la Repubblica, 9 dicembre 2018
River-Boca al Bernabeu è un premio per i violenti
Premessa: non sono spagnolo né madrileno, non tifo per il Boca Juniors né per il River Plate. E spero di sbagliarmi, ma certe cose è troppo facile dirle dopo. Come molti sapranno, il ritorno del Superclasico si doveva giocare il 24 novembre nel Monumental, lo stadio del River. L’andata, alla Bombonera, era finita 2-2. In Argentina le trasferte sono vietate per fondati motivi di ordine pubblico. Questo significa che negli stadi c’è un tifo monocolore, e già non pare un manifesto di sana convivenza. Per il Superclasico il presidente argentino Mauricio Macri, che dal 1995 al 2007 era stato presidente del Boca, aveva cercato di annullare il divieto, ma nessuno dei due stadi era preparato all’allestimento di un settore ospiti, in tempi brevi. Cosa succede il 24 novembre? Che fuori dallo stadio il pullman che trasporta i giocatori del Boca viene assalito dai tifosi del River. Qui emergono i molti errori dell’organizzazione: scarsissima presenza della polizia, e per questo dovrà dimettersi un ministro (a volte, altrove, succede), scelta sbagliata del percorso, che fa finire il pullman in bocca agli ultrà, che a sassate sfondano parecchi vetri. Le schegge feriscono due giocatori, Perez e Lamardo. Altri giocatori, tra cui Tevez, arrivano negli spogliatoi boccheggiando per i gas lacrimogeni usati tardivamente dalla polizia. Un allegrone propone di giocare il giorno dopo. Respinto con perdite.
A questo punto comincia a muoversi la politica sportiva, un occhio all’immagine e uno ai quattrini. Conmebol (Confederación sudamericana de fútbol) e Fifa premono perché si giochi. Ovunque, purché si giochi. Il Qatar mette sul piatto 14 milioni di euro per le due squadre, accollandosi tutte le spese della trasferta. Anche Rio, Asunción, Genova (va bene la storia, ma era il caso?), Miami si dichiarano disposte a ospitare il Superclasico, pur sapendo che è una patatona bollente. Il presidente del Boca chiede lo 0-3 a tavolino. Respinto. Sanzioni per il River: due turni di campionato a porte chiuse e 400mila dollari di multa. Il presidente del River dice che è un’ingiustizia non giocare al Monumental. Si gioca stasera al Bernabeu, tutto esaurito, per i tifosi che arrivano da Buenos Aires solo 10mila biglietti da spartirsi. Altri verranno dalla Spagna, dove la colonia argentina è piuttosto numerosa. Il parere di Tevez: «Quelli della Conmebol sono tre pazzi dietro a una scrivania. Ho sempre pensato di essere un asino, ma evidentemente c’è di peggio».
Le Barras Bravas, i tifosi più scatenati di entrambi i colori, saranno (in)degnamente rappresentate. Gente che non va tanto per il sottile. Ruggeri, stopper campione del mondo, ricorda: «Quando passai dal Boca al River i tifosi diedero fuoco alla mia casa, e dentro c’erano i miei genitori che rischiarono di morire. Chiesi un incontro col capo della Barra Brava e gli dissi che non avrei sopportato altro, e lui capì. Ma il problema resta: molti giocatori hanno paura, la loro famiglia è minacciata». Ha un senso questo Superclasico a 10mila km da Buenos Aires? Secondo me, no. È la dimostrazione che alla violenza si offrono altre possibilità di sfogo e in un certo modo la si premia. Secondo me era meglio non giocare questa partita, né a Madrid né altrove.
Coppa al Boca e un’altra volta i tifosi del River ci avrebbero pensato, forse, prima di darsi alla guerriglia urbana. Nemmeno gli altri sono santi: nel 2015, era un quarto di finale, i tifosi tagliarono la rete metallica sopra il tunnel che portava agli spogliatoi e lanciarono gas urticante sui giocatori del River: sei ustionati, vittoria a tavolino al River e 4 gare a porte chiuse per il Boca. Nel giugno ’68, al Monumental, calca e panico alle uscite: 71 morti e 150 feriti. Inchiesta. Nessun colpevole.
Nell’attesa del primo atto del Superclasico, anche quest’anno è stato evocato Soriano. Che, per dirla con i nostri nonni, è come un abito grigio: fa fine e non impegna. In realtà Soriano impegna e non è grigio, ma non allontaniamoci da Madrid, anzi sì, Abitassi a Madrid, oggi andrei a trovare dei parenti in campagna: un po’ di jamón de bellota, una tortilla paesana, un salsicciotto piccantino, una bottiglia di Muga o di Contino (Rioja) e via andare, magari davanti alla tv ma lontano da Madrid. Una città blindata da 5mila poliziotti, 900 solo tra aeroporti e stazioni ferroviarie.
Il River è gemellato con la terza squadra di Madrid, il Rayo Vallecano. Un rischio in più. Ma il rischio più grande sta in una domanda: abituati per cattiva condotta a stadi dove non esistono i tifosi avversari, come decideranno di comportarsi le due tifoserie più estreme, per una volta nello stesso stadio? Saranno placate oppure esaltate dall’eccezionalità della situazione? Intanto, il parere di Gabriel Batistuta: «È solo una grande vergogna per l’Argentina». E se lo dice lui che è argentino, concordo.