Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2018  dicembre 12 Mercoledì calendario

«Un gel che impara, ecco come sarà il cervello artificiale»

«Per ottenere un’intelligenza artificiale dotata di autocoscienza, e quindi paragonabile a quella umana, non serve l’elettronica, ma la chimica» dice Lee Cronin, docente di chimica all’Università di Glasgow, dove guida 50 ricercatori impegnati nello sviluppo di un “cervello chimico”, ovvero di un gel capace di imparare.
Come può funzionare un cervello artificiale chimico, professor Cronin?
«Il gel contiene delle fibre collegate a elettrodi, ai quali possiamo connettere periferiche come webcam o microfoni perché funzionino come la vista o l’udito. Quando vedremo che stimoli visivi o uditivi vengono in qualche modo riconosciuti e ricordati dalla massa gelatinosa, inizieremo a ritenerci sulla buona strada. Il traguardo finale sarebbe ottenere, a forza di continui stimoli esterni, un cervello chimico così sofisticato da riconoscere anche se stesso».
Ma perché il primo vero cervello artificiale non potrebbe essere elettronico?
«Noi abbiamo oltre 100 miliardi di neuroni, e ognuno di questi è legato agli altri da circa 1000 connessioni: ciò implica che il numero potenziale di configurazioni del cervello umano è superiore al numero di atomi dell’intero universo. Nessun computer può essere così sofisticato. A meno che per trasmettere informazioni al suo interno non usi, proprio come il nostro cervello, reazioni chimiche. È grazie alla chimica che mi auguro di far luce su uno dei più grandi misteri rimasti: l’emersione, dalla materia inerte, prima della vita e poi della coscienza».
In un laboratorio universitario?
«Si può fare: il primo passo è studiare la formazione spontanea della complessità. Versando degli acidi su dei campioni di sabbia, ho notato che in certi casi si producono "nano oggetti" complessi. Ciò mi fa ritenere che, insistendo, si possano ottenere strutture ancora più ricche. Rifacendomi ai giochi dei bambini in spiaggia, io chiamo il nostro approccio " dalla sabbia al castello", perché è come se partissimo dalla sabbia e scuotessimo il contenitore per vedere se si forma spontaneamente – senza l’intervento di un secchiello o di una paletta – qualcosa di più complesso, come un castello. O come la vita».
Vita artificiale.
«Esatto. Un risultato del genere ci aiuterebbe sia a capire un po’ di più l’origine della vita sulla Terra che a cercare la vita sugli altri pianeti. E comunque se parliamo di Sistema solare, io punterei su Venere, più che su Marte».
Perché proprio Venere?
«Per ragioni squisitamente chimiche: essendo più vicina al Sole, Venere ha più energia a disposizione per reazioni chimiche interessanti. E sembra avere una maggiore varietà di elementi rispetto alla crosta marziana. Certo, se ci fosse vita si tratterebbe di qualcosa di molto diverso da ciò a cui siamo abituati, per l’atmosfera densissima e le alte temperature».
Lei è anche impegnato in un altro progetto: il "chemputer": di che si tratta?
«Con le stampanti 3D, scaricando da Internet lo schema di un oggetto tridimensionale si è in grado di fabbricarlo. Vogliamo ottenere qualcosa di simile, ma per i farmaci. Una macchina che permetta di scaricare dal web la composizione chimica di una medicina, e sappia combinare gli elementi necessari nel modo appropriato per produrre il farmaco. Un sistema modello Spotify, che consenta a chi inventa un nuovo farmaco di essere pagato in base al numero dei download. Può funzionare: per ora il nostro prototipo è riuscito a produrre l’antidolorifico ibuprofene».