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 2018  dicembre 09 Domenica calendario

Intervista a Giannola Nonino

Ogni dinastia, per quanto recente, necessita di una buona dose di fortuna, tenacia, intelligenza. La fortuna protegge dai rischi; la tenacia reagisce ai momenti difficili; l’intelligenza serve per dare continuità al futuro. Ora che in una donna, ha appena compiuto ottant’anni, si concentrino queste tre componenti credo giustifichi ampiamente una certa idea di originale dinamicità che la caratterizza. Giannola Nonino viene definita in molti modi — prevale anche per eccesso di pigrizia il nomignolo di "regina della grappa". Quando la sento per telefono mi obietta se sono certo di volerla intervistare: tra scrittori, musicisti, artisti, io che c’entro. Alla fine qui si fa la grappa, dice, come per allontanare un equivoco. E io penso: sì, d’accordo ma c’è modo e modo di farla. Mica tutti sono stati in grado di prendere il più povero tra i passatempi etilici e farne un racconto particolarissimo. E poi: non tutti hanno inventato un premio destinato a valorizzare il meglio della letteratura internazionale che come per incanto ogni anno (nell’appuntamento di fine gennaio a Percoto quando è proclamato il vincitore), si spoglia delle sue vesti seriose per indossare quelle molto più alla mano della semplicità: «Qui a Percoto passano ogni anno letterati, scrittori, maestri del pensiero. Gente che lascia il sussiego fuori dalla porta. Ci sono due cose alle quali tengo da sempre: il rispetto per le persone e la capacità di adattarsi. Il mondo dove normalmente vivo conserva ancora gelosamente delle tracce contadine. E tutti coloro che vi sostano, anche per un solo giorno, ne avvertono la magia. Come se ciascuno riscoprisse una propria parte gioiosa di sé che di solito facciamo risalire all’infanzia».

Lei com’era da bambina?
«Molto accudita, ma anche piuttosto libera. Mia madre era maestra, come lo era stata mia nonna. Mio padre di origini argentine, aveva creato una fabbrichetta di aratri. Quando arrivarono i primi trattori si trovò nella necessità di chiudere l’azienda. Era un uomo retto. Pur di non licenziare le maestranze vendette la casa del padre».
Era argentino perché?
«Suo padre era emigrato e lui nacque a Rosario di Santa Fe. A due anni venne in Italia. Poi mio nonno, dopo la Grande guerra, lo rispedì in Argentina. Gli disse è tempo che tu mi faccia vedere che cosa sai fare. Gli comprò il biglietto per la traversata e gli diede un po’ di soldi. Quei soldi lui li giocò ai cavalli. Perdendo tutto. Da allora imparò la lezione che guadagni facili non esistono. Fece un po’ fortuna. Tornò nuovamente in Italia, si sposò e siamo nate io e mia sorella. Una cosa che ricordo di lui è la libertà mentale. Ci ha insegnato che l’emancipazione femminile non è avere più diritti del maschio, ma battersi per gli stessi diritti. Parlava di parità negli anni in cui la sottomissione della donna era considerata un fatto naturale».
Ha mai sentito il bisogno di allontanarsi dalle sue radici?
«Ho avuto la fortuna di sposare un uomo che le radici le sapeva piantare».
In che senso?

«Benito, l’uomo che sposai nel 1962, è stato l’artefice di quell’avventura che sarebbe diventata la grappa. Aveva una distilleria, ma in quegli anni la grappa era considerata la cosa più umile che si potesse bere. La gente la percepiva come un fuoco violento che scaldava dal freddo e dalla fatica. Di qui il mio proposito di cambiarne l’immagine».

Ci arrivò da sola?

«Fui attratta da alcuni articoli che Luigi Veronelli aveva scritto. Parlava di purezza e lo faceva con quella lingua che a me sembrava molto poetica ma anche precisa. Gli scrissi che ero pronta per un esperimento, si mostrò gentile e disponibile. Venne a trovarci e quel giorno, il primo dicembre 1973, vidi la trasformazione delle vinacce in un liquido purissimo che usciva da una campana di vetro. Goccia a goccia realizzammo la grappa dal vitigno di Picolit. Cominciai a urlare dall’emozione. Era come se un miracolo si fosse compiuto».
Che persona fu Veronelli?
«Certamente insolita. Prima che un esperto di vini e di cibi, Gigi fu uno studioso e un intellettuale. Era un uomo che amava difendere le cose in cui credeva. Per lui era fondamentale il rapporto con la terra. Ricordo la fierezza con cui parlava della volta in cui sposò la causa dei contadini piemontesi incitandoli alla difesa dei loro diritti. Era un libertario. Molto prima delle mode rappresentò il rinascimento dell’enogastronomia. Accolse con grande gioia che la nostra famiglia avesse creato il premio Nonino».
Quando è nato il premio?
«Nel 1975, con lo scopo di salvare gli antichi vitigni. Mio padre parlava spesso dei valori della propria terra. Il premio per alcuni anni ha svolto questa funzione. Poi è cresciuto fino a coinvolgere la letteratura e più in generale i maestri del nostro tempo. Tra i primi membri della giuria c’erano oltre a Veronelli, Mario Soldati, Gianni Brera, Ermanno Olmi. Era fantastico sentirli dialogare, a volte giocavano come bambini sul tappeto di casa. Erano meravigliosamente autentici. Quello che hanno fatto per il premio è indimenticabile. Non si può dire la stessa cosa dello Stato italiano».
Che cosa non le va giù?
«Il nostro è un premio che non si avvale di finanziamenti pubblici o di sponsor. Tutto il peso cade sulle spalle della famiglia. Ma allora perché l’agenzia delle entrate non ci consente la deduzione dei costi sostenuti per la giuria, per le televisioni e per i giornali che invitiamo? Non siamo un’azienda di grandi numeri. Però ci piace promuovere la cultura. La giuria — che oggi comprende tra gli altri i nomi prestigiosi di Claudio Magris, Adonis, Edgard Morin, Antonio Damasio, John Banville — discute e decide in piena autonomia. Tra i premiati cinque Nobel e figure di assoluto rilievo internazionale».
A questo riguardo colpiva la presenza di Claude Levi- Strauss. Come arrivaste alla sua designazione?
«Per il suo immenso lavoro di etnologo e per aver scritto Tristi tropici, un libro che è un grande romanzo in difesa degli indios. Andai a trovarlo a Parigi. Ero con una delle mie tre figlie che parla un francese migliore del mio. Ci invitò a pranzo. Gli avevo accennato per telefono che avremmo voluto premiarlo. L’unica condizione era che dovesse essere presente alla cerimonia. Fu charmant. Disse che Percoto era il posto più esotico che potesse visitare e che era molto curioso di esplorarlo. Quando venne si divertì enormemente».
Ci sono stati premiati molto riservati, come Sciascia o malmostosi come Naipaul.
«Naipaul era accompagnato da una cattiva fama. Un caratteraccio impossibile. Ma bastava prenderlo con semplicità. E lealtà. Si affezionò moltissimo alla mia famiglia. Dopo il premio che gli conferimmo nel 1993 continuò a venire tutti gli anni. E quando vinse il Nobel, una delle prime telefonate la fece a noi. La verità è che Naipaul diceva sempre quello che pensava e detestava le persone superficiali e approssimative. Sono onorata di averlo avuto in giuria, come presidente».
Quanto a Sciascia?
«Lui non voleva premi. Per telefono gli dissi che il riconoscimento era un dettaglio, l’importante è che visitasse la nostra cantina. Fu felice di venire. Una volta restò con noi per un paio di mesi. Alloggiava insieme alla moglie nella nostra casa paterna. Lì scrisse Il cavaliere e la morte. Certe mattine Benito lo andava a trovare portandogli i giornali. Lui smetteva di scrivere e gli andava incontro. Di cosa parlerà il suo romanzo, gli chiese un giorno Benito. Parlerà del diavolo, del fatto che gli uomini non hanno più bisogno delle sue consulenze per fare del male agli altri».
Fu credo una delle ultime cose che Sciascia ha scritto.
«Mi faccia controllare, il romanzo uscì nel 1988, un anno prima della morte. Durante la sua malattia, ho il rimpianto di non aver insistito a sufficienza perché venisse a curarsi dalle nostre parti. Preferì farlo a Milano. Fu un uomo di poche parole. E di gesti semplici. Forte il pudore e grande il sentimento. Ma aveva anche un insospettabile lato gioioso. La cosa che più di tutte mi colpì fu quando una sera decise di preparare una cena siciliana. Realizzò la pasta con le sarde e una caponata. Si dimostrò straordinario. Con l’abituale stringatezza disse che quei piatti li aveva anche insegnati a Maria, la moglie».
Oggi si comunica più che in passato con il cibo?
«Si comunica in maniera forse eccessiva. Il rischio è che "il chilometro zero" misuri un’intelligenza che fatica a viaggiare. Quando Veronelli, Soldati o Brera discutevano di cibo sapevano esattamente che cos’erano le radici, ma l’albero era la loro fantasia, la loro lingua, il loro modo di riflettere su ciò che mangiavano e bevevano».
A proposito di lingua, il più immaginifico fu Brera.
«Me lo presentò Veronelli. Gli chiesi di far parte della giuria e lui mi scrisse una lettera molto immaginifica dove ci definì, come Furlàn, eredi dei Padri Longobardi. Gianni è stato un amico e un prezioso consigliere e resterà nel mio cuore. Credo proprio di essere stata una donna fortunata perché la vita mi ha riservato il privilegio di frequentare persone uniche, insostituibili, indimenticabili».
Un altro personaggio con queste caratteristiche fu Ermanno Olmi.
«Lui è stato il padre ideale del premio. Andavo spesso ad Asiago, dove viveva, a raccogliere i suoi suggerimenti. Era una parte di noi e noi di lui».
Parla spesso della sua famiglia, che ruolo ha?
«Darei la vita per la mia famiglia. L’affermazione può suonare enfatica. Ma è così che mi sento in relazione a Benito, mio marito, alle nostre tre figlie che proseguono con dedizione nel lavoro, ai loro mariti e ai nipoti che in questi anni sono venuti al mondo. Ma so anche che vivere con me è complicato».
Perché?
«Non sono certo esente da difetti. Parlo troppo, lo so. A volte stordisco gli altri di chiacchiere. Non tengo a mente il consiglio che mio padre mi dava: conta fino a venti prima di rispondere. Niente da fare. Non ci riesco. Poi a volte mi pento perché dico qualcosa che non dovrei. Inoltre sono tenace. Ma il confine tra la tenacia e il rompere le balle agli altri spesso è sottile. Infine sono gelosa. Anche molto gelosa».
Non dà questa idea.
«È un sentimento che cerco di tenere a bada».
Gelosa di chi?
«Delle mie figlie. Fantasticavo matrimoni speciali. E loro molto sanamente hanno sposato persone normalissime. E io a dirmi: perché mi fanno questo? La verità è che loro avevano ragione e io torto. Nessuno deve essere all’altezza delle aspettative di un altro, solo perché questo altro lo vuole. Abbiamo una sola vita è giusto viverla come crediamo. Alla fine della festa mi sono detta: Giannola, avresti dovuto semplicemente farti di più gli affari tuoi!».
Alla fine sa riconoscere i propri limiti.
«A volte ci penso la notte. Rapide annotazioni su un quadernetto di una donna che soffre di insonnia. Mi sveglio e resto lì a rimuginare. Penso agli amici che hanno attraversato la mia vita e che non ci sono più: a Claudio Abbado con cui ho avuto un’intesa speciale o a Padre Turoldo che mi ha aiutato a crescere spiritualmente. E poi ci sono quelli che resistono. E si fa una grande fatica, pensando a questi tempi maledettamente complicati».
Quanto complicati?
«Quando penso ai miei nipoti mi chiedo che cosa lascio loro, quali valori sono ancora in grado di trasmettere. Le possibilità che ho avuto da giovane vorrei che l’avessero loro oggi. Puoi anche mirare lontano ma deve esserci una luce sfolgorante che ti chiama. E se quella luce non c’è o è troppo fioca rischi di annaspare o peggio di perderti».
È questo il suo pensiero sulla vecchiaia?
«Non mi sento affatto una donna di ottant’anni. Al più sono una trentottina, l’anno in cui sono nata. Tengo ancora a bada il tempo pensando, progettando, lavorando. Il mio sogno sarebbe di fare un viaggio nel mondo per ringraziare tutti coloro che ci hanno consentito di far conoscere un prodotto umile e straordinario come la grappa. Magari con Benito ci rimettiamo prima o poi in viaggio. Non come due turisti. Ma due persone che hanno distillato il loro tempo con sacrificio e amore».