte una bufala e sarà verità)». E ce n’è anche per Luigi Di Maio che «arranca all’ombra di Salvini» sparacchiando «colpi di scena a tiro rapido e doppi salti mortali».
Nel panorama delle schifezze nazionali Goldoni mette pure il gioco del calcio anche se è «il più bello del mondo». Il divorzio dall’amata Nazionale risale al 2006 quando emerse il letamaio di Calciopoli e poi del Calcioscommesse. Ma anche se il tuo amore ti tradisce... «m’ero riproposto di tifare contro quei balordi in maglia azzurra. Ma non tardai a prender atto che la Nazionale puoi detestarla e ignorarla: se ti scappa di guardarla ne resti subito plagiato. Una bella partita ti fa scivolare in una specie di lungo orgasmo. Sei tra le braccia della donna che te ne ha fatte di tutti i colori, ma che per un’ora o una notte ti fa volare (uso volutamente il lessico da fotoromanzo)».
Un capitolo di Cosa farò da piccolo è dedicato all’istruzione e si intitola «Una prece per la scuola». Contiene alcune riflessioni sulla risposta di quello scolaro: «In che emisfero è l’Italia?». «L’Italia si trova a Milano». E su un verso poetico rivisitato: «M’illumino d’assurdo». Più un amarcord: «Quando non si picchiava il prof».
A proposito di amarcord. Ce n’è un altro legato alla passione di Goldoni per il mare (ne ha scritto anche in un libro Il mare nell’anima, Barbera editore). È legato «all’irritazione, al risentimento quando il “Moro di Venezia”, la barca che appassionò gli italiani per le sue imprese nella Coppa America e nella Vuitton Cup va all’incanto con i battitori di aste Bolaffi. Il primo tifo degli italiani per una barca a vela contagiò gli appassionati ma anche chi conosceva le onde soltanto dalle panche di un vaporetto a Venezia». Il nome di quella barca era collegato a quello di un signore che «faceva girare migliaia di miliardi». Raul Gardini. «Nel luglio del 1993, coinvolto in una spietata guerra finanziaria, tradito da collaboratori di cui si fidava, si è tolto la vita. Dopo tante vittorie in mare, non accettava di aver perso una battaglia in terra».
Goldoni è stato – giustamente – etichettato come uno psicoanalista del costume nazionale. Non potevano mancare qui pizzicotti ai vizi pubblici e privati di noi italiani: la barbarie telefonica e dei social, lo stupro della lingua italiana, la «sfanculaggine» del gergo quotidiano (siamo tutti figli di Plauto, «che diceva mentula – minchia – e Cicerone no»), la maleducazione-violenza al volante, quelli che il figlio è un campione sportivo e gli altri no e quindi meritano di essere insultati e se è il caso menati, quelli che mandano i cani a scuola di violenza (e lo dice lui che ama gli animali e dedica loro un capitoletto di questo libro).
Goldoni sa anche essere ironicamente spietato sugli uomini di una certa età che «hanno rinunciato alle sigarette, agli alcolici, al fritto, agli insaccati. Per allungarsi un po’ la vita: cent’anni, magari in carrozzella come diceva Mastroianni».
È opinionista, una firma storica, del «Corriere della Sera», tiene una rubrica sul settimanale «Oggi» e sui giornali che fanno riferimento al marchio Qn («Quotidiano nazionale»), è scrittore di storie e di storia ma tant’è all’ego altruista (come si definisce) manca qualcosa: «Smestolare nelle mense dei barboni, guidare ambulanze, portare coperte ai clochard, regalare una passeggiata a qualcuno con il bastone bianco». Ma ha promesso: «Riparerò nei miei secondi novant’anni».