Libero, 9 dicembre 2018
Le ultime parole degli scrittori
Non le ultime parole famose, ma le ultime parole dei famosi. C’è sempre qualcuno che le raccoglie o che dice di averle sentite pronunciare. Il più delle volte vengono riferite ammantate di retorica. Se poi l’agonizzante è uno scrittore, le extrema verba non possono che essere selezionate con suprema cura. Oppure no, perché dopotutto ognuno si congeda dal mondo come meglio gli riesce e l’uscita di scena non è sempre è necessariamente degna della statura morale del morituro. Anzi, a volte è un enigma. «Ricordati che dobbiamo un gallo a Esculapio», disse Socrate a Critone. Non si è mai capito bene che cosa avesse voluto dire, così come non è affatto chiaro che cos’abbia pronunciato, nel delirio finale, Lev Tolstoj, nella stazioncina di Astapovo, il suo capolinea, dove giaceva assistito dalla figlia e avendo impedito l’accesso alla moglie. Forse dettò perle di saggezza a proposito della vita e di Dio, forse mormorò «I contadini? come muore un contadino?». Il fatto è che ci sono spesso versioni discordanti. Non sempre i testimoni accettano una versione banale del loro caro quasi estinto. Franz Kafka, per esempio. Secondo alcuni chiese all’infermiere di non andarsene, e al rifiuto di costui rispose «Allora me ne vado io». Secondo altri, desiderando l’eutanasia, disse al medico: «Uccidimi, o sei un assassino». C’è meno da obiettare nei casi di suicidio. Chi scrive, lascia scritto. Cesare Pavese: «Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». Virginia Woolf lasciò una lettera affettuosa e articolata al marito, ricordandogli quanto fossero stati felici insieme. Sylvia Plath, prima di infilare la testa nel forno, scrisse la poesia Orlo. Ma lasciò anche un biglietto con il numero del suo medico. Heinrich von Kleist scrisse invece alla sorella, con la quale era avvinghiato in un rapporto forse incestuoso: «Per salvarmi hai fatto tutto quanto stava nelle forze, non solo di una sorella, ma di una creatura umana. Ma in verità sulla terra per me non c’è salvezza». Nella categoria delle frasi strazianti rientra quella espressa da Edgar Allan Poe, rinvenuto in pieno delirio e in abiti femminili per le strade di Baltimora. La vulgata vuole che abbia detto «Signore, aiuta la mia povera anima». Altri invece si sono dimostrati meno fiduciosi nell’accoglienza eterna del Creatore. Voltaire, al prete che lo invitava a rinnegare Satana, rispose: «Non mi sembra il momento di farsi dei nemici». Pietro Aretino, un altro a cui non mancava la verve polemica neppure di fronte all’Assoluto, dopo aver ricevuto volente o nolente l’estrema unzione, si espresse così: «Ora che sono unto, guardatemi dai topi». «Se è così bello, perché non ci vai tu?», chiese Eugène Labiche al figlio che gli illustrava i vantaggi del Paradiso. Alcuni, come accennato, dissero cose che nulla avevano a che fare con il loro stato, soprattutto perché non sapevano di andarsene. Jean Jaurès, il politico e filosofo francese, quando fu assassinato aveva appena ordinato una fetta di torta alla fragola. Hemingway salutò la sua ultima moglie chiamandola «kitten», cioè gattina, poi andò in un’altra stanza e si sparò.
Moltissimi si sono posti la questione della luce. Celeberrimo il «Mehr Licht» di Goethe, ma anche Leopardi chiese a Paolina Ranieri che gli aprisse le tende. E Victor Hugo parlò di un «combattimento tra il giorno e la notte». Alcuni sono stati maestri di stile fino all’ultimo. Lo scrittore satirico Nicolas Boileau-Despréaux, molestato da un poeta che gli voleva leggere le sue cose, «Perché amico mio volete affrettare la mia morte?» gli domandò. Malherbe non sopportava le sgrammaticature dell’infermiera, ma anche il confessore lo seccò: «Il vostro pessimo stile mi toglie perfino la voglia del Paradiso». Il linguista Basilio Puoti, agli allievi radunati attorno a lui per l’estremo saluto, disse: «Io muoio. Ma si potrebbe anche dire che io muoro. Io vado, oppure io vo». Prima dell’ultimo coma, il poeta Dylan Thomas illustrò come avesse appena bevuto diciotto whisky di seguito, e a proposito di whisky, pare che il signor Jack Daniel, prima di spirare, abbia chiesto di bere qualcosa. Con spirito pratico, Aldous Huxley chiese un’iniezione intramuscolare di Lsd, l’ultima. A dire addio con suprema eleganza, cifra di una vita vissuta secondo il massimo senso estatico, Oscar Wilde disse una cosa che probabilmente aveva studiato a lungo, in una stanza di Parigi: «O se ne va quella orrenda carta da parati, o me ne vado io».