Corriere della Sera, 9 dicembre 2018
I due Bush, eredità a confronto
Dopo la sua morte, George H. W. Bush, presidente degli Stati Uniti per un solo mandato dal 1989 al 1993, è stato solennemente ricordato con cerimonie nazionali a cui hanno partecipato i suoi predecessori (fra cui il figlio George W. che occupò la Casa Bianca con due mandati dal 2001 al 2008). Credo che molti esponenti della vita politica americana volessero approfittare dell’occasione per contrapporre allo stile discutibile e spesso litigioso di Donald Trump quello di un uomo che aveva fatto del «bipartisanship» (la continua ricerca di posizioni comuni ai due grandi partiti del Paese) la principale regola della sua presidenza. Le intenzioni erano lodevoli, ma forse sarebbe stato giusto ricordare contemporaneamente che l’eredità politica del vecchio Bush è stata molto spesso tradita dai suoi successori e, in particolare, dal figlio George. Fu tradita anzitutto in Medio Oriente. Quando l’Iraq di Saddam Hussein invase il Kuwait nell’agosto del 1990, Bush Sr., sollecitato da Margaret Thatcher, decise di intervenire militarmente per restituire all’emirato la sua indipendenza. Ma non si mosse prima di avere formato una coalizione che comprendeva i maggiori Paesi arabi e di avere esercitato pressioni su Israele per evitare che fornisse a Saddam, reagendo alle sue numerose provocazioni, il pretesto per mettersi alla guida di una coalizione anti-israeliana. Più tardi, quando le forze americane riuscirono in pochi giorni a sgominare l’esercito iracheno, Bush Sr. interruppe le operazioni. Avrebbe potuto occupare Bagdad e rovesciare il regime, ma temeva con ragione che l’eliminazione del leader avrebbe provocato una guerra di successione irachena: un conflitto politico e religioso, molto più pericoloso, fra sunniti, sciiti e curdi, con il probabile intervento di altri Paesi della regione. Il figlio, tredici anni dopo, fece esattamente il contrario e commise l’errore, tra gli altri, di sciogliere l’esercito iracheno, con i caotici effetti di cui siamo stati testimoni negli ultimi tre decenni. In Europa il vecchio Bush dette prova di altrettanto buon senso. Temeva che una ingovernabile disintegrazione dell’Urss pregiudicasse la stabilità della intera regione. Quando incontrò Gorbaciov a Mosca, il 30 luglio 1991, gli suggerì di riformare democraticamente l’Unione. Quando andò a Kiev, il giorno dopo, sfidò i nazionalisti con un discorso alla Camera Alta in cui denunciò il «nazionalismo suicida» ed esortò gli ucraini e ricercare l’autonomia piuttosto che l’indipendenza. Nove anni dopo a Bucarest, in occasione di un vertice della Nato, il figlio George W. ha dimenticato i consigli del padre e auspicato l’adesione dell’Ucraina e della Georgia all’Alleanza Atlantica; con tutte le conseguenze di cui siamo stati testimoni negli ultimi anni. Mi è sembrato che nelle solenni onoranze al vecchio Bush vi fosse uno sgradevole profumo di ipocrisia.