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 2018  dicembre 16 Domenica calendario

Nella fabbrica della musica trap

Se il rap italiano domina le classifiche, il merito è anche della trap, una nouvelle vague che ha travolto il mercato discografico. È un mix di rap ed elettronica caratterizzato da melodie ripetitive e ipnotiche. Trap, letteralmente, significa trappola, ed è un termine coniato nei sobborghi di Atlanta per indicare le «trap house», appartamenti in cui gli spacciatori vendono droghe. I rapper americani descrivevano questa realtà disagiata e criminale e all’inizio, nei testi, «trap» si riferiva solo a questi luoghi. Poi è diventata la parola per descrivere l’intero sottogenere.

Una raffica-record di successi 
In Italia Sfera Ebbasta, all’anagrafe Gionata Boschetti, 25 anni, è il capofila di questa ondata. Una settimana fa, vicino ad Ancona, sei persone sono morte schiacciate dalla folla in fuga da una discoteca dove lo stavano aspettando. La sua è stata una scalata rapidissima, costruita grazie al web, al fianco del produttore Charlie Charles, una sorta di re Mida della scena che trasforma in successi tutti i pezzi che tocca. Insieme, ottenuta una certa notorietà, hanno cercato di far emergere altri rapper, di «tirare dentro altra gente» perché, dice Sfera, così «una realtà esiste davvero e non è solo una moda del momento». Ecco perché questi nuovi talenti sono arrivati al successo più o meno tutti insieme. Compatti hanno fatto la differenza. Sfera, per usare una delle sue rime, è «un bravo ragazzo cresciuto in un brutto quartiere». Ma al contrario di tanti suoi coetanei non è rimasto intrappolato in un angolo di periferia. A «Ciny», che sarebbe Cinisello Balsamo, appena fuori Milano, imboccare una strada sbagliata non è difficile. Ma lui, in quelle strade, ha trovato la forza per svoltare. E oggi è uno degli artisti più seguiti: il suo ultimo disco «Rockstar» è entrato in classifica anche in Svizzera, Francia e Germania. 

La voce global delle periferie
Ghali, 25 anni, rapper milanese di origini tunisine, è diventato il modello di tanti adolescenti, tanto da fare il tutto esaurito in un tour nei palazzetti. Cresciuto «con mamma bidella e papà in una cella» oggi è il simbolo di chi ce l’ha fatta. Tra gli altri volti della trap ci sono Tedua e Izi. Il primo - vero nome Mario Molinari, 24 anni - è cresciuto in strade di periferia, tra Genova e Milano, sballottato tra assistenti sociali e famiglie affidatarie. Il secondo, Diego Germini, di Cogoleto, ha vissuto un’infanzia complicata: a quindici anni lavorava in una fattoria; a diciassette è scappato di casa, ha dormito in stazione e pure sui tetti. La sua vita - prima della fama - è stata un susseguirsi di tribunali e psicologi. Il passato e il diabete, malattia con cui convive fin da piccolo, sono i «mostri» che prendono forma nelle sue canzoni. Il quartiere, una dimensione di malinconia, il dramma urbano, il nichilismo del ghetto, le famiglie a pezzi sono ricorrenti nei testi di questi artisti, spesso considerati superficiali dagli adulti. L’altro pilastro è il riscatto: l’essere partiti da niente e aver ottenuto successo e ricchezza in pochi anni. «Come tutti gli artisti sono testimoni del loro tempo. Esprimono ed esaltano i modelli culturali dominanti per cui il riconoscimento sociale passa attraverso il lusso, la narrazione del successo attraverso il consumo, l’ostentazione della ricchezza», spiega il sociologo Lello Savonardo, docente di Comunicazione e culture giovanili all’Università Federico II di Napoli. «Il loro è un riscatto sociale che non porta un messaggio di rottura bensì estremizza il main stream: l’esaltazione del turboconsumismo e di un certo machismo». Non è sempre stato così. Il professor Savonardo è autore di libri che indagano il rapporto tra ragazzi, musica e tecnologie. Ha raccontato come la musica generi stili di vita e sia un ingrediente nella costruzione delle identità individuali e collettive: la beat revolution negli Anni 50, poi il rock, i cantautori italiani dei 70-80, l’edonismo reaganiano degli 80 con il pop, l’hip hop degli Anni 90. I ragazzi della trap dovrebbero essere la propaggine di quell’ondata, in realtà sono altro: «Le posse degli Anni 90 esprimevano rabbia sociale, protesta; nel linguaggio, esaltavano il collettivo. Questa generazione si concentra sull’io, richiama un neo individualismo nell’era della condivisione totale». 

Il rischio dei cattivi maestri 
Molti pezzi trap parlano di sesso, droga (lo «sciroppo»: un cocktail di codeina e bibite gassate) e fumo. Non è una novità, basti pensare al rapporto tra marijuana e reggae, o tra techno e anfetamine. Cattivi maestri? Alle accuse di fare tracce senza contenuti, i rapper rispondono sostanzialmente in due modi: la musica può anche essere divertimento, non solo impegno; e al di là delle singole parole - perché il rap è un’arte cruda e provocatoria, ma pur sempre un’arte - il messaggio è che tutti, se si impegnano, possono raggiungere il proprio sogno. Piacciono così tanto agli adolescenti perché sono come loro: passano il tempo sugli stessi social network, parlano nello stesso modo, diretto e semplice, con un moltiplicarsi di vocaboli infantili e parole onomatopeiche. La Dark Polo Gang - Wayne Santana (Umberto Violo), Tony Effe (Nicolò Rapisarda) e Dark Pyrex (Dylan Thomas Cerulli) - ha creato un gergo vero e proprio, con neologismi come «bufu», che sta per idiota, un insulto ripreso dallo slang americano ed entrato nel vocabolario Treccani. 

Le griffe come status symbol 
Nei loro versi non mancano mai citazioni di marchi famosi, da Gucci a Balenciaga. Savonardo, in un suo libro, ha coniato il termine «bit generation», tratteggiando un legame indissolubile tra i giovani d’oggi, la loro musica e le tecnologie in cui sono immersi: «I social media determinano le modalità d’espressione di questa generazione: consentono ai giovani di partecipare al dibattito pubblico e rappresentare la propria immagine. E poiché la centralità dell’immagine è diventata rilevante, la musica adotta le stesse modalità». Questi artisti in verità non hanno inventato nulla di nuovo. Hanno guardato verso l’America e adattato alla realtà italiana quel che oltreoceano esiste da anni. Nel farlo, però, hanno costruito un nuovo modello di business applicato alla musica, in buona parte fondato sui bit. Le canzoni di Sfera Ebbasta, Ghali e soci vengono ascoltate o viste centinaia di migliaia di volte ogni giorno sulle piattaforme digitali; ogni clic è una moneta che entra nelle loro tasche. Ogni pezzo ascoltato su Spotify vale in media 0,0074 euro per ciascun artista. Nell’ultimo mese, grazie solo a questo meccanismo, Sfera Ebbasta - con i suoi oltre 3 milioni e 300 mila ascoltatori - ha incassato circa 25 mila euro. Capo Plaza si è fermato a 14 mila, gli altri sono dietro ma comunque dentro un ingranaggio che produce denaro a getto continuo. Tutte le piattaforme di condivisione di contenuti assicurano introiti.
 
Sfida su tutte le piattaforme 
Ogni mille visualizzazioni, YouTube paga circa due euro: dunque Ghali, che vanta 554 milioni di video visti, nella sua brevissima carriera ha già guadagnato oltre un milione solo in questo modo. È un meccanismo complesso, che sfrutta le piattaforme digitali - compresa Instagram - ma non disdegna i canali tradizionali. Però li usa in modi inediti. Sabato scorso, alla discoteca di Corinaldo, Sfera Ebbasta non doveva fare un concerto. La sua era un’ ospitata, un’apparizione di pochi minuti, la seconda della serata tra l’altro (la prima era prevista a Rimini). I ragazzi della «trap» si sono gettati in un sistema un tempo riservato alle meteore, quei personaggi - magari usciti da trasmissioni come il Grande Fratello - destinate a un breve successo seguito da un altrettanto rapido tramonto e dunque ansiose di monetizzare l’attimo. Una comparsa in discoteca vale anche 20 mila euro ed è un altro mattone di questo impero economico. «È normale che un artista sia molto impegnato nel momento in cui la sua immagine va al di là della musica», sostiene Carmine Errico, agente di booking. «È anche vero che parliamo di un genere che gode del suo momento di fama legato a una moda e quindi un po’ tutti - dalle agenzie, agli artisti, passando per gli organizzatori - tendono a massimizzare l’immediato non sapendo cosa accadrà domani». 

La moltiplicazione delle date
Lo stesso succede con i concerti, ma stavolta non per volontà degli artisti. «Dal punto di vista musicale hanno creato un nuovo strumento economico fatto di due elementi: una moltiplicazione dei concerti nei locali di medie dimensioni e la nascita di nuove agenzie di promozione», racconta Jimi Muttoni, promoter torinese la cui società gestisce il PalaAlpitour, impianto da 12 mila posti. «Per chi fa il nostro mestiere è un fenomeno imprevedibile e incontrollabile: metti in vendita una data e in poche ore ti accorgi che hai richieste per altre due o tre. Hanno un pubblico bulimico». Le date si moltiplicano, esattamente come le ospitate: altri soldi. Aiutano i prezzi: assistere a un concerto di Ghali o Sfera Ebbasta costa 20-30 euro. Non è il prezzo di chi riempie palazzetti, ma è quello di chi deve tenere agganciato un pubblico molto giovane, talmente giovane da venire ai concerti accompagnato dai genitori. Del resto gli show non sono molto costosi: produzioni all’osso, pochi musicisti, allestimenti agili. Per di più Ghali e soci si «accontentano» di cachet da artisti di fascia media: 25-30 mila euro a serata, cifra che dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, il fatto che la dimensione strettamente musicale non è quella prevalente nel modello di business della trap italiana.