La Stampa, 12 dicembre 2018
Jeffrey Hoffman: «Quando infilai gli occhiali a Hubble»
Dice Jeffrey Hoffman: «Mettere le mie due mani su Hubble e, oltretutto, ridargli vita? Certamente il momento più bello della mia vita».
Lui, astrofisico di formazione e poi astronauta della Nasa, con ben cinque missioni shuttle all’attivo, tra 1985 e 1996, in quei giorni del dicembre di 25 anni fa ha fatto la storia. Alcuni definirono la sua impresa una «Mission impossible»: se oggi abbiamo una visione rivoluzionaria dell’Universo, lo si deve proprio al telescopio spaziale, a 29 anni dalla sua messa in orbita, e soprattutto alle cinque missioni di manutenzione e riparazione a cui è stato sottoposto. In particolare alla prima di quelle missioni, che ridiede «luce» alla mega struttura.
La squadra sullo shuttle
Era il 2 dicembre 1993, quando lo shuttle «Endeavour» partì con una squadra di quattro astronauti-meccanici, incaricati di effettuare cinque «passeggiate» intorno a Hubble, colpito da «miopia». Si era verificata un’aberrazione ottica allo specchio principale di 2,4 metri di diametro: dello spessore inferiore a quello di un capello era tuttavia sufficiente per vanificare le sue prestazioni. La coppia che doveva lavorare alla correzione era formata da Story Musgrave e, appunto, Jeffrey Hoffman: due veterani, con 11 missioni. Se Musgrave si era già addestrato ai tempi dello Skylab, negli Anni 70, Hoffman, nel 1985, aveva compiuto con Stanley Griggs una «passeggiata» per recuperare un satellite alla deriva.
«Sì, la Nasa volle un equipaggio di grande esperienza - ci dice ora Hoffman dalla sua casa a Boston -. Dovevamo salvare il più grande progetto dell’astrofisica moderna. Come disse qualcuno, “il fallimento non era contemplato”». Ma chi non doveva assolutamente sbagliare erano loro due: Jeff e Story. Oggi Hoffman è professore di ingegneria aerospaziale al Mit e ricorda: «La missione Sts 61 fu una delle più complesse della storia del programma shuttle. Furono 15 mesi di addestramento senza tregua, dopo che molto tempo era stato speso per studiare un piano». E aggiunge: «Il fatto stesso che lo shuttle dovesse raggiungere una quota di quasi 600 chilometri, anziché la solita tra i 300 e 400, comportava diverse complessità. Ma quella era la quota operativa di Hubble: dovevamo inseguirlo in orbita e attraccarlo con il braccio robotizzato di “Endeavour” per collocarlo, delicatamente, nella stiva dello shuttle su una piattaforma di supporto attorno alla quale Story e io avremmo dovuto lavorare con attività extreveicolari. Queste avrebbero dovuto durare fino a otto ore».
Come una cabina telefonica
«Fummo tutti molto bravi - dice - e noi quattro astronauti riuscimmo a compiere l’impresa di salvare Hubble. In una delle cinque “passeggiate” mettemmo gli occhiali al telescopio, montando un apparato grande come una cabina telefonica. Si chiamava “CoStar” ed era stato studiato con cura e meticolosità. La stessa che dovevamo avere noi. Poi sostituimmo altri apparati, comprese le fotocamere e i giroscopi. Hubble aveva già trascorso tre anni e mezzo in orbita. E da allora è diventato lo strumento che ha accresciuto la nostra visione dell’Universo. Una straordinaria macchina del tempo e dello spazio, anche se ormai, dopo 25 anni dal nostro intervento, è entrato nell’ultima fase operativa, in attesa del successore, il Webb Telescope».
Se Hubble ha riscritto i libri di astronomia molte volte, Hoffman confessa di avere una scoperta preferita: «La più incredibile è stata quella dell’accelerazione dell’espansione dell’Universo: ha rafforzato l’idea dell’esistenza di un’energia oscura che sembra costituire tre quarti del cosmo. E non abbiamo ancora idea di cosa sia!».