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«Sono felice. Era tanto che non potevo dirlo: e cos’è che mi dà questo intimo, preciso senso di gioia, di leggerezza? Niente. O quasi». Come descrivere meglio l’essenza del viaggio? Così parlò Pier Paolo Pasolini in La lunga strada di sabbia, racconto di un viaggio in Italia nel 1959. Oggi è diverso, certo, eppure è lo stesso. Il viaggio è essere lontani dal mondo e al tempo stesso vicini: iperconnessi per forza, sconnessi per scelta.
Paolo Cognetti, 40 anni, arriva col cane, grosso e molto buono. Domani partirà per il Giappone perché il suo romanzo Le otto montagne, con cui ha vinto il premio Strega nel 2017, già tradotto in trentanove lingue, arriverà alla quarantesima. Ha appena pubblicato Senza mai arrivare in cima che racconta il suo viaggio in Himalaya. Vasco Brondi, 34, sveglio da poco, ha davanti a sé una tazza di caffè. Ma non è qui: la connessione è virtuale, si trova a Firenze dove ha appena finito un concerto. Ha pubblicato da poco, anche lui, un libro e naturalmente un disco, entrambi intitolati Le luci della centrale elettrica — Dieci anni di musica tra la via Emilia e la via Lattea, con cui ha deciso di porre fine al progetto che portava questo nome suggestivo legato a una fabbrica di Ferrara che i ragazzi andavano a guardare: un Moloch industriale che in provincia era meraviglia. Lo scrittore e il musicista. Come vi siete conosciuti?
PAOLO COGNETTI: «Ci seguivamo a vicenda da tempo ma di persona è successo da poco, a Ferrara, la città di Vasco. Per me lui è stato la nostalgia della città che mi portavo su in baita quando le sere non finivano mai. Mettevo i suoi primi dischi che erano molto punk e mi ricordavano le periferie milanesi: i centri sociali, le fabbriche abbandonate che sono i luoghi in cui sono cresciuto. Sparavo a tutto volume Canzoni da spiaggia deturpata in una baita a 2000 metri e mi sentivo in un altro posto».
VASCO BRONDI: «Io ho conosciuto Paolo attraverso il suo primo libro, Manuale per ragazze di successo. Da lì in poi li ho letti tutti. Il ragazzo selvaticomi aveva colpito e commosso. Ho percepito quanto avesse potuto essere liberatorio scriverlo e amavo la sensazione di non detto che c’era. Mi ha fatto capire quanto sia importante il crollo delle illusioni anche quando è dolorosissimo. La mia canzone Nel profondo Veneto
è un po’ quella cosa lì: una persona costretta dalle circostanze a ritornare al paese da cui era fuggita per andare in città. Ritorna sconfitta e contenta. E mi piace anche come Paolo parla della montagna come se fosse una periferia più allargata».
Anche lei parla spesso di periferia.
BRONDI: «Sì, è un percorso che ho ritrovato a mia volta. C’è questa raccolta appena uscita che si chiama Tra la via Emilia e la via Lattea che racchiude e conclude ciò che è stato Le luci della centrale elettrica dal 2008 al 2018: un tragitto che parte da una piccola città di provincia come Ferrara, poi l’orizzonte si amplia, diventa l’Italia, il mondo, un piccolo bar nella galassia finché poi non ritorni al bar sotto casa tra una fuga e l’altra. Così, quando ho incontrato Paolo, per la legge dell’attrazione ho sentito subito una connessione con lui» .
COGNETTI: « Io nel mio seguirti da lontano avevo amato il tuo libro Anime galleggianti, che racconta la discesa del canale fino al delta del Po. Più o meno contemporaneamente avevo letto Morimondo di Paolo Rumiz in cui lui scende tutto il Po sul barcone. Credo che sentiamo entrambi l’importanza dell’esplorazione. Ricordo che Vasco una volta mi ha detto: "A me piace sentirmi spaesato, fuori luogo, perché è il momento in cui si imparano delle cose nuove". Io questo lo sento molto importante anche rispetto alla scrittura: spesso mi sembra di stare in una stanza circondata da specchi e il più delle volte diventa soffocante, ho bisogno di scappare. Scappare anche da questa prigione dell’ego che è quella in cui spesso noi scrittori ci rinchiudiamo. Il brutto dell’essere un autore molto seguito è che finisci per parlare sempre tu, e sono molto rare invece le occasioni in cui sei in ascolto. È molto più bello essere quello che impara piuttosto che quello che spiega».
In questa conversazione ognuno di voi si trova in entrambi i ruoli.
BRONDI: «Infatti è molto bello per me ascoltare Paolo. È una riflessione che stavo facendo in questi giorni dopo le presentazioni del libro in diverse città e decine di interviste. Credo che dopo una cosa simile sia necessario fare l’esercizio contrario: altrimenti uno comincia a dare un po’ troppo risalto alle cose che pensa. E poi quando sei in questo tipo di tour è impossibile essere timidi, essere schivi perché si dà l’impressione di tirarsela, di avere qualcosa da nascondere. Con difficoltà, allora, cerco di togliere di mezzo il mio ego cambiando le coordinate».
COGNETTI: «Per questo ti sei messo a fare yoga?» .
BRONDI: «È una cosa che non riesco a razionalizzare ma di sicuro ho iniziato perché è l’opposto di quello che faccio abitualmente: nei ritiri per esempio si sta zitti per una settimana, che è la cosa più bella del mondo. Ed è incredibile come si possa stabilire un legame forte con le persone senza dirsi neanche "ciao"».
Una ricerca mistica?
BRONDI: «No, al contrario: è la cosa più terra terra che ti possa capitare. Amo anche la parte più fisica dello yoga, quella delle "asana" (posizioni, ndr) perché è l’opposto dello stare seduto con una chitarra in mano. Il corpo diventa un mezzo per conoscerti meglio. Adesso sto leggendo Il silenzio è cosa viva di Chandra Livia Candiani, una poetessa che è anche insegnante di meditazione».
COGNETTI: «L’ho finito la settimana scorsa! Io di solito non leggo cose così, ma mi ha molto colpito l’idea di questo legame tra poesia e meditazione, il fatto che la poesia possa essere una via per arrivare a una comprensione diversa».
Un po’ come i koan zen, quei paradossi che possono far scaturire la scintilla che porta all’illuminazione.
COGNETTI: «Sì, vengono dati dal maestro all’allievo per far saltare la connessione logico/razionale e innescare un processo di altro tipo, intuitivo, che per me coincide con il talento del poeta. Quel libro contiene pagine preziose».
Il bisogno di silenzio di cui parla Vasco lo trova andando in montagna o in Nepal come racconta in "Senza mai arrivare in cima"?
COGNETTI: «Sì, però Vasco ha ragione sul fatto che questa cosa non debba per forza venir vissuta in solitudine. Io mi sono stancato della solitudine, ho capito che è una dimensione in cui posso stare per un po’ ma poi devo uscirne».
Infatti in Nepal ci è andato con degli amici.
COGNETTI: «Sì. Anni fa la mia scelta forse sarebbe stata diversa. Adesso non ho mai pensato di fare questo viaggio da solo. C’è un libricino del 1933 di James Hilton che si intitola Orizzonte perduto, in cui un gruppetto di occidentali in India viene rapito e condotto in una strana valle himalayana dove abitano dei saggi provenienti da tutto il mondo per custodire ciò che di buono l’uomo ha prodotto. Tiziano Terzani lo regalava ai suoi amici più cari come una sorta di messaggio segreto, di biglietto d’auguri, come un invito: "Costruiamo anche noi la nostra Shangri-La"».
Però poi c’è anche il momento in cui con la gente vi ritrovate, e anche quella è una parte importante. Soprattutto per Vasco, che nel momento del concerto si trova a catalizzare l’attenzione di migliaia di persone.
BRONDI: «I concerti sono ormai l’unica forma di sostentamento per un musicista, e non è un caso: quell’emozione che si prova non è riproducibile in un disco o in video, è un’esperienza unica. Per questo sto cercando di fare in modo che il concerto sia sempre più qualcosa di simile a un vero e proprio incontro, e questo tour che è il tour d’addio per Le luci della centrale elettrica cerca di esasperare questo concetto. È come se il palco fosse una casa dove non solo faccio tutte le canzoni di questi anni ma mi prendo degli spazi solo chitarra e voce in cui leggo delle cose: l’altro giorno le poesie di Roberto Bolaño sono diventate un po’ il filo conduttore tra i pezzi. Insomma, cerco di stabilire un contatto per far sì che i concerti non siano mai una replica».
Credo che questa attenzione verso il pubblico sia fondamentale. In un’intervista a Zerocalcare per la sua mostra al Maxxi di Roma abbiamo parlato di quanto sia importante, per un artista e uno scrittore, esporsi, prendere posizione. E lui ha rivelato di aver messo in rilievo nella mostra, appositamente, tutta la parte più politica del suo lavoro: perché oggi chi ha un pensiero che non è vicino a quello dominante ha il dovere di creare immaginario, una contronarrazione. Voi che ne pensate?
COGNETTI: «Sento un grande bisogno da parte dei ragazzi di avere modelli diversi. Sto ricevendo un grande affetto che, mi rendo conto, va un po’ al di là delle cose che scrivo. Questo da una parte mi spaventa, perché sento che i vecchi maestri non ci sono più o non vengono considerati attendibili e c’è bisogno di maestri nuovi: ma non so se voglio farlo io, perché mi sembra un compito troppo grande e mi sento inadeguato. Però la richiesta arriva fortissima: "Dicci che cosa possiamo fare". Mi verrebbe da dire: "Ma io che ne so?". Però se sei un artista, uno scrittore, forse è vero che hai il dovere di elaborarla una risposta».
E quale può essere?
COGNETTI: «In questo periodo pieno di aggressività, di rabbia, di rancore, di competitività, in cui i modelli che abbiamo si urlano più o meno tutti addosso, sto parlando molto di gentilezza, di calma, di tolleranza».
BRONDI:
«Condivido quello che dice Zerocalcare, e credo che a un certo punto non sia nemmeno una scelta, credo che uno faccia quello che è inevitabile, quello che sa fare. E condivido ovviamente anche quello che dice Paolo. Pasolini diceva che gli Anni 60 risentivano del fascismo più del fascismo stesso, anche se era finito perché gli uomini del fascismo erano ancora ovunque nelle istituzioni. Parafrasando Pasolini si potrebbe dire che il tempo attuale risente del Berlusconismo più del Berlusconismo stesso. De André diceva: "Io non volevo occuparmi di politica ma a un certo punto mi sono reso conto che gli artisti potevano essere degli anticorpi". Per esserlo forse si possono condividere le esperienze che uno fa, i libri che legge. Questo è il motivo per cui nel libro de Le luci della centrale elettrica ho messo tutte le liste di quello che leggevo mentre preparavo un determinato disco. Io per esempio sono arrivato a Vladmir Majakowskij perché l’ho trovato in Pentothal di Andrea Pazienza».
Diceva Lou Reed: il rock può salvarti la vita. Può farlo la cultura?
BRONDI: «Il rock è cultura e la cultura genera calma e forza mentre la rabbia, lo sappiamo tutti nella nostra stessa esperienza, è espressione della fragilità, della debolezza. La rabbia è paura. Questo fuoco si spegne con l’acqua. Bisogna essere acqua, non altro fuoco, anche con chi la pensa in maniera radicalmente diversa da noi. Io vivo in provincia e sono sicuro che molte delle persone che votano Lega non sono riassumibili in quel voto: penso che sarebbero le prime a salvare un essere umano se si trovassero in una certa situazione. Bisogna stabilire contatti, non mettere barriere».
Tutti e due avete scritto un libro che chiude un ciclo della vostra vita. Come mai siete arrivati a questa esigenza? E da qui in poi, che cosa succederà?
COGNETTI: «In questo periodo della mia vita sento un grande bisogno di trasformazione interiore e di mettermi in cerca. Anche di una forma narrativa, di una scrittura. Con Le otto montagne ho raggiunto il successo dopo quindici anni in cui scrivevo. A quel punto mi sono sentito alla fine di un percorso e mi sono chiesto: "Che cosa devo fare?". Continuare a scrivere romanzi di montagna sulla scia di quel successo? In questo momento mi interessa di più scrivere di viaggi, di realtà, di mondo».
BRONDI: «Questo lavoro ti obbliga a evolverti, ma non è che io abbia intenzione di tirare fuori chissà quale fuoco di artificio. Quello che succcederà dopo Le luci sarà il frutto dei cambiamenti, delle evoluzioni di questi anni. Quello che voglio esprimere, in una parola sola, è la mia libertà di essere quello che sono».
Ma cos’è il viaggio per voi, e qual è il libro di viaggio che più avete amato?
COGNETTI: «Per me è lentezza e quindi va fatto a piedi, rigorosamente. Di libri devo citarne due: Le vie dei canti di Bruce Chatwin e In Asia di Tiziano Terzani, di cui da poco ho letto quasi tutta l’opera. L’Asia è un orizzonte che mi interessa molto».
BRONDI: «Il viaggio è strappare qualcosa dalla realtà. Uno che ci riesce in maniera superba è Pasolini: il suo La lunga strada di sabbia è un capolavoro. Racconta il suo viaggio in Italia negli Anni 60 su una 600. E meglio di qualsiasi reportage».