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 2018  dicembre 12 Mercoledì calendario

Lega-5Stelle, approcci opposti al Medio Oriente

Le scintille tra Salvini e Di Maio su Hezbollah sono l’effetto di due strategie opposte che si sfidano dentro il governo. La prima punta forte su Israele ed è interpretata dal leader della Lega. L’altra linea, invece, vorrebbe insinuarsi negli spazi di mediazione che, nel Medio Oriente, fanno perno sui palestinesi: e sono i Cinquestelle a interpretarla. La visita di Salvini ai confini dello Stato ebraico, e le sue parole nette contro i terroristi islamici, hanno fatto detonare questa contraddizione, di cui si può comprendere meglio la portata alla luce della recente missione romana di Abu Mazen, per l’esattezza lunedì 3 dicembre. Tutti i riflettori si sono concentrati sull’incontro con Papa Bergoglio, e poca attenzione è stata dedicata al colloquio con Giuseppe Conte, considerato routine. In realtà, la chiacchierata col nostro premier risulta sia stata tutt’altro che banale. Abu Mazen ha prospettato a quattr’occhi un rilancio del processo di pace, in cui l’Italia dovrebbe svolgere un ruolo di primissimo piano. Secondo fonti molto addentro al colloquio, il numero uno palestinese ha sollecitato Conte ad assumere personalmente un’iniziativa europea volta a favorire una ripresa dei negoziati con Israele. E perché proprio il presidente del Consiglio italiano anziché, per esempio, l’America? Da quando Trump ha spostato l’ambasciata a Gerusalemme, ha argomentato Abu Mazen, gli Stati Uniti sono tagliati fuori, non verrebbero considerati super partes. Il nostro Paese, viceversa, è sempre stato amico degli israeliani, ma fin dai tempi di Moro e di Andreotti ha coltivato ottime relazioni con i movimenti palestinese, dunque è in grado di colloquiare con gli uni e con gli altri.


L’invito a Ramallah
Nel salottino di Palazzo Chigi, sempre il 3 dicembre, Abu Mazen ha offerto a Conte qualche ulteriore spunto di riflessione: poiché l’Unione (composta da 28 Stati) faticherebbe a condividere una posizione chiara sul Medio Oriente, l’Italia potrebbe restringere il campo degli interlocutori e sceglierne tre-quattro, ad esempio Francia, Irlanda e Belgio. Che cos’hanno in comune questi quattro Paesi, nell’ottica palestinese? Risposta facile: la radice cattolica, che li rende più sensibili alle ragioni del dialogo e della pace nei luoghi sacri della religione cristiana. Inutile dire che a Conte sono brillati gli occhi. La proposta di Abu Mazen è stata colta al volo dal premier, il quale subito si è dichiarato pronto ad approfondire il piano recandosi personalmente a Ramallah.
Mancano le prove che, di questo retroscena, Salvini fosse informato. Ma la sua presa di posizione contro i terroristi di Hezbollah suona come colpo di avvertimento, tipo: «Di qua non si passa». O quantomeno, per lanciare l’Italia in un negoziato così ambizioso, servirà prima il suo benestare. La reazione dura della Difesa a sua volta segnala che c’è dell’altro, e la politica estera rischia di diventare un nervo scoperto del governo giallo-verde. Quando Elisabetta Trenta si era insediata in via XX Settembre, era nota per le sue tesi pacifiste; ma via via è andata assumendo posizioni più moderate (sugli F35, sui nostri soldati in Afghanistan) che a Washington non sono sfuggite e anzi riscuotono vivo apprezzamento. Anche Di Maio coltiva un link con gli Usa. E magari qualcuno, tra i Cinquestelle, immagina di proporsi quale interlocutore privilegiato dell’amministrazione Usa, contrapposto al filo-russo Salvini: un po’ come accadeva ai tempi della Guerra fredda tra Dc e Pci. Semplici suggestioni, per ora. Ma di sicuro, chi pensa che lo scontro su Hezbollah sia solo un fuoco di paglia, rischia di restare scottato.