La Stampa, 10 dicembre 2018
Vendere i propri dati alle app per soldi
Miei i dati, mio il guadagno. Se sono il proprietario della più o meno vasta mole di informazioni sparse tra social network, motori di ricerca e carte fedeltà, perché mai non dovrei essere proprio io a intascare la parte che mi spetta? L’idea è semplice, e per questo accattivante. Dopo lo scandalo Cambridge Analytica - la società di consulenza britannica che avrebbe usato in maniera illecita i dati di oltre 50 milioni di elettori americani profilandone psicologia e comportamento in base alle attività su Facebook - e l’approvazione del Gdpr, il regolamento dell’Ue su dati personali e privacy, è cresciuta la consapevolezza che ogni nostro clic è «sfruttato» da un colosso tecnologico.
Ma è davvero così semplice entrare a far parte dell’economia dei big data? Non proprio. E il guadagno, tanto sbandierato, è in realtà irrisorio.
CitizenMe e Datacoup sono tra le prime start-up a proporsi come mediatori tra utenti e aziende a caccia di dataset. Ma senza grandi risultati. «Tutte le app che puntano alla monetizzazione dei dati hanno lo stesso difetto - spiega Carlo Blengino, avvocato penalista esperto di diritto delle nuove tecnologie, copyright e data protection -. Il loro business model è basato sul tentativo di sostituirsi ai grandi provider come Google e Facebook, che hanno fatto la loro fortuna sul dare un servizio gratuito in cambio dei nostri dati. Ma anche con ottime campagne di marketing, è difficile che da soli riescano a stare in piedi. I numeri sono troppo piccoli».
Vero è che il Data è il petrolio del nostro tempo, ma solo se è Big. Anche se siamo sempre connessi, raccontiamo tutto quel che ci capita e quel che desideriamo tra acquisti su Amazon, stories su Instagram e cuoricini su Twitter, da soli valiamo poco o niente. Difficile ipotizzare una cifra, ma si resta nell’ordine di pochi euro al mese. Datacoup per esempio garantisce ai suoi utenti un ritorno di circa un dollaro e mezzo, ma è un valore medio. Molto dipende anche dalla capacità di acquisto: più possiamo spendere, più valiamo.
I numeri sono troppo piccoli
«Ognuno di noi può generare un flusso costante di dati, ma valgono solo se sono milioni. Meglio, miliardi - continua Blengino -. Ora queste app pensano di fare lo stesso, ma prima di tutto è un modello econonomico difficile da sostenere. E questo per il lato startup. Dal lato utente invece è rischioso. Continuando a condividere i nostri dati, magari perché pensiamo di trarne profitto, si moltiplicano i rischi per la nostra privacy. Proporsi come intermediario di dati non è innovazione, ma emulazione». In sostanza «anche loro vogliono i tuoi dati per poi venderli. Magari pure peggio di come fanno gli altri».
Ci sono poi le app che seducono gli utenti a caccia di un guadagno facile con sconti, monete virtuali da convertire in promozioni e altri bonus. Tra le prime a debuttare, sul blog di Beppe Grillo, c’è Killi. Slogan: «Aiutiamo i consumatori a stipulare contratti intelligenti con i marchi che cercano di acquistare i loro dati». Nata ad agosto, non è più scaricabile in Italia.
Si moltiplicano pure le applicazioni - cashKarma Surveys, Setter e SmoothPay, per citarne alcune - che promettono sconti e bonus in cambio di risposte a sondaggi brevi. Basta rispondere a qualche domanda su gusti e preferenze.
La novità del mercato italiano è Weople, sviluppata dalla start up milanese Hoda di Silvio Siliprandi, con l’obiettivo di «aiutare le persone ad avere il controllo delle proprie informazioni personali e consentire di ottenere un riconoscimento economico per i dati che scelgono di investire». Una sorta di banca dati virtuale, articolata in cassette di sicurezza. Con Facebook, Twitter e Instagram si guadagnano 20 Wecoin, altri 15 per ogni carta fedeltà, che contribuiranno a concorrere a delle vincite con estrazione.
Poi ci sono le offerte personalizzate, inviate direttamente delle aziende. Su delega degli utenti, l’app opererà «per valorizzare questi dati presso aziende e operatori pubblicitari, che potranno acquistare servizi di data e campagne pubblicitarie». Il «correntista» sarà libero di accettare o meno. Novanta per cento all’utente, il dieci per cento alla società.
«I servizi di questo tipo monetizzano un nuovo diritto, che è quello alla portabilità stabilito dal Gdpr. Che però non è a tutela della privacy, ma della concorrenza» commenta Guido Scorza, avvocato e docente di Diritto delle nuove tecnologie.
«Non è troppo chiaro il profilo che riguarda il compenso economico. Se affido i miei dati a un terzo, dopo averli “recuperati” dai grandi provider, si può davvero sapere a chi e come poi sono rivenduti?». Altra questione. «Non tutti gli utenti hanno la stessa accortezza e conoscenza di argomenti così complessi - conclude Scorza -. E promettere una ricompensa per la disponibilità di un diritto può rendere dubbia la libertà del consenso».