la Repubblica, 12 dicembre 2018
Meravigliosa Marilyn e Torino celebra il suo corpo di star
Un uomo che muore a trentacinque anni è, in ogni momento della sua vita, un uomo che morirà a 35 anni». Così una frase di Hugo von Hofmannsthal, molto amata da Leonardo Sciascia. Marilyn Monroe morì quasi a quell’età (aveva 36 anni la notte del 5 agosto 1962), e questa frase descrive perfettamente un aspetto non secondario del culto della diva. Il personaggio di Marilyn, la sua “persona divistica” come scrivono gli studiosi, è da allora inseparabile dalla sua fine prematura. E da lì partono le rievocazioni della sua figura, fin da subito, e della sua morte: il Pasolini del film-poema La rabbia e il Bertolucci di Prima della rivoluzione, ma anche gli struggenti racconti di Truman Capote e di Dino Buzzati. C’è indubbiamente una sfumatura necrofila e decadente nella passione per Marilyn che attraversa oltre mezzo secolo, e riguarda soprattutto le sue tarde apparizioni: i frammenti dell’incompiuto Something’s got to give (dal cui set venne licenziata), con lei che esce dalla piscina; il suo esitante e flautato “Happy birthday Mr. President” a Kennedy, le ultime sessioni fotografiche di Bert Stern con la cicatrice sul ventre in bella vista, come ferita a morte. Un filo di necrofilia attraversa anche il feticismo per i suoi oggetti, si potrebbe suggerire: certo è che l’oggettistica di Marilyn è un campo particolarmente florido e affascinante. Un esempio ne era, qualche anno fa, il libro illustrato Fragments, pubblicato in Italia da Feltrinelli, che raccoglieva appunto lacerti di diari, effetti personali e immagini varie dell’attrice. Adesso un’installazione al Museo Nazionale del cinema di Torino si propone di celebrare il lato più gaio, natalizio fin dal titolo, con l’esposizione Merry Marilyn (da oggi al 28 gennaio), che ha il suo pezzo forte in un’installazione composta da sedici scarpe originali della diva create da Salvatore Ferragamo.«Si tratta di scarpe che Ferragamo ha ricomprato negli anni», spiega Nicoletta Pacini, che insieme a Tamara Sillo cura la mostra, «a cui si aggiungono 60 scarpe di oggi ispirate a Marilyn». Accanto alle scarpe, ovviamente tutte con tacchi vertiginosi (in legno e metallo, specificano) sono visibili abiti di Dorothy Jeakins e di Travilla provenienti dal museo dell’Academy di Los Angeles, quella degli Oscar. E ovviamente, materiali provenienti dalle collezioni del Museo torinese: un bustino di pizzo nero, il beauty case di A qualcuno piace caldo, fotografie, riviste, un braccialetto d’argento messicano con la scritta “Marilyn love Frank” (Sinatra?, ipotizzano le curatrici).C’è però forse un altro motivo per cui i parafernalia Monroe hanno un fascino particolare, e risiede nella collocazione storica dell’attrice. Marilyn è per così dire un’attrice “asincronica”, troppo indietro e troppo avanti. Ultima delle dive, senza il glamour altero e classico di Greta Garbo o di Marlene Dietrich, senza la turbolenta modernità della generazione successiva. Il suo corpo di star è quasi somma di micro-segni, autosufficienti e leggibili separatamente: il vestito, le scarpe, i capelli. Segni, ovviamente, irresistibili per stuoli di imitatrici (e imitatori). La sua femminilità può apparire poco problematica, rassicurante, diretta al maschio; ma essa è d’altronde sotto il segno della rielaborazione, della consapevole recita. Marilyn è, per così dire, una star di secondo grado, che recita e smonta il proprio ruolo: una diva “carnevalesca”. Un carnevale che è anche, innegabilmente, una quaresima, un corteggiamento della morte, perfino sotto le vesti festose di una, appunto, Merry Marilyn.