Il Sole 24 Ore, 9 dicembre 2018
The Clock, la notte delle lancette
Alle 2:15 del mattino il Titanic sta affondando, l’acqua invade il ponte. Disperazione, panico: tempo per salvarsi, poco. Alle 2:41, inseguito da un uomo, Tom Cruise (anzi, Bill Harford), rincasa nel buio. I due si ora guardano, è un attimo, lunghissimo: Eyes Wide Shut. Il minaccioso piano di Ligeti sottolinea la tensione: inquietudine, cupezza. Sono le 3:26 quando petali scarlatti cascano sul volto trasognato di Lester Burnham (anzi, Kevin Spacey) mentre immagina – e così dilata il tempo, della notte e della sua vita – Angela (Mena Suvari) nuda e sorridente. Sensualità. Alle 3:53 appare Hitchcock (lui e il suo personaggio coincidono) e dice che ogni tanto i registi «sono costretti ad ucciderlo», il tempo. Alle 4:00 Amélie Poulenc (Audrey Taotou), nella sua stanza, trova la pace del sonno. Un maialino portalampada, in giacca da camera, spegne il paralume che regge. È il tempo sospeso, dell’amore, dell’attesa, della sorpresa che ci attende.
Man mano che si va avanti nella notte suonano sveglie, squillano telefoni a ruota, sigarette si consumano e si spengono in posacenere di ogni foggia. Inseguimenti, sparatorie, sesso, sogni, risvegli, urla, sospiri, pioggia, neon, luna. Tutto segnato dalla più inesorabile delle certezze: tempus fugit. E le lancette, gli orologi, tradizionali e digitali, che non finiamo mai di vedere; anzi, sono praticamente sempre nell’inquadratura, lo certificano in maniera crudele. Per essere un memento mori (e cosa altro è un orologio, in fondo?), è uno dei più belli che si possano vedere. Le scene si susseguono a ritmo serrato: il suono, davvero “colonna” sonora, le sorregge e le unisce, e fluidifica lo scorrere di immagini che non sono mai incongrue. Mantengono, pur nel vertiginoso giro di frame, una consistente persistenza: sono narrazione, a tutti gli effetti, e non giustapposizione, di cui possiamo scorgere effetti ed emozioni. E no, non percepiamo, rotture, distacchi, frammentazioni; al contrario, un’analogia ne produce un’altra, le similitudini si rincorrono; l’effetto è magnetismo. Puro. Non si può non avere l’ipnosi da «The Clock», una delle opere d’arte più geniali, riuscite e stupefacenti degli ultimi anni, firmata da Christian Marclay (2010) e attualmente in mostra alla Tate Modern di Londra. Sono 12mila frammenti cinematografici, raccolti in 5 anni con un lavoro di squadra instancabile e regia perfetta: il risultato è un capolavoro assolutamente contemporaneo, che remixa frattaglie del nostro immaginario collettivo, così segnato dal cinema, e produce un film, dotato di un suo indiscutibile “storytelling”, che dura esattamente 24 ore. La cosa pazzesca, incredibile già a pensarci, e che, a vederla realizzata, lascia letteralmente senza parole, è che per ogni minuto delle 24 ore Marclay ha trovato, e montato virtuosisticamente, un fotogramma nel quale un orologio è inquadrato (anche solo di sguincio) o un orario dichiarato verbalmente; e coincide con l’ora reale. Cioè «The Clock» è un filmato, è un’opera di video-arte, ma è, anche, un orologio vero e proprio e, di più, ve lo dichiara a ogni minuto, vi costringe a farci attenzione.
L’opera mi aveva catturato a Venezia, Biennale del 2011 (fu Leone d’Oro): rapimento ed estasi. Entrato nella sala, allestita sempre nello stesso modo (file di divani Ikea da tre posti), non riuscii ad uscirne: addio Biennale, e benvenuto «The Clock»; mattina fatale. L’ho inseguita per anni, una successiva visione. Esistono 6 copie dell’opera, che, all’inizio, fu commissionata all’artista dalle gallerie White Cube di Londra e Paula Cooper di New York che finanziarono il progetto: quando la proietta uno dei musei ora proprietari, non la si può vedere da altre parti.
L’eccezionalità, poi, sta nel fatto che i musei, che sono chiusi la notte, quando programmano «The Clock» prevedono delle maratone notturne. Alla Tate, da settembre (fino al 20 gennaio 2019; poi va a Melbourne), ci sono state tre possibilità: l’ultima nella notte tra sabato 1 e domenica 2 dicembre scorso. La fila, alle 19, era di più di un’ora. Pubblico di tutte le età, paziente, divertito, eccitato. Molti, come me, dovevano cercare di “completare” quanto più possibile la visione; altri erano veterani (e c’era chi faceva la sua terza notte), altri neofiti. Uno entra uno esce: tutti i posti occupati e dentro non si beve e non si mangia. Se ti addormenti (normale, coccolato dal buio e dal divano), un membro dello staff ti sveglia: «se vuoi dormire, è ok» ti dice, «ma esci, lascia il posto a qualcuno della fila là fuori». Dalle 2 in poi il pubblico è più giovane, magari ha un po’ bevuto. Ma ci mette poco, anche lo spettatore più ribelle, a restare soggiogato. Il film scorre e ciascuno lo vive a suo modo; fuori piove: in nessun momento della notte ci saranno posti vuoti. Curiosamente, ce ne sono di più in un giorno normale e a ore “normali”; ebbene sì, si è già capito: sono tornato – dopo aver fatto dalle 21 alle 6 del mattino – anche il giorno dopo.
È che, alla fine, «The Clock» non è una roba per cinefili, per quanto il gioco di riconoscere i film che passano sia eccitante, e non è una questione di “storytelling”. Non è nemmeno la strana sensazione che, per quanto tu sappia esattamente da quanto tempo stai guardando il film, perdi lo stesso la cognizione. Questa strana mistura di azione, citazioni, riconoscimenti, mistero e narrazione è sghemba e imprevedibile, sconclusionata e coerente, proprio come la nostra vita. Se viene fuori un messaggio certo – ma lo capiamo non durante il film, ma quasi sempre dopo, ché ci si rimugina parecchio, su questo “orologio” installazione artistica – è che questa forma conclusa (24 ore) simula davvero l’esistenza: gioie, dolori, tedio, enigma, sorpresa. Paura, amore, riso e, quindi, morte. Quando devo lasciare la sala sono le 16:57 e Ben Affleck e Samuel L. Jackson stanno discutendo animatamente. «Pensi che io voglia i soldi?» ringhia l’uno all’altro. «No, amico. Quello che voglio è il mio tempo. Puoi ridarmi indietro il mio tempo?». È la domanda capitale, che facciamo a Dio, a noi stessi e all’universo, e sappiamo tutti la risposta. Nessun orologio, per quanto poetico, torna indietro: solo l’arte, la grande arte, può sospendere il tempo, portarci avanti, indietro, e farci capire meglio quello che stiamo vivendo. L’arte è il più formidabile orologio che l’uomo ha inventato: ed è regolata sui tempi dell’eterno. È un memento mori, certo, ma è anche un incentivo a ricordarsi di vivere. Le lancette di «The Clock» lo ribadiscono a ogni minuto. Forse per questo non ci stanchiamo di guardarle, ancora e ancora. Tic tac, tic tac, tic tac la vita...