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 2018  dicembre 16 Domenica calendario

Cesare Battisti raccontato dal compagno di cella

L’ho conosciuto in carcere a Udine.
Cesare era detenuto per una rapina. Lì cominciai a parlargli di politica. Chi era? Un ragazzo di malavita, ma di grande carica umana, con un grande senso dell’umorismo. Aveva molta voglia di leggere, di sapere. Io allora ero un insegnante di cultura generale e di educazione civica alle professionali. Lui era un po’ bulletto, ma anche simpatico. E se la sapeva giocare. Aveva un certo fascino con le ragazze».
Arrigo Cavallina, che dopo la galera, la dissociazione e un incontro con il cardinal Martini è diventato un fervente cattolico, molto attivo nel volontariato in favore dei detenuti, ha raccontato così come reclutò Cesare Battisti nei Pac, il gruppo che stava formando. In un suo libro ha aggiunto: «Era un malavitosetto con la voglia di uscire dalla sua condizione e trovare significati più profondi. Per sua disgrazia ha creduto di trovarli condividendo i miei orientamenti politici».
Proletari armati per il comunismo, così si firmavano. Era il 1977, e la galassia di aspiranti guerriglieri si andava popolando di piccoli gruppi. A volte usciti dai "circoli del proletariato giovanile", oppure raggruppamenti di quartiere: cominciavano con qualche irruzione incendiaria in agenzie del lavoro precario, e intanto si procuravano armi. Con le armi in mano, sperimentate in campagna, si ponevano il quesito di come «alzare il livello dello scontro», e cioè chi prendere a bersaglio. Così si sparava contro la polizia in una manifestazione (Giuseppe Memeo, detto "Terrone", quello della foto in via De Amicis a Milano, pure lui poi arruolato nei Pac), o si scaricavano pistole e fucili a canne mozze contro la sede dell’Assolombarda.
In via De Amicis morì il brigadiere Antonio Custra, ma a sparare non fu Memeo.
I Pac di Battisti scelsero di «partire dalla periferia», e di essere i vendicatori dei banditi colpiti dalla reazione delle vittime. O i "giustizieri" di uomini dello Stato: «Sono sempre gli stessi che cadono, e alla violenza dello Stato bisogna rispondere con le stesse armi», proclamò una volta Battisti. Cavallina ha raccontato così l’apprendistato dei Pac: «Una parte di noi viveva a Milano, un’altra a Verona, qualcuno a Padova. Ci trovavamo, e ricordo che i milanesi chiedevano: dove andiamo in gita. Andavamo in collina, a cena in trattoria, e poi naturalmente si guardava anche al supermercato da rapinare, all’ufficio postale da assaltare».
Nel ‘78 cominciano a uccidere, e la prima vittima è Antonio Santoro, maresciallo della polizia penitenziaria a Udine. Battisti e Cavallina l’hanno conosciuto in carcere, e Cavallina pur sostenendo che aveva fama di "duro" non ricorda che gli si addebitassero episodi di violenza: ma si vede che tanto bastava a farne un bersaglio. Battisti è stato condannato come esecutore materiale.
Altri bersagli vengono scelti leggendo le cronache. Il 16 dicembre ‘78 a Caltana di Santa Maria a Sala, nel Veneziano, uccidono Lino Sabbadin, di professione macellaio, che due mesi prima aveva reagito sparando a un tentativo di rapina e aveva ucciso uno dei rapinatori.
Sabbadin, agli occhi dei suoi assassini, ha «l’aggravante» di essere un militante del Msi. In questo caso Battisti era di copertura armata, e a sparare fu Diego Giacomini. Cinque più tardi, a Milano, un altro commando dei Pac uccide il gioielliere Pierluigi Torregiani. La sua "colpa"? Aver reagito poco tempo prima a una rapina, mentre cenava al ristorante Transatlantico, e aver ucciso uno dei banditi. Torregiani sta abbassando la saracinesca del suo negozio, estrae la pistola: prima di essere ucciso uno dei suoi proiettili colpisce il figlio Alberto, quindicenne, che da allora è su una sedia a rotelle. Per questo omicidio Battisti è stato condannato come ideatore e organizzatore. L’ultima delle quattro vittime dei Pac è l’agente della Digos milanese Andrea Campagna, colpito il 19 aprile ‘79 alla Barona: anche qui, dicono le sentenze, fu Battisti che gli sparò alle spalle.
Il "ragazzo di malavita, il malavitosetto" Battisti ha sempre cercato di verniciare di rivolta ideologica anche le sue prime imprese. Suo padre era un pastore che dal Frusinate s’era trasferito a Cisterna di Latina, doveva aveva aperto una piccola azienda.
Cesare ha 17 anni quando per la prima volta i carabinieri lo sorprendono a scaricare da un’auto delle Olivetti rubate, poi una rapina nella villa di un dentista, la sottrazione «a fini di libidine violenta» di una minorenne incapace, e ancora un colpo in banca. È militare a Udine, dopo essersi finto pazzo per farsi riformare, quando gli arriva una condanna e finisce in galera. E lì conosce il suo "maestro" Cavallina. Al suo unico processo milanese (poi fu fatto evadere dal carcere di Frosinone nel 1981, e da allora è latitante) minacciò il Pm («Stai sicuro, veniamo a prendere anche te») e i giudici («Siete solo dei buffoni di merda»). Da allora, scrittore di noir, traduttore, portinaio, adottato dalla politica e dagli intellettuali francesi come vittima, s’è sempre detto del tutto innocente. E ha dichiarato di «poter guardare in faccia i familiari delle vittime», anche se non ne ha mai avuto l’occasione.
Uno di loro, Alessandro Santoro, ha detto: «Non provo odio per Battisti, ma non credo che riuscirò mai a perdonarlo. La sua è un’esistenza in un mondo che non esiste più per nessuno, tranne che per lui».