la Repubblica, 16 dicembre 2018
Quei 3,5 miliardi che ci dividono da Bruxelles
Si può misurare in tre miliardi e mezzo l’ultimo miglio che separa Roma da Bruxelles. È questa l’ulteriore cifra – intorno allo 0,2% del Pil – che Salvini e Di Maio dovranno accettare di mettere sul tavolo entro domani per chiudere il buco nei conti italiani ed evitare la procedura d’infrazione europea sul nostro debito. Una seconda retromarcia dopo che, mercoledì scorso, il premier Conte si era presentato da Jean- Claude Juncker con un taglio alla manovra 2019 di 6,4 miliardi per portare il deficit dal 2,4 al 2,04%. Oltretutto il governo dovrà riconoscere l’infondatezza dei numeri che ha prodotto fino ad ora, anche se la Commissione è disposta a concedere l’onore delle armi a Palazzo Chigi per permettere ai giallo-verdi si salvare la faccia di fronte agli elettori.
Dopo due giorni di negoziati no stop con i colleghi della Commissione Ue, i tecnici del Tesoro, guidati dal direttore generale Alessandro Rivera, hanno lasciato la capitale europea e sono tornati alla base. Una missione che ha dato frutti, visto che – secondo quanto filtra da dietro le quinte – l’iniziale buco da 4,5 miliardi individuato giovedì scorso da Bruxelles è sceso a 3,5. Rientrati a Roma, gli uomini del Mef hanno lavorato febbrilmente per portare a Chigi entro le prime ore di oggi la proposta che toccherà ai politici vidimare e spedire alla Commissione. Il testo che Giovanni Tria depositerà sul tavolo del premier conterrà diverse opzioni su come tagliare dalla manovra altri 3,5 miliardi di spese in deficit. Spetterà a Di Maio e Salvini decidere se e come mettere ancora mano alle forbici. E anche in fretta, visto che il negoziato con la Ue dovrà concludersi domani in modo da consentire al governo di presentare martedì il maxi emendamento con le correzioni al Senato ed evitare che il giorno successivo la Commissione lanci la procedura.
Il primo problema per i vicepremier sarà accettare le premesse del possibile accordo. Conte ha chiesto a Juncker di poter chiudere mantenendo il deficit nominale al 2,04% in modo da non sottoporre Lega ed M5S all’umiliazione del secondo arretramento con discesa sotto il 2%, giudicato mediaticamente indigeribile. Il presidente della Commissione ha accettato, ma per tenere in piedi il giochino cosmetico l’esecutivo italiano deve ammettere di avere “dopato” le cifre della manovra: il governo dovrà riconoscere che la crescita 2019 prevista all’ 1,5% in realtà si attesterà intorno all’ 1% e che il deficit al 2,4% inizialmente inserito nella finanziaria era frutto di calcoli viziati da ottimismo, con il disavanzo che in realtà si proiettava al 2,6%. Così, con il taglio di poco inferiore allo 0,4% annunciato mercoledì scorso e quello in discussione ora pari a circa lo 0,2% del deficit, si arriverebbe a un disavanzo” reale” del 2,04%. Ma questa volta capace davvero di far scendere il debito. In questo modo Roma finalmente rispetterebbe le regole del Patto di stabilità ed eviterebbe quella procedura Ue che rimetterebbe il Paese sulla graticola dei mercati e imporrebbe agli italiani anni di austerità.
A questo giro però il governo dovrà presentare misure credibili, altrimenti l’ultimo drammatico negoziato risulterà vano. La Commissione, infatti, per arrivare a queste cifre è stata generosa con i giallo-verdi, ha stirato le regole al massimo e ha accettato compromessi per diminuire il costo della retromarcia penta-leghista. Atteggiamento che porterebbe ad un accordo che permetterebbe di evitare nuove tempeste finanziarie sull’eurozona, come auspicano tutti i governi, a partire da quello di Angela Merkel, salvando al contempo la credibilità delle regole Ue. Ma che non può scivolare nel lassismo, altrimenti gli ortodossi in agguato all’interno della Commissione, guidati dal vicepresidente Dombrovskis, e nelle capitali della Lega anseatica, i dieci Paesi rigoristi capitanati dall’Olanda di Mark Rutte, si ribelleranno. Juncker per difendere l’eventuale patto con Roma avrà bisogno di tagli a prova di falco. In caso contrario, a un passo dalla meta, il tavolo salterà. E sarà commissariamento europeo.