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 2018  dicembre 16 Domenica calendario

Intervista a Gilles Kepel: «Macron è debole ma ha diviso i suoi nemici»

Gilles Kepel, politologo e arabista, insegna all’Ecole Normale Supérieure di Parigi e all’Università della Svizzera Italiana. 
Professore, aveva previsto l’ascesa dei gilet gialli?
«No. Eravamo concentrati sulle banlieue. Sapevamo che c’era un risentimento diffuso tra le classi medio-basse della società europea non politicizzate. Sembravano senza voce. Con la sensazione di essere presi tra l’incudine dei figli di immigrati che accettano lavori a qualsiasi prezzo e il martello dei ricchi globalizzati e della classe dominante. I salari non salgono ma le tasse sì, e venivano ridistribuite agli abitanti delle banlieue per tenerli tranquilli».
Come si è arrivati alla protesta di piazza?
«Facebook ha permesso di creare gruppi locali formati da persone con le stesse idee. Hanno trovato un simbolo nel giubbotto giallo, identità simbolica di un automobilista che scende in strada e fanno la loro figura anche alla tv perché sono fluorescenti e hanno un’impatto visivo che enfatizza la presenza anche solo di quindici persone che li indossano».
Come mai i “gilets jaunes” non hanno un leader?
«Per via di Facebook. Questo è un movimento di base digitale. Si sono cristallizzati attorno al simbolo del “gilet giallo” che dimostra che hai una macchina, tanto che la protesta nasce contro l’aumento delle tasse sul gasolio. Chi vent’anni fa ha comprato case a buon mercato con un pezzo di terra e ha voluto allevare i figli fuori dalle banlieue ha bisogno dell’auto e non ha un gran reddito. Queste persone, quando le tasse sul diesel sono aumentate, si sono sentite in pericolo. C’è chi si è trovato a spendere un quarto dello stipendio per fare il pieno, una cosa insostenibile».
La protesta guadagnerà terreno grazie a questo crescente vento populista?
«È chiaramente qualcosa che assomiglia a quello che rappresentano Salvini o Trump anche se non c’è la forte componente anti-immigrati. Quando sono arrivati a Parigi due gruppi sociali hanno iniziato a coalizzarsi: la classe media impoverita e la gente delle banlieue. Nel 2005 a bruciare erano solo le banlieue, non ci si azzardava ad arrivare fino a Parigi». 
La violenza ha preso il largo nel movimento?
«Sì e me ne sono accorto personalmente. Siccome la mia faccia è nota grazie alla tv, io stesso sono stato quasi linciato da alcune bande violente».
Come ha risposto Macron?
«Sta cercando di rompere l’alleanza tra gli europei della classe media e il popolo delle banlieue. E l’opinione pubblica è stufa della violenza». 
Il malcontento è stato manipolato dagli estremisti di estrema destra e sinistra per danneggiare Macron?
«In un certo senso stanno facendo ciò che ha fatto Macron. Questa classe medio/bassa impoverita, che non aveva mai avuto visibilità né rappresentanti, ha inventato un nuovo tipo di protesta. Il loro parlamento è la tv in diretta 24 ore al giorno. È un’agorà digitale senza leader. La maggior parte è molto sincera quando dice che non riesce a sfamare i figli, perché è tutto troppo caro, ma per lo più non sono assolutamente in grado di articolare un discorso politico. Quelli che ne sono capaci sono ex militanti di estrema sinistra o di estrema destra».
Macron ne esce indebolito?
«Non c’è dubbio. E questo è un grosso problema perché abbiamo bisogno del suo stimolo per prendere l’iniziativa e tenere a galla l’Unione europea». 
I gilet gialli cresceranno ancora?
«Non credo. La classe media impoverita sta perdendo un sacco di soldi e a causa della violenza nessuno fa più shopping al sabato».
Pensa che i terroristi ne approfitteranno?
«Io e i miei studenti controlliamo i loro siti web».
L’attacco di Strasburgo arriva nel pieno delle proteste dei gilet gialli, c’è qualcosa che unisce due fenomeni così diversi?
«I siti internet legati alla Jihad, che io e i miei studenti monitoriamo, hanno elogiato il movimento dei gilet gialli, perché sperano che possano abbattere la società francese. Secondo gli estremisti questo movimento apre profonde crepe che possono favorire quella guerra civile che vogliono intraprendere in Europa per costruire enclave islamiche e infine diffondere il loro califfato in tutto il mondo. Anche se poi la realtà è sempre piena di contraddizioni, anche per loro: la prima vittima era un musulmano di origine afgana che era fuggito dai talebani e aperto un garage a Strasburgo».
L’attentato è un attacco a una città simbolo dell’Unione europea?
«Non penso che l’obiettivo fosse l’Ue. Piuttosto conta che dalle periferie di Strasburgo siano partiti molti foreign fighter diretti in Siria e Iraq». 
Come vede il futuro della Francia e dell’Europa?
«In Europa c’è voglia di ancien régime. Siamo alla vigilia di un grande cambiamento». 
L’Ue sarà in grado di resistere?
«Il sistema di Bruxelles deve essere profondamente riformato. È visto con sospetto perché il denaro viene sprecato da un sistema centrale di burocrazia che non è responsabile nei confronti del popolo. Senza una riforma dell’Ue sono molto pessimista riguardo alla sua capacità di resistere».