La Stampa, 9 dicembre 2018
La sfida dei nuovi diritti
I 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sono un punto di arrivo e di partenza: di arrivo per riflettere quanto la protezione dei singoli ha segnato la crescita delle democrazie dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale e di partenza per comprendere quanto sia oggi necessario rilanciare quella sfida per proteggere nuove tipologie di diritti.
Come scrive il giurista di Harvard Alan Dershowitz nel suo «Rights from Wrongs», nella storia dell’umanità «i grandi diritti si originano dai grandi errori» perché ne costituiscono la reazione per evitare che si ripetano. Proprio come avvenne il 10 dicembre del 1948 con la Dichiarazione Universale creando una nuova tipologia di protezione degli esseri umani dai «crimini contro l’umanità» commessi dai totalitarismi con modalità di orrore senza precedenti. L’emanazione di quel testo non è stata di per sé sufficiente a scongiurare stragi ed eccidi ma ha creato uno standard più alto e poderoso di rispetto dell’uomo con cui tutti devono fare i conti. Ci troviamo ora davanti alla necessità di creare simili standard per i nuovi diritti al fine di estendere la protezione degli individui a situazioni che non erano neanche ipotizzabili nel secolo scorso.
È un’esigenza divenuta impellente soprattutto in due ambiti: le diseguaglianze economiche e la realtà digitale.
Sul fronte delle diseguaglianze la necessità di nuovi diritti investe la vita economica perché le protezioni dello Stato sociale frutto della reazione alla rivoluzione industriale non bastano più davanti alle profonde trasformazioni che stiamo attraversando. Come alla fine dell’Ottocento lo sviluppo delle fabbriche e l’avvento dell’elettricità portarono alla necessità di proteggere i lavoratori delle industrie, ponendo le premesse per un Welfare State finalizzato a tutelare le famiglie - con tipologie diverse fra Stato e Stato - così ora la globalizzazione e le nuove tecnologie impongono di formulare nuove protezioni sociali. Si tratta di riqualificare chi perde il posto di lavoro a causa dell’avvento dell’hi-tech, di rispondere al disagio chi non ha redditi a sufficienza pur non essendo povero, di migliorare l’istruzione dei singoli per consentirgli di fronteggiare la competizione con i robot, di garantire la vita dei cittadini ben oltre la terza età perché la vita durerà presto in media cento anni imponendo forme di assistenza assai più lunghe e sofisticate. Si tratta, in sintesi, di ridefinire i diritti economici e sociali degli individui per adattarli alle esigenze del XXI secolo.
Una situazione simile si registra sul fronte della realtà digitale ovvero il trasferimento delle attività umane in uno spazio che nel secolo scorso semplicemente non esisteva. L’avvento di Internet, delle comunicazioni online, della realtà virtuale e dell’intelligenza artificiale ha determinato il trasferimento sul web della maggioranza delle attività della popolazione del Pianeta, ponendo l’urgenza di estendere a tale ambito le protezioni dei diritti che garantiscono gli individui nella vita quotidiana. È una sfida epocale che parte dalla tutela della privacy, dell’identità personale e della proprietà intellettuale per articolarsi in campi inesplorati come le transazioni digitali di beni e servizi senza passare per leggi, confini nazionali e Trattati internazionali. Si tratta di elaborare, declinare e tutelare tutti i protagonisti di tali transazioni.
Tanto i nuovi diritti economici-sociali che digitali sono impellenti perché è la loro assenza, non solo giuridica ma anche teorica, che spinge un crescente numero di individui nelle democrazie avanzate a forme di protesta collettiva ed aggressività personale che mettono a rischio le regole basilari della convivenza. Da qui l’urgenza, non solo per accademici e legislatori ma per ognuno di noi, di dedicare più tempo allo studio delle trasformazioni in atto per contribuire ad elaborare le risposte più efficienti al fine di aggiornare il corpo dei diritti degli individui.
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