La Stampa, 12 dicembre 2018
Violetta e i voyeur. Brockhaus: «Perché ho messo la Traviata sugli specchi»
«All’inizio avevo pensato a un libro, come se Violetta sfogliasse i propri ricordi, rispettando l’inizio del racconto di Alexandre Dumas al quale Verdi si è ispirato. Poi a Josef è venuta l’idea geniale: via il libro, dentro gli specchi».
Debutta venerdì al Teatro Regio, con la direzione d’orchestra di Donato Renzetti, la «Traviata degli specchi», come ormai da 25 anni viene chiamata questa edizione fortunatissima dell’opera, firmata per la regia da Henning Brockhaus e per le scene da Josef Svoboda.
Nata per lo Sferisterio di Macerata nel 1993, da allora è stata applaudita ovunque. Scomparso nel 2002, Svoboda è stato il creatore della «Lanterna magika», il teatro-laboratorio di Praga, che quando nacque - per l’Esposizione Universale di Bruxelles del 1958 - fu tra i primi a comprendere le potenzialità di far interagire, sulla scena, l’azione drammatica con le proiezioni.
Maestro Brockhaus, perché accettò la proposta di Svoboda di avvolgereTraviatain un gioco di specchi?
«Perché è l’espressione visiva del voyeurismo della società che circonda e soffoca Violetta. Gli specchi moltiplicano, svelano: lei è una donna pubblica, una prostituta alla quale non è concesso di vivere un amore privato, di innamorarsi. Non può nascondersi».
Da allora è passato un quarto di secolo. La quasi totalità degli spettacoli d’opera, anche i più dispendiosi, muoiono presto. Il vostro no. Perché?
«La messa in scena non è realistica. Abbiamo rappresentato l’universo simbolico dei nostri sogni e delle nostre rimozioni. Dalla Cina agli Stati Uniti, dalla Spagna alla Francia al Kazakistan, passando per molti teatri italiani, questa Traviata è stata vista dai pubblici più diversi per cultura e formazione, ma i simboli mantengono un valore, una leggibilità universali».
Attilaalla Scala,Rigolettoa Roma,Aidaa Genova,Macbetha Venezia,Trovatorea Torino,Simon Boccanegraa Bari: i teatri d’opera italiani, per le loro inaugurazioni, privilegiano Verdi. Molte regie vengono fischiate. Quali errori un regista non deve compiere quando affronta la musica di Verdi?
«L’errore fondamentale è sottovalutare le sue scelte musicali. Credere - un abbaglio ancora molto diffuso nei teatri austriaci e tedeschi - che Verdi sia soprattutto il musicista dello zum-pa-pa e che dunque un regista sia autorizzato a fare quello che vuole, dimenticandosi delle indicazioni drammaturgiche che vengono dalla musica. Verdi non scrive mai per caso: ogni accordo, ogni scelta strumentale rispondono a una logica teatrale, raccontano un personaggio, perché lui pensa sempre alla scena».
Lei è musicista. E da ragazzo in Germania - la sua prima patria; la seconda, da molti anni, è l’Italia, le Marche - ha studiato professionalmente il clarinetto. Molti registi sono tenacemente, orgogliosamente, sordi. Conoscere la musica aiuta un regista?
«Certo, ma non è una condizione indispensabile. La questione fondamentale è un’altra: non bisogna mai decidere le scelte registiche per distinguersi, per stupire, per apparire originali. Si vedono ormai troppe cavolate senza senso».
Quando ha deciso di lasciare la musica per il teatro?
«Quando ho incontrato Giorgio Strehler. Ho iniziato a lavorare con lui in teatro per Il campiello e Le baruffe chiozzotte di Goldoni. Poi è venuta L’anima buona di Sezuan, di Bertolt Brecht. Da lui ho imparato tutto, a cominciare dalla sua semplice eleganza, dal suo infallibile senso e gusto per la musica, dalla persuasione che scenografo e regista devono parlare la stessa lingua. Una collaborazione che mi ha cambiato la vita. Ho abbandonato il clarinetto, ho scelto il teatro, non mi sono pentito».
Nella suaTraviataviene dato rilievo anche ai personaggi minori: la cameriera Annina, il dottore. Solitamente vengono trascurati.
«Una regia deve dare espressione a tutte le situazioni che meritano di essere raccontate. Il dottore è innamorato di Violetta, che non gli dà ascolto e per lui rimane irraggiungibile. Annina è la sola persona a restarle vicina e fedele, dall’inizio alla fine. Sono gli unici due esseri umani, forse, ad averla davvero amata. Meritano attenzione, profondità».
In oltre cinquant’anni di attività, fra teatro di prosa e teatro d’opera, lei ha incontrato frequentemente anche il repertorio contemporaneo, da Samuel Beckett a Luciano Berio, Hans Werner Henze, Wolfgang Rihm, lavorando anche in spazi non convenzionali. Quale il nuovo progetto che la coinvolge di più?
«Le Officine Meccaniche Reggiane sono una fabbrica che produceva locomotive, aerei da guerra, munizioni. Quei grandi locali sono ormai dismessi e il Comune di Reggio Emilia sta cercando di recuperarli. Guido Barbieri ha scritto un testo che racconta la storia delle generazioni di operai che hanno lavorato lì, specchio della storia d’Italia. Vorrei metterlo in scena, dargli voce in quegli spazi».