Libero, 16 dicembre 2018
Renzi trasforma il Rinascimento in un’auto-marchetta
Sgombro subito il campo: «Firenze secondo me», il documentario prodotto da Lucio Presta di cui è coautore e conduttore Matteo Renzi, è bello, girato molto bene con una eccellente fotografia di Massimo Pascucci che per lungo tempo ha lavorato a Mediaset. Trasmesso ieri sera sul canale 9 del digitale terrestre, avrebbe avuto obiettivamente qualche difficoltà ad andare in onda sulle reti ammiraglie pubbliche o private dove vige ancora – più o meno rispettata – la par condicio. Perché Renzi ci prova a recitare una sua personale versione di Alberto Angela e in qualche parte ci riesce, anche se un pizzico troppo imbalsamato dal “gobbo” (il testo scritto che noi non vediamo ma che scorre davanti ai suoi occhi), che con evidenza ha davanti. Solo che poi Renzi diventa Renzi e come sempre eccede, si allarga, straborda. È stato il suo tallone di Achille in politica, lo è anche da conduttore tv. Va bene che la Firenze è quella secondo lui e il marchio è dichiarato fin dal titolo, ma inizi pensando «bello» e pure «bravo», perché lui bravo lo è davvero anche a fare questo secondo mestiere. Ci si può perfino emozionare con il cammeo di un suo racconto sulla Madonna del Cardellino di Raffaello Sanzio, il quadro che dice di prediligere negli Uffizi, perché lui si scioglie nel raccontarlo, si capisce che è sincero, ti guida dentro il quadro e lo segui docilmente. Ma poco dopo ti capita di trasalire quando ti porta davanti a La Calunnia di Sandro Botticelli e lo attualizza, lo ribattezza «il quadro delle fake news», quasi vuole dire che il calunniato è parte della sua famiglia, forse suo padre, forse lui stesso. È troppo, e si perde la piacevolezza della narrazione, la sincerità del racconto, pare quasi buttarla in caciara.
LEONE IN GABBIA Non accade, perché qualcuno pure avrà tenuto la regia e anche Presta una certa saggezza deve avere: lo frena. Per quel che può, perché il tipo non è così facile da domare. E infatti sgaiattola fuori quando meno te lo aspetti, trasformandoti niente meno che Filippo Brunelleschi in un banale Roberto Burioni ante litteram, che amando i bambini li avrebbe riempiti invece che di baci, di vaccini. È un semplice passaggio, ma fuori tono mentre fa vedere lo straordinario skyline di Firenze dallo stenditoio dell’Ospedale degli Innocenti realizzato anche questo dal celebre architetto. Ben riuscito invece il racconto anche politico (ma non stride in questo caso) dell’attentato della mafia in via dei Georgofili nel 1993, quando Renzi ancora era ragazzino e si stava preparando alla maturità con qualche apprensione perché era appena uscito greco scritto. Tiene il ritmo anche il ricordo delle cinque vittime del Fiorino imbottito di tritolo, con un’attrice che alla fine legge la poesia della povera piccola Nadia – 8 anni – che Mario Luzi ribattezzò nella «poetessa bambina». Non riuscita nei tempi (un pizzico prolisso) e nella stessa sceneggiatura la visita all’archivio parrocchiale per leggere il certificato di morte nel giorno 15 luglio 1542 della signora Lisa Gherardini che «sotterrossi in Sant’Orsola» e per lei «tolsi tutto il capitolo». Morì quel giorno destinata all’eternità grazie a Leonardo da Vinci, perché lei è Monna Lisa, e anche qui nel finale del cammeo Renzi un pizzico sbrodola, volendo riportare il tutto ai giorni nostri, alle polemiche con i francesi e a chi rozzo urla vendetta: «Restituiteci la Gioconda!», che invero fu venduta ai francesi e non depredata come tante altre opere italiane all’epoca di Napoleone.
IL LAVORO DEL FUTURO La tentazione è andare fuori strada, ma il conduttore alla fine si tiene e la chiude con il racconto dell’operaio del Louvre, Vincenzo Perugia, che fra il 1909 e il 1911 studiò e realizzò un piano per trafugarla e riportarla in Italia, dove però fu arrestato dai carabinieri mentre tentava di venderla agli Uffizi. Alla fine con qualcuno che lo guida, pur nella difficoltà di tenergli le redini strette, al suo esordio da scrittore e conduttore Renzi sembra meglio di quel che abbiamo visto negli ultimi tempi in politica. Il mestiere ce l’ha, un po’ di cultura pure. E non ci verrebbe da pensare altri leader così a proprio agio in quei panni: non ci vedrei né un Luigi Di Maio né un Matteo Salvini. Forse è la sua strada, e come l’altra è partita da Firenze. Con un buon regista e un produttore saggio, ne può sicuramente percorrere molta altra.