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 2018  dicembre 09 Domenica calendario

Il ritorno in passerella di Dolce e Gabbana

«Io mi concentro sul presente, affronto i giorni uno alla volta. Ce ne saranno sempre di buoni e di cattivi, ma a 60 anni ho imparato che anche il giorno peggiore ha qualcosa da insegnarti, rendendoti più forte. E io me ne sono fatti di muscoli ultimamente». È chiaro quale sia il “giorno peggiore” cui si riferisce un sorridente (finalmente, visto che ha ammesso di aver pianto sin troppo nei giorni passati) Domenico Dolce, nonostante non nomini direttamente le ormai arcinote vicende di Shangai il 21 novembre scorso – lo spot giudicato politicamente scorretto, i litigi su Instagram, la precipitosa cancellazione dello show in programma, il video di scuse. – Di sicuro per lui e Stefano Gabbana questo è stato un periodo complesso, ma visto che il sistema moda non conosce soste, eccoli neanche tre settimane dopo con la consueta maratona di tre giorni dedicata alla loro produzione più “estrema": l’Alta Gioielleria, l’Alta Moda da donna e l’Alta Sartoria da uomo. Tutti pezzi unici, il meglio in termini di produzione, lavorazione, materiali e decori che i loro laboratori hanno da offrire. Creazioni che superano le centinaia di migliaia di euro, e che vengono prenotati dai clienti in tempo reale via whatsapp in una surreale chat comune, con la regola del “primo arrivato primo servito”.
Messa da parte la cronaca, i due dunque ripartono letteralmente da Milano: le collezioni sono infatti dedicate alla città, al suo fiorire nel Rinascimento per mano degli Sforza. Una precisazione però la fanno: non si tratta di una reazione nazionalistica ai recenti accadimenti. Lavori del genere richiedono mesi. «Non puoi certo improvvisare», ragiona Gabbana, «Noi abbiamo usato libri, musei, film, pure le serie televisive. Prima fai ricerca, e poi da lì crei la collezione. Anche perché altrimenti non sapresti nemmeno da dove cominciare». I riferimenti a quell’epoca dorata e ai talenti che l’hanno resa tale li si ritrova più o meno chiaramente negli oltre 200 look presentati a Palazzo Litta, di cui il marchio sovvenzionerà il restauro del pavimento nella Sala degli Specchi. In passerella si vedono così le opere di Leonardo, di Botticelli, del Ghirlandaio e di Piero della Francesca, ma ri-progettati in 3D per adattarsi al taglio degli abiti e poi riprodotti con i ricami a piccolo punto, quelli a punto pittura, gli intarsi di pelliccia e le paillettes. Ci sono i fregi dei palazzi nobiliari trasformati in decoro, le tappezzerie e gli stucchi invecchiati ad arte, le marsine grondanti ricami, gli abiti di tulle plissettato che tintinnano di cristalli degli anni Quaranta – «sono l’unica cosa non realizzata in Italia ma in Francia, da Lesage», spiega Gabbana, – le cascate di perle, le gorgiere e le maniche, che paiono dotate di vita propria tanto sono grandi. Oltre alla nobiltà quattrocentesca, a Milano va in passerella anche l’eleganza misurata della borghesia degli anni Sessanta. Con il suo modo di essere, diventato metafora della città, rimaneggiato secondo la visione più esplosiva dei due.
La collezione è obiettivamente una gioia per gli occhi, e paiono entusiasti gli invitati arrivati da tutto il mondo. Cina a parte, per ovvie ragioni: hanno tutti dato forfait, tranne una sola, inarrestabile sostenitrice. Il fatto poi che in concomitanza con l’evento sia stato inaugurato in corso Venezia il nuovo, sontuoso quartier generale dedicato a questa produzione fa capire quanto il brand conti su questa piccola, ma ambitissima nicchia di mercato. Non sarà la quiete dopo la tempesta, ma di sicuro le cose, da qui, paiono un po’ più calme.