Visitors, rettiliani, ultracorpi sono in mezzo a noi? In realtà Colombano non dice niente di tutto questo. Sostiene invece che una super civiltà potrebbe essere formata da "minuscole entità super intelligenti", giunte qui dopo un viaggio interstellare lungo generazioni. E in uno studio pubblicato su International Journal of Astrobiology, gli scienziati dell’Università di Cambridge hanno provato a immaginare E.T. non assecondando la nostra fantasia ma applicando la teoria dell’evoluzione. Si parte da una molecola autoreplicante, un polimero come il nostro Rna, e passando per le cellule si arriva a organismi via via più complessi, dotati di arti e organi che lavorano insieme, plasmati attraverso grandi "transizioni" che li hanno messi alla prova, come le grandi estinzioni che abbiamo avuto sulla Terra. «Il darwinismo è sicuramente la teoria che più di tutte ha condizionato il nostro modo di vedere l’esistenza – riflette Roberto Barbieri, professore di Paleontologia all’Università di Bologna – e non vedo perché non debba essere applicata anche a organismi alieni. Sul loro aspetto però rimaniamo sempre nella pura speculazione. Questo perché l’evoluzione non si muove solo attraverso grandi transizioni, e i colleghi di Cambridge, come tutti coloro che affrontano il tema, non tengono conto delle condizioni dell’ambiente, dell’habitat e delle caratteristiche del pianeta, che non conosciamo e che possiamo solo immaginare, mentre invece sono inscindibili dall’evoluzione delle specie che lo abitano».
Ne sappiamo talmente poco, dunque, che se anche gli alieni fossero alle nostre porte, probabilmente non sapremmo riconoscerli. Tantomeno comunicare con loro. Da almeno mezzo secolo proviamo ad ascoltare la loro voce, puntando radiotelescopi verso ogni zona del cielo. L’attività Seti (la ricerca di una intelligenza extraterrestre) spera di intercettare anche solo un flash che ci dica che non siamo soli. La prima sfida è isolare un eventuale segnale dal " rumore", cioè da tutte le radiazioni di origine naturale che arrivano dal cosmo. Ma per ascoltare cosa? Probabilmente solo un silenzio radio ma carico di significato: «I segnali da una eventuale civiltà aliena potrebbero essere comunicazioni involontarie delle loro attività, come i nostri segnali radio, tv, radar – spiega Stelio Montebugnoli, radioastronomo, ex responsabile delle antenne di Medicina, in Emilia, advisor italiano di Seti – oppure, se volessero comunicare intenzionalmente con noi, l’opinione condivisa è che lo farebbero attraverso un segnale monocromatico, che in natura non esiste. Ma senza trasmettere informazioni, perché tanto non le capiremmo».
Noi, nel nostro piccolo, da almeno 50 anni proviamo a far sentire la nostra voce gettando messaggi in bottiglia nel vuoto interstellare. Nel 1974 dal telescopio di Arecibo partì il primo vero " saluto" agli alieni. Scritto da Frank Drake e Carl Sagan, portava informazioni su di noi, il nostro sistema numerico, sul Dna e sul nostro Sistema solare, nel caso avessero intenzione di farci visita. Altri, nel corso dei decenni, ne abbiamo inviati, contenenti musica, tweet, video verso pianeti " abitabili" e stelle vicine.
A distanza di 45 anni, Arecibo ha ora deciso di riprovarci con uno sforzo di collaborazione globale. L’osservatorio ha indetto un concorso per selezionare studenti di ogni età, dall’asilo all’università. Saranno loro a comporre un nuovo messaggio aggiornato, da inviare agli alieni entro la fine del 2019.
Urlare al cielo che esistiamo e siamo qui è un’iniziativa che non tutti gli scienziati considerano saggia. Tra loro c’era anche Stephen Hawking: il fisico britannico considerava un azzardo esporci a civiltà che, sbarcando con intenzioni bellicose a casa nostra (quindi con una tecnologia molto più potente), potrebbero cancellarci dalla faccia dell’universo. Come nel romanzo di Douglas Adams Guida galattica per autostoppisti, dove i vogon distruggono la Terra per realizzare una superstrada interstellare: «Io penso che una civiltà abbastanza unita per viaggiare anni luce sarebbe anche capace di andare d’accordo e rispettare una nuova vita», sottolinea Laurance Doyle, astronomo del Seti. Lo scienziato americano studia la comunicazione animale sul nostro pianeta per capire come potremmo esprimerci per farci intendere dagli abitanti di un altro mondo: «È un modo per sprovincializzare la nostra comprensione di cos’è l’intelligenza e come misurarla». Il fischio con cui si comunicano i tursiopi, per esempio, secondo Doyle avrebbe delle analogie con il linguaggio umano. Agli appassionati di fantascienza non può non ricordare i delfini del romanzo di Adams, che abbandonano gli uomini e la Terra al loro destino al grido di "Addio e grazie per tutto il pesce".
Comunicare con gli alieni, secondo Doyle, è questione di trovare la formula giusta: «Per trasmettere conoscenza, il linguaggio alieno deve obbedire alle leggi della teoria dell’informazione indipendentemente dal medium – continua lo studioso – in altre parole, deve possedere la sintassi. Forse la cosa migliore da parte nostra è semplicemente registrare una conversazione, mostrare immagini di vita quotidiana, come e cosa mangiamo, come usiamo le risorse della nostra stella e del nostro pianeta, come trattiamo noi stessi e le altre specie».
Abbiamo bisogno di cambiare paradigmi per affrontare e relazionarci con un’eventuale civiltà aliena. Siano essi omini verdi o micro- entità estremamente intelligenti capaci di compiere viaggi lunghissimi: «Se un messaggio di questi arrivasse dove vive E.T. – continua Montebugnoli – e se E.T. fosse in ascolto con la tecnologia adatta, potrebbe vedere un segnale che trasporta informazioni. Ma dovrebbe essere molto più avanzato di noi e furbo, con computer e algoritmi in grado di decodificare qualsiasi segnale. Noi ora non ne saremmo capaci». E forse non saremmo nemmeno in grado di riconoscerlo se ci mandasse una sua "foto".