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 2018  dicembre 09 Domenica calendario

Maurizio Cattelan e Martin Parr: «Siamo i geni del calendario«

Dimenticate i calendari con le ricette della nonna. Se pensate alle playmate, nulla da fare, siamo lontani. I dodici mesi firmati da Martin Parr e Maurizio Cattelan sono un modo a dir poco alternativo di sintetizzare il 2019. E non poteva essere altrimenti. Il primo è il fotografo che con sarcasmo British ci ha insegnato a vedere la disarmonia e il grottesco del mondo, spiando semplicemente la realtà. Il secondo, mad man dell’arte, consegnate alla storia (e alle aste) le sue opere si divide tra progetti curatoriali e la rivista Toilet Paper, ideata con Pierpaolo Ferrari. La strana coppia Cattelan- Parr si sfida ora a colpi di immagini, assurde fino a un certo punto. Un mese a testa, un back-to-back, un botta e risposta di follie. Eccoli a confronto.

Quando vi siete imbattuti per la prima volta nell’opera dell’altro?
MAURIZIO CATTELAN: «Martin stava lavorando a un libro con Damiani, editore di Toilet Paper, e ha ricevuto in dono il nostro calendario. Non so se conoscesse già il progetto editoriale ma gli è piaciuto così tanto che ci ha proposto di iniziare un back- to- back di immagini. Noi, Pierpaolo Ferrari e io, fan del suo lavoro da sempre, ne siamo stati subito entusiasti, e da lì la collaborazione è stata naturale e travolgente come una valanga».
MARTIN PARR: «Avevo visto un documentario su Maurizio. E poi mi ero imbattuto in una sua mostra, anni fa, a Miami, per Art Basel. Quando è arrivata la possibilità di realizzare il calendario insieme, mi sono semplicemente detto: perché no?».
Come definite lo sguardo dell’altro sulla realtà?
CATTELAN: «Quello che trovo incredibile delle foto di Martin è che sono la realtà: con TP noi costruiamo un mondo in studio, inscenando delle situazioni surreali, inverosimili, che hanno a che fare con la dimensione del sogno, in qualche modo. Lo sguardo di Martin trova tutto questo nel mondo reale, a dimostrazione del fatto che non si inventa niente dal nulla».
PARR: «Mi vengono in mente due aggettivi: "surreale" e "folle"».
C’è qualcosa in cui pensate di somigliarvi?
CATTELAN: «Pensando a lui mi viene in mente quella citazione di Amici miei: che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. Ecco Martin è così. Per parte mia, vorrei avere anche solo la metà della sua ironia e del suo spirito d’osservazione su ciò che mi circonda».
PARR: «Non so se ci somigliano davvero. Forse no. Però abbiamo entrambi interesse per il mondo e per l’avventura».
Vi aspettate che il vostro calendario venga appeso nelle cucine come quelli tradizionali?
CATTELAN: «La massima soddisfazione sarebbe nel trovarlo nella carrozzeria sotto casa, tra tute sporche di grasso e chiavi inglesi, al posto di tette e culi altrettanto surreali!».
PARR: «Il nostro calendario si colloca da tutt’altra parte rispetto ai calendari canonici. Non ha nulla a che vedere né con la tradizione italiana delle immagini, né con quella anglosassone. Ecco, la nostra origine non c’entra nulla. Si tratta di foto "diverse" e basta».
Come avete scelto le immagini per il back-to-back?


CATTELAN: «È stato un po’ come quel vecchio gioco, il cadavre exquisit: si inizia piegando il foglio in parti uguali e disegnando su una delle facce una figura che continua nell’altra porzione di foglio. L’altro deve continuare il disegno senza vedere cosa è stato fatto in precedenza. Di solito vengono fuori associazioni buffe e divertenti, ma che hanno sempre un che di mostruoso, come la nostra collaborazione».

PARR: «Per me è stato semplicissimo: ho giocato per analogia, scegliendo gli scatti del mio archivio che potessero dialogare bene».
Nell’overdose di immagini, che spazio resta alla fotografia d’autore?
CATTELAN: «Credo che ci sia sempre spazio per tutto, quello che cambia è la nostra percezione. E anche se siamo invasi da una quantità senza precedenti di immagini sui social non credo ci sia da preoccuparsi per la sopravvivenza di ciò che è di qualità. Parlavo con dei ragazzini tra i 17 e i vent’anni qualche tempo fa e ho scoperto che in molti hanno deciso di abbandonare Facebook e Instagram. Può darsi che ci attenda un ritorno all’analogico, e dopo aver avuto la dimostrazione di quanto può essere pericoloso (politicamente parlando) essere ultraconnessi, mi sembra la reazione più ovvia, anche se le generazioni più vecchie, come la nostra, tardano a capirlo».
PARR: «Non era mai accaduto che così tante persone si interessassero alla fotografia. È una buona notizia: si tratta dell’arte più diffusa del mondo. Non è per niente morta, altro che… Oggi non c’è persona che non usi una camera: dal cellulare a quelle professionali. È un utilizzo che unisce tutti noi che siamo al mondo: non riesco a vederci nulla di male».
Quale è l’immagine che volete realizzare che non avete ancora fatto?
CATTELAN: «Non esiste! Se qualcosa è immaginabile, allora è anche fotografabile».
PARR: «La prossima, che sicuramente sarà la migliore. Ho l’ambizione ogni volta di superare quello che ho già fatto. Ci provo, almeno. E ci proverò sempre».
Che cos’è che non si dovrebbe fotografare?
CATTELAN: «Non amo i tabù e i divieti, sono figli della cultura in cui vivi, e cambiano appena passi un confine, o attraversi un oceano. Credo che sia uno dei compiti dell’arte di non curarsi dei doveri e dei divieti, e anzi di superarli».
PARR: «Più che qualcosa che non si deve fotografare, c’è qualcosa che non fotograferei mai io: sono le immagini di guerra. Non riuscirei a fare foto di gente che muore. Non ce la faccio proprio. Posso apprezzare anche alcuni grandi colleghi che lo fanno, ma non sarà mai il mio campo».
Scegliete un leader da fotografare in versione Toilet Paper + Parr per il calendario 2020. Come lo fotografereste?
CATTELAN: «Da qualche tempo a questa parte mi colpisce moltissimo il presidente cinese, Xi Jinping, che a livello di rapporto difficile con la realtà ci stia superando tutti, soprattutto perché quello che dice diventa un fatto molto più velocemente che in un set fotografico. Donald Trump sarebbe veramente troppo facile: basterebbe lui col suo capello arancione, senza trucco e senza inganno, proprio come nelle foto di Martin».
PARR: «E infatti non posso che dire Donald Trump. Ha le qualità giuste perché io lo fotografi».