Il Sole 24 Ore, 16 dicembre 2018
La ricetta economica non cambia: meno tasse, più spesa pubblica
Per riassumere le politiche economiche dell’ampia e variegata galassia dei partiti populisti europei torna utile un vecchio slogan sessantottino: «Vogliono tutto e subito», afferma Giuseppe Bertola, professore di Economia politica all’Università di Torino e coautore del report “Economia del populismo”, realizzato dallo European Economic Advisory Group (Eeag) dell’istituto Cesifo di Monaco «È una politica miope, che – spiega Bertola – non ha in mente il compromesso tra presente e futuro su cui si è sempre basato lo Stato nazionale moderno».
Di qui il focus sui risultati a breve termine e il rifiuto dei vincoli di bilancio (prevalente ma non assoluto, come hanno dimostrato alcune prese di posizione sovraniste nei confronti dell’Italia), caratteristiche che lo studio dell’Eeag indica come tipiche di molti partiti populisti, di destra e di sinistra. A queste si aggiungono l’enfasi sugli aspetti negativi degli scambi internazionali e dell’immigrazione e la tendenza a incolpare stranieri e istituzioni internazionali – Ue in testa – delle difficoltà economiche.
Più spesa pubblica e meno tasse
Se poi si passa dal carattere generale del messaggio ai contenuti concreti, si può osservare una tendenza a politiche economiche espansive: più spesa pubblica e meno tasse, abbassamento dell’età pensionabile e incremento dei sussidi, con conseguente aumento del debito pubblico.
Sono misure evidenti – per fare qualche esempio limitato alla destra – nel programma elettorale 2017 del Front National (ora Rassemblement National) di Marine Le Pen, da sempre espressione di una destra sociale, che prevedeva tagli alle tasse sul reddito e aumento delle prestazioni di welfare, insieme a un abbassamento a 60 anni dell’età pensionabile. Ma iniziano a comparire anche in partiti di ispirazione neoliberista, come il Pvv olandese di Geert Wilders (che nel suo manifesto 2017 prometteva taglio delle tasse sulla casa e congelamento a 65 anni dell’età pensionabile) e la tedesca Alternative für Deutschland (AfD). Degna di nota è la svolta sociale di AfD, nata nel 2013 come movimento euroscettico “dei professori” (come il fondatore Bernd Lucke) e sempre più orientata verso un modello di partito popolare, capace di intercettare sacche di emarginazione e disagio: le recenti campagne elettorali per il voto in Baviera e Assia hanno puntato molto su pensioni più alte e migliori servizi sanitari nelle campagne, all’insegna dello slogan «essere sociali senza diventare rossi».
Tagli alle tasse sul reddito, aumenti della spesa per sanità e anziani e incremento delle pensioni erano anche nel programma elettorale dei Democratici Svedesi di Jimmie Åkesson. E sussidi sociali, misure di sostegno al reddito ai disoccupati e alle famiglie con figli (insieme all’abbassamento dell’età della pensione), sono parte integrante delle politiche economiche della destra ultraconservatrice di Diritto e Giustizia, al governo in Polonia. Con il timore, avanzato da alcuni economisti, che possano minare la crescita nel medio periodo.
No alla globalizzazione
Globalizzazione e commercio internazionale sono un bersaglio tipico di molti partiti populisti: di qui il rifiuto dei trattati internazionali e l’invito a un “protezionismo intelligente” nel programma del Front National, le pesanti critiche al Ttip, il Partenariato transatlantico Unione europea-Stati Uniti, da parte di AfD, l’opposizione al Ceta, il Trattato di libero scambio tra Ue e Canada, da parte di entrambi i partiti di governo italiani, Lega e Cinquestelle. Globalizzazione e trattati internazionali vengono presentati come processi che danneggiano prodotti e interessi nazionali, penalizzando ampie fasce della popolazione a vantaggio delle élite.
Europa matrigna
Il rifiuto di cedere sovranità a istituzioni sovranazionali tipico della narrativa populista trova il suo naturale compimento nella critica generalizzata all’Unione europea e all’euro, ora visti come causa della crisi economica con i loro vincoli soffocanti (soprattutto nei Paesi del Sud), ora come una zavorra o una minaccia per economie sane (a Nord). E fioriscono le proposte populiste di referendum sull’uscita dall’euro, dalla Frexit francese alla Nexit olandese.
Ma è pensabile, partendo dai punti di contatto, che i movimenti populisti possano confluire in un raggruppamento unico all’Europarlamento, aumentando il loro peso politico e influenzando le politiche economiche dell’Eurozona? Per Bertola è molto difficile «perché questi partiti rinunciano a sviluppare un discorso europeo e, se anche formassero un gruppo unico, sarebbe un gruppo di negazione e non di proposta, che dice no a tutto quello che si potrebbe discutere a livello comunitario».