Anche se sono due stagioni che fa meraviglie, però finisce secondo dietro al Cannibale di Cervera. «Quando pensi di non farcela ad andare oltre, di aver dato tutto e magari non è bastato, ecco: quello è il momento per continuare a crescere, alzare il livello. Dal punto di vista tecnico, fisico, mentale». Resilienza. «E tutto questo mi rende felice, sereno: non ho paura di nulla, figuratevi di andare a prendere Marquez sulla Luna».
Andrea Dovizioso, 32 anni. Pilota. Un mondiale vinto in 125 cc, era il 2004. Cinque anni più tardi, un successo in MotoGP: a Donington. E dopo 131 gp da campione incompiuto, con 35 podi però mai più per primo sotto il traguardo. Fino a quel clic in Malesia, 30 ottobre 2016: da allora, 11 vittorie in 2 anni da protagonista, l’anatroccolo si è fatto cigno. Ma il marziano con la Honda ha rovinato tutto. «No. Mi ha reso più forte». L’ultima domenica a Valencia, un’ora prima del via, era chiuso nel suo motorhome: sembrava un piccolo mimo, vestito di una calzamaglia nera. La tuta in pelle col numero 4 lo aspettava per terra, in un angolo. Il Dovi stava davanti ad un misterioso apparecchio grande come un vecchio elenco del telefono, da cui uscivano come a dei fili elettrici collegati a 2 piccole pinze attaccate agli indici delle mani. Su uno schermo, diagrammi verdi e numeri. E una pallina rossa da seguire con lo sguardo: 5 secondi di inspirazione, 2 per trattenere il fiato, 5 di espirazione. Cinque minuti per ritrovare quella concentrazione che poco dopo gli avrebbe permesso di vincere ancora.
Perché campioni si diventa.
«L’esercizio fa il maestro. Bisogna conoscere il proprio corpo e la mente. Ci sono tante cose di noi che non sappiamo, che non abbiamo voglia di esplorare. Ma io ho la fortuna di collaborare con un manager – Simone Battistella – che mi ha aperto gli occhi. Mi ha fatto incontrare dei professionisti e ho imparato a guardarmi intorno, ad avere punti di vista diversi: a lavorare su cose che non ci avrei mai pensato, altrimenti. Il talento è importante. Però quando vai a 300 all’ora, sfiorando gli avversari di millimetri, i dettagli sono decisivi. Cambiano la tua storia».
Anche gli altri piloti hanno persone che allenano i muscoli e il cervello.
«Nel motomondiale c’è un po’ di tutto: tanti lavorano su questi aspetti ma preferiscono non dirlo, altri invece fanno veramente poco o nulla, affari loro. Io lavoro tanto. Perché c’è sempre un margine di miglioramento: ogni anno, ogni gara, ogni giorno».
Nel 2017 ha vinto 6 gare, giocandosi il titolo all’ultima corsa. Quest’anno invece.
«Quest’anno sono stato più forte rispetto al 2017, una stagione incredibile, sorprendente, alla fine di mi dicevano: non succederà più. Sbagliato: ho fatto 16 punti in meno ma sono salito una volta in più sul podio, soprattutto ho vinto sulle piste dove prima ero stato un disastro. È vero: ho commesso qualche errore, e la Ducati all’inizio non era così performante. Però anche Marquez ha alzato l’asticella».
Dicono: non gli capiteranno più, delle occasioni così.
«Con la Rossa continuiamo a progredire, è successo anche nelle prime due giornate di test a Valencia qualche giorno fa: l’importante è mantenere la direzione giusta. Quanto a me, ho imparato che quando pensi di aver fatto tutto il possibile è il momento di spingere».
Ma con Marquez alla fine sembra sempre inutile.
«Uno così psicologicamente potrebbe distruggerti. Un tempo mi sarei abbattuto. Oggi non c’è frustrazione, anzi. Nei mesi scorsi, ogni volta che prendevo uno schiaffo ne restituivo due. Marc possiede delle qualità che non ha nessun altro, è un fenomeno. Ma questo non significa che non sia battibile: sarò forse inferiore a lui sotto certi aspetti, però gli sono finito davanti in diverse occasioni. L’ho messo in crisi. Potrò farlo altre volte nel 2019».
E se si metteranno di mezzo altri piloti?
«Appunto. Marquez non sarà il solo avversario da battere. Vedo molto bene Rins con la Suzuki, Valentino e Viñales con le Yamaha».
Max Biaggi su Repubblica ha predetto fra 3 stagioni un podio tutto italiano in MotoGP: con Bagnaia, Dovizioso e Morbidelli (in ordine alfabetico).
«Sarebbe una figata. Mi piacerebbe essere protagonista a 35 anni. Non ho mai pensato a quanto correrò: di sicuro fino al 2020, poi dipenderà dai risultati. Non ho mai pensato a fare questo o quello entro un certa data. Mi trovo in un momento molto felice e fortunato: l’importante è crederci sempre più. Ogni giorno, ogni gara, ogni anno. Salire un altro gradino: la Luna è vicina».