Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2018  dicembre 16 Domenica calendario

APPUNTI PER OGGI cuzzocrea su rep ROMA In commissione Bilancio al Senato, i parlamentari del Movimento 5 stelle si guardano negli occhi smarriti

APPUNTI PER OGGI

cuzzocrea su rep

ROMA In commissione Bilancio al Senato, i parlamentari del Movimento 5 stelle si guardano negli occhi smarriti. Gli emendamenti della Lega scorrono loro davanti uno dopo l’altro e sembrano un elenco di provocazioni. Non c’è solo quello che abolisce l’ecotassa sulle auto più inquinanti, sulla quale il governo è al lavoro da giorni per trovare una faticosa mediazione. Un alleggerimento che occorre anche a Luigi Di Maio, se da ministro del Lavoro vuole evitare pesanti ripercussioni sul mercato delle utilitarie prodotte in Italia. Ce ne sono altri, a far suonare il chi va là al quartier generale M5S. Dove ieri si rincorreva una sola domanda: qual è il vero obiettivo? E un unico timore, che sia sempre il reddito di cittadinanza: il suo importo, la sua — ancora sconosciuta — platea di riferimento. «Vogliono ridurlo e creare nuove rigidità nell’applicazione», dice una fonte di governo al lavoro sul dossier. Perché i senatori leghisti, che oggi insieme al resto della maggioranza dovranno cominciare a votare gli emendamenti "segnalati", cioè quelli approvati dal governo, alla legge di Bilancio, si sono davvero sbizzarriti: con una proroga al 2021 degli incentivi per gli inceneritori (quelli che i 5 stelle hanno promesso di abolire); inserendo una modifica sui fanghi di depurazione, che potrebbero essere considerati non più rifiuto, ma biomassa, grazie a un unico trattamento (roba da far accapponare la pelle al più mite degli ambientalisti); e ritirando fuori un "saldo e stralcio" al 16 per cento (chi ha un indicatore Isee basso potrebbe farsi cancellare una cartella da 100mila euro con soli 16mila). È una guerra di nervi in cui nessuno fa niente per niente. Chiedere al Carroccio di ritirare norme che per un M5S a caccia di identità sono indigeribili, potrebbe comportare sacrifici: sul contributo dalle pensioni d’oro, da rimodulare ancora; sul "malus" nell’acquisto di auto inquinanti, che potrebbe saltare del tutto, anche se servirà trovare i fondi per garantire almeno gli incentivi a quelle ecologiche. «Tutto questo finirà in un falò», prevede il presidente leghista della commissione Bilancio alla Camera, Claudio Borghi, che ci è già passato. Perché al Senato si combatte una battaglia periferica, mentre quella vera, che porterà alla scrittura del sempre più probabile maxiemendamento alla manovra e alla chiusura, se va bene, dell’accordo con l’Europa, è interna al governo. Stasera a Palazzo Chigi si vedranno il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, i vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i ministri Riccardo Fraccaro e Giovanni Tria, i numeri due all’Economia Massimo Garavaglia e Laura Castelli. Non ci sarà, invece, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, le cui parole sul reddito di cittadinanza «che magari piace all’Italia che non ci piace» avevano suscitato lo sdegno del leader M5S. E una retromarcia da parte del ministro dell’Interno: «A me piace tutta l’Italia che aiuta gli ultimi. E quello che c’è nel contratto lo rispetto perché siamo uomini di parola», ha detto Salvini. Pur facendo sapere che con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio non c’è alcuna distanza e che la sua assenza al vertice non merita retroscena: è semplicemente il suo compleanno. «Se ci sarà un accordo per evitare la procedura di infrazione sarà per mantenere le promesse, non per tradirle», ha ripetuto invece Di Maio dall’Abruzzo, quasi a frenare qualsiasi tentazione di intaccare ancora la misura bandiera. Poi a Stasera Italia, su Rete4, ha chiarito cosa si intenda per paletti: «Il tema è che chi sta peggio ha un aiuto in più, chi sta meglio, ha una casa, una serie di condizioni migliori nell’Isee, non è giusto abbia lo stesso trattamento». Sarà quindi l’indice Isee a stabilire una soglia di accesso alla misura, che la declinazione originaria dei 5 stelle neanche contemplava e che si vuole ancora tenere segreta. Perché senza quella, tutte le simulazioni (780 euro per un single con un affitto da pagare, 1180 per una coppia con figli) non hanno alcun valore. I ministri e i capigruppo M5S potrebbero parlarne oggi a Beppe Grillo, che ha convocato tutti all’hotel Forum, a Roma, per un brindisi di Natale alle sette e mezzo di sera. Poco da festeggiare e molto da preoccuparsi, dice chi ha parlato con il fondatore. Che negli ultimi quindici giorni è tornato a farsi sentire praticamente su tutto: dalla Tav ai dissidenti passando per le auto inquinanti. «A Oslo — annunciava ieri su Twitter, quasi fosse un auspicio — hanno detto basta alle automobili dal 2019».

PETRINI SU REP

ROMA La partita resta complicata e a Roma si fanno i salti mortali tra i numeri per far quadrare i conti con Bruxelles. La mossa di ridurre il deficit di 6,4 miliardi è già stata fatta, restringendo le due misure bandiera su pensioni e reddito di cittadinanza di 4,2 miliardi, anche non tutto è scontato e su platee ed effetto-rinuncia con conseguenti ipotetici risparmi per gli anni successivi, ancora si continua a limare e discutere. Gli altri 2,2 due miliardi sono oggetto di un puzzle di difficile composizione: si tratta di sostituire il deficit che viene meno con coperture solide, strutturali e non una tantum. Così si guarda ad ulteriori interventi sulle spese dei ministeri, alla retromarcia sul taglio di nove punti dell’Ires sugli utili reinvestiti che a regime costa un paio di miliardi, come pure si punta a non tornare alla indicizzazione piena delle pensioni superiori ai 1500 euro netti dal 1° gennaio del prossimo anno come era stato previsto, entrate potrebbero arrivare dall’intervento, oggetto di contrasto tra Lega e Cinque stelle, sulle pensioni d’oro sopra i 4.500 euro. Sotto stretto controllo anche il "fondino" che di solito viene lasciato nell’ambito di ogni Finanziaria a disposizione del parlamentari per gli emendamenti. Ma la partita che in queste ora è oggetto di attenzione dei tecnici è l’operazione di vendita del patrimonio immobiliare dello Stato. Come è noto il Tesoro ha già annunciato l’intenzione di portare da 0,3 a 1 punto di Pil (18 miliardi) la quota di privatizzazioni con la conseguente discesa del rapporto debito-Pil dal 130 al 129,2 per cento. La carta giocabile è quella della vendita degli immobili di Stato per 2 miliardi perché secondo le regole europee, e contrariamente a quanto previsto per le cessioni di quote di società statali, i ricavi possono essere portati a riduzione del deficit e non solo del debito come è previsto per le dismissioni mobiliari, cioè dei pacchetti azionari. Resta tuttavia il fatto che si tratterebbe di una entrata"una tantum" dunque vista sempre con sospetto dalla Commissione europea e non in grado di ridurre il deficit strutturale. Se non si vorrà toccare l’Iva, voce che è tornata a galla vista l’economia ad un passo dalla recessione e dunque considerato il minor impatto inflazionistico, l’altra carta che si sta considerando riguarda il quadro macroeconomico. Riportare la stima di crescita all’1 per cento, dall’1,5 per cento bocciato da tutti gli organismi nazionali e internazionali, potrebbe avere due effetti positivi. Il primo quello di ricondurre la stima italiana di crescita del 2019 entro margini credibili: l’1,5 già considerato troppo altro a settembre oggi, con la situazione internazionale peggiorata, non è più sostenibile neppure con la spinta "moltiplicativa" delle due misure bandiera peraltro ormai ridimensionate. Guerra dei dazi, ripiegamento dell’economia della zona euro e persino della Germania, offrono onorevolmente la possibilità di una rivisitazione delle stime di crescita lasciando aperta una via di uscita praticabile anche dai gialloverdi più radicali. In questo caso ci sarebbe un rilevante effetto contabile. La riduzione del Pil all’1 per cento aumenterebbe la componente ciclica del deficit, in altre parole sul nuovo obiettivo del 2 per cento di deficit peserebbero di più gli elementi congiunturali (meno entrate fiscali e più ammortizzatori sociali dovuti a meno Pil) e aumenterebbe dunque tendenzialmente la componente strutturale del deficit fino ad avvicinarsi alle richieste di Bruxelles.

D’ARGENIO SU REPUBBLICA

Dal nostro corrispondente Bruxelles Si può misurare in tre miliardi e mezzo l’ultimo miglio che separa Roma da Bruxelles. È questa l’ulteriore cifra — intorno allo 0,2% del Pil — che Salvini e Di Maio dovranno accettare di mettere sul tavolo entro domani per chiudere il buco nei conti italiani ed evitare la procedura d’infrazione europea sul nostro debito. Una seconda retromarcia dopo che, mercoledì scorso, il premier Conte si era presentato da Jean- Claude Juncker con un taglio alla manovra 2019 di 6,4 miliardi per portare il deficit dal 2,4 al 2,04%. Oltretutto il governo dovrà riconoscere l’infondatezza dei numeri che ha prodotto fino ad ora, anche se la Commissione è disposta a concedere l’onore delle armi a Palazzo Chigi per permettere ai giallo-verdi si salvare la faccia di fronte agli elettori. Dopo due giorni di negoziati no stop con i colleghi della Commissione Ue, i tecnici del Tesoro, guidati dal direttore generale Alessandro Rivera, hanno lasciato la capitale europea e sono tornati alla base. Una missione che ha dato frutti, visto che — secondo quanto filtra da dietro le quinte — l’iniziale buco da 4,5 miliardi individuato giovedì scorso da Bruxelles è sceso a 3,5. Rientrati a Roma, gli uomini del Mef hanno lavorato febbrilmente per portare a Chigi entro le prime ore di oggi la proposta che toccherà ai politici vidimare e spedire alla Commissione. Il testo che Giovanni Tria depositerà sul tavolo del premier conterrà diverse opzioni su come tagliare dalla manovra altri 3,5 miliardi di spese in deficit. Spetterà a Di Maio e Salvini decidere se e come mettere ancora mano alle forbici. E anche in fretta, visto che il negoziato con la Ue dovrà concludersi domani in modo da consentire al governo di presentare martedì il maxi emendamento con le correzioni al Senato ed evitare che il giorno successivo la Commissione lanci la procedura. Il primo problema per i vicepremier sarà accettare le premesse del possibile accordo. Conte ha chiesto a Juncker di poter chiudere mantenendo il deficit nominale al 2,04% in modo da non sottoporre Lega ed M5S all’umiliazione del secondo arretramento con discesa sotto il 2%, giudicato mediaticamente indigeribile. Il presidente della Commissione ha accettato, ma per tenere in piedi il giochino cosmetico l’esecutivo italiano deve ammettere di avere "dopato" le cifre della manovra: il governo dovrà riconoscere che la crescita 2019 prevista all’ 1,5% in realtà si attesterà intorno all’ 1% e che il deficit al 2,4% inizialmente inserito nella finanziaria era frutto di calcoli viziati da ottimismo, con il disavanzo che in realtà si proiettava al 2,6%. Così, con il taglio di poco inferiore allo 0,4% annunciato mercoledì scorso e quello in discussione ora pari a circa lo 0,2% del deficit, si arriverebbe a un disavanzo " reale" del 2,04%. Ma questa volta capace davvero di far scendere il debito. In questo modo Roma finalmente rispetterebbe le regole del Patto di stabilità ed eviterebbe quella procedura Ue che rimetterebbe il Paese sulla graticola dei mercati e imporrebbe agli italiani anni di austerità. A questo giro però il governo dovrà presentare misure credibili, altrimenti l’ultimo drammatico negoziato risulterà vano. La Commissione, infatti, per arrivare a queste cifre è stata generosa con i giallo-verdi, ha stirato le regole al massimo e ha accettato compromessi per diminuire il costo della retromarcia penta-leghista. Atteggiamento che porterebbe ad un accordo che permetterebbe di evitare nuove tempeste finanziarie sull’eurozona, come auspicano tutti i governi, a partire da quello di Angela Merkel, salvando al contempo la credibilità delle regole Ue. Ma che non può scivolare nel lassismo, altrimenti gli ortodossi in agguato all’interno della Commissione, guidati dal vicepresidente Dombrovskis, e nelle capitali della Lega anseatica, i dieci Paesi rigoristi capitanati dall’Olanda di Mark Rutte, si ribelleranno. Juncker per difendere l’eventuale patto con Roma avrà bisogno di tagli a prova di falco. In caso contrario, a un passo dalla meta, il tavolo salterà. E sarà commissariamento europeo.

QUOTA 100

ROMA «Quota 100» è la misura voluta dal governo gialloverde per consentire di anticipare il momento della pensione rispetto alla soglia dei 67 anni d’età che scatta dal primo gennaio. Al momento nel disegno di legge di Bilancio, all’esame del Senato, ci sono solo le risorse. Il meccanismo andrà definito con un successivo decreto legge che dovrebbe essere approvato subito dopo il via libera alla stessa legge di Bilancio.

Attesa di 3 mesi

e no al cumulo


Il primo accorgimento per ridurre il costo di «Quota 100» è quello delle finestre. Passeranno tre mesi tra il momento in cui la persona matura i requisiti per andare in pensione e quello in cui effettivamente potrà incassare l’assegno previdenziale. Per i dipendenti pubblici ci sarà poi un obbligo di preavviso che porterà il tempo totale di attesa a sei mesi. Non solo. Il deterrente più forte è considerato il divieto di cumulo, cioè di sommare alla pensione altri redditi da lavoro al di sopra dei 5 mila euro lordi l’anno. Avrà una durata uguale agli anni di anticipo rispetto all’uscita naturale.

Tempi dilatati

se c’è un boom


C’è poi un meccanismo di sicurezza, concordato con la Commissione europea, per fare in modo che le risorse stanziate per il 2019 siano in ogni caso sufficienti. Le persone interessate da «Quota 100» sono 360 mila e il governo stima che a fare domanda sarà l’85%. Circa 300 mila. Se però l’andamento delle domande dovesse rivelarsi superiore alle attese, le finestre di tre mesi si allungherebbero e diventerebbero di sei mesi. In questo modo, si alzerebbe di fatto l’età della pensione effettiva, e si diminuirebbe la spesa dello Stato.

Incognita fondi

già dal 2020


Cosa succederà dopo il 2019? Il meccanismo di «Quota 100» ha una durata di tre anni. Quindi chi raggiungerà i 62 anni d’età e 38 di contributi nel 2020 e 2021 potrà andare in pensione. Basteranno i soldi? Nella legge di Bilancio, dopo la revisione del deficit, ci dovrebbero essere 8 miliardi per il 2020 e altri 8 per il 2021. Di più rispetto all’anno prossimo. Ma la misura sarà più costosa perché sarà a regime fin dal primo giorno dell’anno. A partire dal 2021 dovrebbe poi scattare «Quota 41», cioè la possibilità di uscire con 41 anni di contributi.

DARIA GORODINSKI

Roma Sono sempre più numerosi i temi che fanno crescere il tasso di litigiosità tra le due forze di governo, Lega e M5S. È scontro quotidiano sugli emblemi della bandiera grillina, reddito di cittadinanza e prelievo dalle cosiddette «pensioni d’oro». E proprio su quest’ultimo intervento ieri è arrivato un nuovo stop leghista. I Cinquestelle vogliono un taglio progressivo dal 10 al 40% alle pensioni annue che vanno dai 90 mila euro in su. Ma Matteo Salvini torna a ripetere: «Stiamo parlando di pensionati che prendono oltre 5 mila euro netti al mese: a loro dico che, se hanno versato i contributi per queste cifre, nessuno gliele tocca». Una volta ribadita la linea, il vicepresidente del Consiglio assicura comunque che l’accordo con il M5S «ci sarà. Lasciateci lavorare».

Anche il ministro dei beni culturali Alberto Bonisoli (M5S) afferma che «il clima nell’esecutivo è molto buono». Eppure le divisioni tra i due partiti di maggioranza restano tali: su Tav, Tap, Terzo valico, legge Fornero; nonché sulla proroga delle graduatorie degli idonei per le assunzioni pubbliche: «Non basta prorogare quelle dal 2014 in poi, vanno prorogate tutte», commenta il sottosegretario alla Pa Mattia Fantinati (M5S) a una normativa targata Lega.

Giorgetti? Io il contratto l’ho firmato con Salvini e nel contratto ci sono il reddito di cittadi-nanza e le pensioni minime

più alte.

Avanti così

Poi è battaglia su un’imposta per le auto più inquinanti e su incentivi per i veicoli più ecologici, entrambi proposti dal Movimento 5 Stelle. La Lega prepara un emendamento per eliminarli e il sottosegretario all’Economia Massimo Garavaglia spiega: «Come governo siamo contrari a qualsiasi nuova tassa, sulle auto come su altro. Se gli amici del M5S trovano coperture per nuovi incentivi, siamo ben contenti». Mentre il sottosegretario ai Trasporti Michele Dell’Orco (M5S) insiste: «Il bonus per favorire l’acquisto di automobili green è imprescindibile. Le coperture da qualche parte ci devono essere. E il malus non è una tassa». E Davide Crippa, suo omologo al Mise e collega di partito, aggiunge: «La Lega faccia pace con se stessa. Sopprimere questo percorso contrasta con il contratto di governo». La questione diventa tanto incandescente che oggi sarà fra quelle sul tavolo di un vertice a Palazzo Chigi.

Leggo

i giornali

e mi diverto, ci vogliono fare litigare da 6 mesi, ma abbia-

mo fatto

più noi in questo tempo che

i fenomeni della sinistra

Nella giornata parla anche il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio. Con dichiarazioni sulla manovra, ma anche in riferimento agli alleati di governo: «Se ci sarà l’intesa con la Ue, sarà per mantenere le promesse con gli italiani. Altrimenti, per quello che mi riguarda, l’accordo non si fa. Se non c’è reddito di cittadinanza, che resta tale anche con i “paletti”, se non cancelliamo la legge Fornero o non introduciamo quota 100, anche in Italia avremo i gilet gialli».

MONICA GUERZONI

roma «È da sei mesi che ci vogliono far litigare...». Assediato dai giornalisti a Milano e intabarrato in un giaccone rosso, Matteo Salvini respinge l’immagine di un’alleanza gialloverde dilaniata dagli scontri interni e allontana dalla Lega le responsabilità delle divisioni con i 5 Stelle. Ma l’affermazione di Giancarlo Giorgetti sul reddito di cittadinanza che «piace all’Italia che non ci piace» brucia e, per placare gli animi dei suoi, Luigi Di Maio ha chiesto al ministro dell’Interno di metterci una toppa.

Rammendare lo strappo alla tela della maggioranza senza litigare con il sottosegretario a Palazzo Chigi non era cosa facile per Salvini e così il leader leghista sceglie la risposta con cautela e assicura che a lui «piace tutta l’Italia che aiuta gli ultimi». Ma quando gli fanno notare che la sua affermazione è in contrasto con quella del numero due della Lega, il ministro dell’Interno chiama in soccorso il contratto: «Giorgetti? Io sono d’accordo con quello che abbiamo firmato».

Le parole dicono che la pace, ancora una volta, va cercata tra le righe delle tavole della legge su cui il governo è nato, eppure per capire cosa passa nella mente di Salvini bisogna guardare gli occhi. L’espressione catturata dalle telecamere è seria, quasi cupa e tradisce un mix di tensione, imbarazzo e preoccupazione. Non c’è solo l’estenuante trattativa sulla manovra economica respinta dai vertici dell’Europa, che ha costretto i leader di Lega e M5S a sconfessare parte degli impegni presi con i rispettivi elettorati. C’è che appena si chiude un fronte di scontro se ne apre un altro, dalle pensioni d’oro all’ecotassa. E per quanto Salvini abbia dato incarico ai suoi di attribuire ogni turbolenza a «esagerazioni della stampa», le dichiarazioni pubbliche bastano a confermare quanto instabile sia ormai l’assetto della maggioranza.

Dopo Giorgetti, adesso anche il capogruppo stellato Francesco D’Uva intervistato da Maria Latella evoca il voto «se le cose non dovessero andare». E lancia a Salvini due avvertimenti, che corrispondono ai timori che più allarmano i vertici del Movimento. Primo monito, chi tocca il contratto «tradisce gli elettori». Secondo, guai a scaricare il M5S per fare un governo con Berlusconi.

Il più infuriato è proprio il capo politico, che non accetta di vedere messa in discussione la maggiore leva di consenso per il Movimento. «Dicendo che il reddito piace all’Italia che non piace alla Lega, Giorgetti ha passato il limite», è lo sfogo che Di Maio ha condiviso con i suoi. Il sottosegretario «ha spaccato il Paese tra ricchi e poveri, tra Nord e Sud». Ha sferrato «un attacco agli italiani, soprattutto quelli che hanno maggiori difficoltà». Riflessioni riservate di cui resta traccia anche nelle dichiarazioni pubbliche, in cui Di Maio afferma «con orgoglio» (e una buona dose di rivalsa) che a lui l’Italia «piace tutta, da Nord a Sud».

Il sospetto che si fa largo tra i parlamentari più vicini al ministro del Lavoro è che l’uscita del big leghista sia frutto di una tattica ormai collaudata. Un modo per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle pensioni d’oro, misura che Di Maio ritiene molto popolare e attesa. «Ogni volta che noi stiamo per incassare un successo — è la tesi del M5S — Salvini o Giorgetti la sparano grossa su un altro fronte. Hanno fatto così anche con gli inceneritori, per coprire la prescrizione». Se i 5 Stelle sono agitati, i leghisti non lo sono meno. L’insistenza con cui Salvini si appella al Popolo (con la maiuscola) e accusa i «poteri forti» di voler terremotare il governo, autorizza a pensare che il Capitano cominci a mettere le mani avanti nel timore che gli «zero virgola» e le risse interne finiranno per abbattere l’esecutivo sovranista.


DAL NOSTRO INVIATO

BRUXELLES Più vicini, ma l’accordo ancora non c’è. Nella trattativa a oltranza, in corso a Bruxelles, si sono accorciate ulteriormente le distanze tra il governo M5S-Lega e la Commissione europea, che attua il controllo tecnico sui bilanci nazionali e ha bocciato la manovra 2019 per il deficit nominale al 2,4% del Pil. La riduzione del disavanzo al 2,04% ha reso possibile un compromesso in grado di evitare una procedura d’infrazione. Mancherebbe però, secondo fonti vicine al negoziato, un ultimo «sforzo» — da entrambe le parti — sul deficit strutturale (depurato dagli effetti temporanei).

Il vicepremier Luigi Di Maio del M5S ha detto che l’accordo con l’Ue si fa «per mantenere le promesse» e «non per tradire» gli elettori. Stasera dovrebbe valutare se si può chiudere la trattativa con il vicepremier leghista Matteo Salvini, il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Giovanni Tria.

Giovedì e venerdì scorsi, nel Consiglio dei capi di governo dell’Ue a Bruxelles, Conte ha concesso molto a Germania, Francia e ai Paesi nordici «rigoristi» sui vincoli Ue di bilancio. Ha approvato che il Fondo salva Stati diventi anche una rete di sicurezza per le banche a rischio (soprattutto tedesche, francesi e nordiche per gli eccessi di attivi speculativi illiquidi). Ha messo da parte la richiesta italiana di garanzia europea sui depositi, pur già prevista nell’Unione bancaria. Ha avallato che il nuovo bilancio della zona euro finanzi solo Paesi in regola con i vincoli Ue di bilancio e il «no» a ricollocare i rifugiati nell’Ue. Ha digerito perfino una riforma che di fatto rende meno appetibili i titoli di Stato italiani. Dopo il summit è partita da alcuni leader una esortazione informale alla Commissione europea a concludere il compromesso con l’Italia prima possibile, purché siano rispettate le regole Ue per i conti pubblici. I tecnici di Tria e dei commissari Ue competenti, il francese Pierre Moscovici e il lettone Valdis Dombrovskis, hanno fatto passi avanti. Sta a Di Maio e Salvini decidere se fare un ultimo «sforzo».