La Stampa, 16 dicembre 2018
Intervista al produttore musicale Big Fish: «In classifica chi è bravo. Ma la Rete è un circo»
Negli Anni 90 con i Sottotono è stato protagonista della prima ondata rap e hip hop che ha invaso l’Italia: Articolo 31, Flaminio Maphia, Sangue Misto. Da qualche tempo Massimiliano Dagani, alias Big Fish, è un cosiddetto «hitmaker» (ha lavorato anche con Manuel Agnelli a questa edizione di X Factor). Produce successoni discografici: Fabri Fibra, Elisa, Gué Pequeno, Emis Killa, fino a Young Signorino, uno dei più discussi esponenti della scena trap.
Siamo di fronte a un fenomeno musicale e sociale nuovo?
«Di sicuro siamo davanti a una scena che non è solo musicale. È un lifestyle di cui la musica non è la parte preponderante, dove si gioca sull’apparire, ci si fa notare per una confezione bellissima più che per quel che c’è dentro».
La qualità è scadente?
«Lo dico subito: se sono lì, in cima alle classifiche, è perché sono bravi. Sono figli di questo tempo: sfruttano i social network, questo grosso circo in cui si regolano i conti, si costruiscono o si perdono amicizie per un like».
Nell’hip hop Anni 90 il tema del riscatto non era altrettanto forte?
«Era diverso. Il rap era anche protesta, rottura. Questa generazione mi sembra più frutto dell’ansia di apparire di questo tempo. Ostentare marchi, loghi, quel che si ha per far vedere quel che si è. Fare parte di un circo. Non me ne tiro fuori, sia chiaro: del circo faccio parte anche io. Se vuoi campare con il rap nell’80% dei casi devi produrre pezzi da chart, da classifica. Però c’è modo e modo di farlo: ho lavorato con Fabri Fibra, abbiamo prodotto cose che trasmettevano un messaggio e per fortuna andavano anche bene».
Che cosa impedisce a questi ragazzi di fare altrettanto?
«La poca voglia di mettersi in gioco. Da tre anni sento le stesse basi, gli stessi testi».
Un po’ conservatori per essere ventenni, no?
«Hanno paura, non mettono il naso fuori dalla loro comfort zone perché pensano di non essere accettati dal gruppo. Il primo che lo farà verrà seguito dagli altri».
Perché uno dovrebbe cambiare se questo genere funziona?
«Se a 46 anni sono ancora qui a fare l’operaio della musica è perché mi diverto a sperimentare. Sto rifiutando alcune produzioni proprio per questo motivo: non mi serve ripetermi e non serve nemmeno a loro».
Allora ha ragione chi denuncia lo scarso livello artistico dei cantanti trap?
«Il problema non sta nella musica né nei testi. Il fatto è che è più facile replicare un pezzo ascoltato su Spotify che andare a ricercare sonorità, studiare, provare. Il digitale mette tutti sullo stesso livello: chi ascolta ha accesso alla stessa musica di chi la produce».
Quest’epoca divorerà in fretta la trap come fa con tutto il resto?
«Resisteranno i pochi che sapranno trovare strade autentiche e originali. Quelli che hanno qualcosa da dire».