La Lettura, 16 dicembre 2018
Viaggio in Italia in dieci parole dialettali
La straordinaria ricchezza dei dialetti italiani ha sempre esercitato un grande fascino. A testimoniarlo, già dal Settecento, le lettere e diari dei viaggiatori che attraversavano l’Italia per il cosiddetto Grand Tour. «Il volgo, ed anche i Nobili stessi parlano colla gente volgare, e spesso fra loro usano dialetti differenti», scrive ad esempio Lorenzo Hervás, un religioso spagnolo che nel 1767, dopo la soppressione dell’ordine dei gesuiti nel suo Paese, si era trasferito in Italia: per questo ai «forestieri, sebbene sieno intendenti del Toscano, sul principio sembrano lingue totalmente diverse». È nel solco di quella tradizione, e dell’aura che ancora promanava dal Viaggio in Italia di Goethe, che nella primavera del 1914 un giovane studente berlinese intraprende il suo pellegrinaggio filologico. Zaino in spalla, parte della Svizzera e in cinquanta giorni – spostandosi quasi sempre a piedi – passa di paese in paese, di locanda in locanda: dal Ticino al Gargano.
Poi ci sarà la guerra, la sospirata laurea: ma quell’esperienza aveva ormai deciso il suo futuro. Gerhard Rohlfs, così si chiamava quel ragazzo, diventerà uno dei massimi studiosi delle lingue parlate in Italia. Tornerà più volte a viaggiare nel nostro Paese, soprattutto in quella parte di Meridione che la prima volta non aveva visto: il Salento, la Lucania, la Calabria, la Sicilia. Indagando con particolare attenzione le zone dove si parlavano dialetti imparentati con il greco: parentela che, secondo lui, andava fatta risalire direttamente alle colonie della Magna Grecia.
In ognuno di quei viaggi – a piedi, a cavallo, a dorso di mulo – Rohlfs si fermerà a parlare con le persone del posto: ascolterà i loro discorsi, domanderà gli antichi nomi dei luoghi e delle cose, si farà raccontare storie tramandate di generazione in generazione. Da questo infaticabile lavoro di raccolta – parole, frasi, forme, suoni – nasceranno studi che contribuiranno in maniera decisiva alla conoscenza di quei dialetti. E, tramite quei dialetti – tramite il continuo confronto tra le loro voci e quelle dell’italiano letterario – alla ricostruzione di antiche fasi linguistiche prive di tracce nella tradizione scritta. Quella di Rohlfs era una vera ricerca sul campo: per strada, in campagna, tra la gente comune. Sempre alla ricerca di nuovi reperti per quelli che lui definiva «scavi linguistici». Di qui il soprannome di «archeologo della parole», ripreso nel titolo di un libro appena uscito per Telos edizioni. Un testo scritto da Lilith Moscon e illustrato da Francesco Chiacchio, che – grazie all’elegante leggerezza del tono e del tratto – riesce a trasformare in una favola le vicende di questo «Indiana Jones» della lingua.
Basta scavare sotto alla superficie dell’italiano, in effetti, per trovare tante parole – circa 5 mila – che nei secoli sono arrivate dai dialetti o da usi regionali. Di alcune, come quelle che riguardano specifici costumi o caratteri del territorio o prodotti alimentari, l’origine locale è facilmente riconoscibile. Per altre, come le dieci che proponiamo qui, c’è bisogno di un po’ di archeologia.
Boiata Quasi tutti, quando sentiamo parlare di boiate, pensiamo alla trucida violenza del boia. E invece l’origine della parola – almeno nel senso di «cosa stupida, mal fatta, ridicola» – sembra essere un’altra. La prima circolazione con questo significato appare concentrata, stando ai dizionari dialettali, nell’area emiliano-romagnola: piacentino boiada (1855), parmigiano bojada (1856), romagnolo bojeda (1879). Nelle definizioni – per rimandare a qualcosa di sciocco, insipido, pasticciato – si ricorre spesso a usi figurati provenienti dall’ambito del cibo come «pappolata» o «faggiolata». Di qui l’ipotesi che alla base possa esserci il settentrionale boj, bollire: dunque l’idea di una minestra insipida. Parrebbe andare in questa direzione un articolo della rivista «L’arte drammatica» che nel 1885 recensisce uno spettacolo allestito a Bologna: «È una boiata, fu a stento digerita dal pubblico».
Carosello Nel napoletano di oggi carosiello o carusiello significa salvadanaio. Alla fine del Cinquecento, la parola era usata per quello che nel latino del De Neapoli illustrata viene chiamato ludus carusellorum. Un gioco importato dagli spagnoli in cui due schiere di cavalieri vestiti «alla turchesca» si fronteggiavano lanciandosi palle di creta piene di cenere. Bocce sferiche e lisce come le teste rasate dei carusi — da carosare cioè tosare – a cui il gioco deve il nome (o, appunto, come la forma tipica di un salvadanaio). Di lì la parola arriva in francese e in tedesco e cambia via via di significato, passando a indicare – anche in italiano – qualunque torneo di cavalieri in costume, poi vari tipi di gioco o passatempo. Fino a diventare, nel 1957, il titolo della celebre trasmissione televisiva: con riferimento, scriveva Bruno Migliorini nei suoi Profili di parole, «alla varietà delle scenette susseguentesi».
Ciambella Non tutte le ciambelle, si sa, riescono col buco: e in effetti, tra le etimologie qui proposte, questa è una delle più incerte e discusse. Discussa è la base, che potrebbe essere individuata nel latino cymbula, cioè barchetta (a sua volta dal greco kymbe, che significava anche vaso, tazza, coppa). Incerta la provenienza, anche se la ricostruzione più accreditata passa per l’abruzzese ciambelle: nome dato a piccoli pezzi di pasta di granturco fritta e ricollegato al molisano ciammiella, un vaso di rame a fondo piatto. Sono tanti, nei dialetti e nelle altre lingue neolatine, i dolci che – come la barchetta romanesca o la barquilla spagnola – prendono il nome da imbarcazioni. Se così fosse, però, le prime ciambelle dovevano essere senza buchi: altrimenti sarebbero affondate.
Ghetto La parola viene dal nome dell’isola in cui, ai primi del Cinquecento, furono costretti a vivere gli ebrei di Venezia. Il nome si riferiva in principio a una fonderia che si trovava sull’isola: in veneziano ghèto; ovvero getto, dal latino iectare. E infatti – passando a tutt’altro – dal veneziano arrivano anche parole come traghetto e traghettare, provenienti dal verbo del latino tardo traiectare (lo stesso alla base dell’italiano tragitto o traiettoria).
Malloppo Lo troviamo già nel Maggio Romanesco di Giovanni Camillo Peresio, «poema epico-giocoso nel linguaggio del volgo di Roma» pubblicato nel 1688. Quando, ad esempio, uno dei nemici afferra il protagonista per la cintura e «come de Stoppin fosse un malloppo/ lo butta in terra giù de tutto schioppo». Il malloppo è in origine un fagotto, un involto ingombrante: qualcosa di ammalloppato, cioè – appunto – inviluppato. Per il gergo della malavita quel malloppo è il bottino, la refurtiva; poi per estensione un gruzzolo. O anche – metaforicamente – un indefinibile senso di oppressione, sorta di spleen romanesco a cui è dedicato uno spassoso libro di Marcello Marchesi: «La causa del malloppo sono le parole. Le parole si vendicano. Ma basta sputarle fuori e il malloppo si svuota».
Manfrina «Si balava il valzere, e la manzurca, o marzurca, o marzucca, a seconda. Anche la manfrina, il che è una cosa strana, perché la manfrina è anzitutto una cosa noiosa, di uno che la fa lunga». Così Francesco Guccini nelle sue Cròniche epafániche ossia della sua Pàvana, nell’appenino tosco-emiliano. Ma la manfrina o monfrina o monferrina viene dal Piemonte. «Antica danza nazionale che dal Monferrato passò ne’ tempi de’ miei marchesi a tutta l’Italia», la definisce Giosuè Carducci in una lettera. In un’altra lettera, Giuseppe Giusti ne parla come di un «ballo di famiglia, allegrissimo, smesso in città, mantenuto in campagna». Il che rende difficile spiegare il passaggio novecentesco al significato di tediosa tiritera o leziosa messinscena. Anche se già il Tommaseo segnalava che di un cattivo suonatore si diceva «sa sonare la manfrina», e in una cronaca del 1848 si descrive il «nuovo ballo» chiamato manfrina alla Durando come una sequenza «di scambietti, di finti passi, e d’altri amminicoli».
Menagramo È il lombardo menagràm, che indicava chi era accusato di condurre (antico significato di menare) con sé qualcosa di male (gramo, triste): di portare sfortuna, insomma. Tra i primi esempi documentati di quest’uso c’è una lettera scritta da Filippo Turati ad Anna Kuliscioff nel 1924, in cui si fa riferimento ai discorsi di Giolitti, Orlando e «dello stesso menagram di Salandra». L’anno prima, il dizionario dei neologismi di Alfredo Panzini aveva citato la forma alla voce iettatore; nell’edizione del 1942, la metterà a lemma come menagramo: «Voce milanese (menagram): che porta iettatura».
Orbàce Alla Mostra Nazionale della Moda del 1934, ci informa una rivista del ventennio, «ha figurato bene anche l’orbace, il tessuto di pura lana che riassume in sé tanta semplicità decorosa e schietta, tanto amore per la terra, tanta virile forza di popolo: l’orbace sardo». Sardo anche nel nome, che nell’isola si alterna al più antico forèsi (dal latino forensis, campagnolo) e – come l’equivalente italiano albagio — potrebbe derivare dall’arabo al-bazz cioè tela, stoffa. Oppure – secondo altre ricostruzioni – da una base latina legata ad albus (cioè bianco), perché in origine lana non tinta. Rigorosamente tinte di nero erano invece le divise d’orbace del Partito Nazionale Fascista, e a quel periodo è rimasta legata la parola.
Scoglio In una similitudine dell’Inferno, Dante evoca il gesto di chi riemerge dopo essersi tuffato «giuso» per sciogliere l’àncora impigliata in «scoglio o altro che nel mare è chiuso». Gli scogli che affiorano nella letteratura medievale toscana, però, provengono linguisticamente dal mar ligure. Da quegli scogi di cui (scriveva all’epoca un anonimo poeta genovese) il mare è così pieno che è meglio tenere gli occhi ben aperti: «Ni osemo strenze li ogi, tanto è pin lo mar de scogi». La parola risale – attraverso il latino – al greco skópelos, connesso con un verbo che significava guardare (lo stesso alla base dello -scopio di telescopio). In origine, forse, una roccia prominente: da cui si poteva guardare lontano.
Scuocere «Scociri, cuocere troppo, excoquere» si legge nel Dizionario siciliano italiano latino pubblicato nel 1754 dal Padre Michele Del Bono. E, quasi un secolo dopo, nel Nuovo dizionario siciliano-italiano di Vincenzo Mortillaro: «scottu, agg[ettivo] da Scòciri: soperchiamente cotto, Stracotto». Ancora ai primi del Novecento, scotto si usava in Toscana solo come sostantivo: per il mangiare all’osteria e il relativo conto da pagare. La prima «pasta scotta» registrata da un dizionario italiano risale al 1950.