la Repubblica, 3 dicembre 2018
Quando Rossini voleva diventare Shakespeare
Riccardo Bacchelli scrisse nel 1941 un piccolo libro su Gioacchino Rossini (ora ripubblicato da Castelvecchi). Amo moltissimo le biografie di Svetonio e di Plutarco: e questo libro così piacevole, così futile, così pieno di grazia, attrarrà dopo quasi ottant’anni ancora lettori divertiti ed entusiasti. Allora Bacchelli aveva cinquant’anni: era nel pieno delle sue forze: poesia, saggi, attività politica e romanzi, che ebbero, con Il Mulino del Po, un grandissimo esito. Aveva molto in comune con Rossini: la patria romagnola e marchigiana (una specie di Fellini), la famiglia povera, la bizzarria, il profondo tocco di nevrosi, che poi esplose alla fine della vita. In casa, il padre era “un suonatore di tromba” e “un ispettore di macelleria": qualcosa di volgare, di gioioso, di esoso, di ridanciano, di profondamente fatuo e buffonesco e facinoroso che cercò di comunicare al suo figliolo.
Gioacchino Rossini venne al mondo il 29 febbraio 1792; qualche anno prima di Leopardi. Fu amato dal padre e soprattutto dalla madre e, per tutta la vita, nuotò con abbondanza nella tenerezza della famiglia e degli amici. Tenerezza che diventò poi un suono strepitosissimo e sottilissimo.
Amava il possibile, la possibilità del suono; e rapidamente si educò, come se Marche e Romagna (le regioni di Leopardi che amò molto Rossini) nutrissero con abbondanza il suo talento. Amava la vita sociale: amava la vita di Bologna, come qualche anno dopo Leopardi. Gli amici lo definirono un “fervido genio": fervido fisicamente e psichicamente. Si innamorava volentieri di cantanti e di donne comuni: ma, molto spesso, veniva assalito da tratti di profonda disperazione – disperazione che verrà alla luce persino nelle opere più comiche, ma specialmente nelle grandi opere shakespeariane. Come dimostrò nell’Otello e nel Guglielmo Tell, conosceva Shakespeare almeno quanto Verdi.
Continuò ad educare il suo talento comico, proprio come aveva fatto secoli prima Shakespeare col quale si identificava volentieri. Quante volte pensò a Falstaff, ai suoi grandiosi buffoni. Non c’era tono a cui non sapesse avvicinarsi: il furibondo se scriveva l’Otello, il deliziosissimo e frivolissimo se scriveva Cenerentola – che è il testo di Rossini che io preferisco. La cambiale di matrimonio andò in scena a Venezia nel novembre 1810 con grande successo. Disprezzava (a torto) Paisiello, Cimarosa, tutta quanta la scuola napoletana: considerava Mozart come una specie di musicista per gente perbene: allargava sempre più la sua educazione musicale; così che ciò che era frivolo diventò grandiosamente comico, ciò che era semplicemente teatrale diventò meravigliosamente shakespeariano. Poi ci fu il grande anno: il 1816, quando portò in scena, in soli quindici giorni, al teatro Argentina di Roma, Il Barbiere di Siviglia (l’ottavo Barbiere della storia umana) che ebbe un’accoglienza favorevole sebbene con una prima sfortunata.
Il percorso fu trionfale: l’Italiana in Algeri, Il Conte Ory, La Donna del lago, La scala di seta, Semiramide, Tancredi, Guglielmo Tell. Rossini veniva chiamato il tedeschino, visto che trasformava musiche tedesche. Conosceva benissimo Bach, Haydn e Beethoven. «Gioacchino ha vuotato il sacco», dicevano. Ed Hegel scrisse: «Ho inteso il Barbiere di Rossini per la seconda volta e conviene che il mio gusto sia depravato assai, perché questo Figaro mi riesce di gran lunga più attraente di quello di Mozart».
Quanto a me sono oppresso dalla meraviglia: comporre un opera sul Barbiere di Siviglia e una su Otello e, per di più, una squisitissima Cenerentola, mi sembra che sia al di sopra delle forze umane. Al di sopra delle forze umane è un’espressione che vale appunto per Rossini.
Beethoven non poteva rivaleggiare con lui. Nessun Verdi aveva compreso Shakespeare come Rossini; e probabilmente nessuno possedeva la sua ricchezza di timbri. Conosceva Sofocle: ma, al tempo stesso, la frivolezza e la volgarità della commedia dell’arte.
Era giusto che uno dei primi ascoltatori di Rossini fosse Leopardi, che era marchigiano come lui e ammirò La Donna del lago. Rossini si divertì follemente: accostò il fantastico e galante Almaviva e l’estatica Rosina e fece chiasso, moltissimo chiasso, con una grazia ancora più delicata del chiasso. Non poteva rinunciare a nessuna parte della sua immensa personalità: enorme e squisita, gradassa ed elegante. Non finì la sua vita in Italia. Fu a Vienna. Andò a Parigi, a Boulevard Montmartre numero dieci, e passeggiava, come avrebbero fatto Gautier e Baudelaire. Il viaggio in treno a Parigi lo irritò e lo scosse. Si sposò (la Colbran) e si risposò (la Pélissier).
Fossero la musica, il teatro, le orchestre, i matrimoni, egli piombò in una grandiosa nevrosi. Corse voce che fosse ammattito; e cominciò a denigrarsi. «La musica – diceva – vuole freschezza di idee: io sono idrofobo. Ho esercitato troppo la fantasia e questa mia sensibilità nervosa». Ma si correggeva: «Non credo mica che quando mi prende il mal di nervi il mio intelletto si intorpidisca, o perda punto della sua lucidezza. Questo non avviene mai».
Una sera, nell’autunno del 1834, gli amici lo indussero a far musica a Porta San Gallo: romanze di Desdemona, cavate di Semiramide, nel buio del teatro – poi la crisi di singhiozzi, i baci sulle mani delle cantanti: «la potente sua fantasia – disse una cantante – si era rivolta a suo danno». Gli amici pensavano, «Rossini si è riconciliato con la musica». Parigi gli piacque moltissimo: i teatri, i concerti, la vita mondana. Ricchezza e chiasso, come nella Comédie humaine di Balzac, che in fondo gli assomiglia.
Alloggiato nelle soffitte delle opere italiane, dirigeva il teatro, che riuniva i maggiori artisti di quel periodo: Pasta, Grisi, Malibran, Péllissier. Chiamò a Parigi Mercadante, Donizetti, Bellini e rilesse I Puritani: Bellini si nasce, non si diventa. Rifiutava il falso, l’enfatico, il macchinoso, che offendevano il suo gusto. A Parigi passeggiava sorridente e mordace sul Boulevard des Italiens. Con Rothschild andò a Francoforte, dove conobbe Mendelssohn e approfondì la conoscenza di Bach.Aveva simpatia per Dumas. Temeva di aver rotto, con le vibrazioni del suo fucile, «certi vetri finissimi di Venezia». Continuò a stringere amicizie e relazioni con sovrani, ex sovrani, uomini di teatro, cantanti, ex cantanti. Scrisse uno Stabat Mater per un alto prelato spagnolo.
Parlò male di Wagner. Aveva disturbi uretrali e nevrastenie. Il tempo del Barbiere di Siviglia era dimenticato. Quando gli portarono il pianoforte disse: «questo strumento non è qui per me, se ne servono quando io non ci sono e non lo sento mai. Grazie a Dio io non mi occupo più di musica». «Ve ne tornerà la voglia». «Come m’ha da tornare, se non l’ho avuta mai». Gli amici dissero che era infingardo, scettico, spregiatore di tutto e di tutti. Lo Stabat Mater ebbe un immenso successo sia a Parigi sia a Bologna. “Inflammatus et accensus”. Piangeva dirottamente con lo sguardo fisso sul ritratto della madre, “Quando corpus moriétur”.
Aveva un tremito e un sudore copiosi. Teneva molto alle sue ricchezze; e, per questo, venne furiosamente fischiato dal pubblico. Scriveva: «Nei tempi in cui viviamo, meglio vale la fama di aver ucciso un proprio genitore piuttosto che un ricco».Infine scrisse: «Che dirà la gente, che mi faccio guidare da una donna come un bambino? Che cosa venni a fare a questo mondo?».
Infine scrisse la frase meravigliosa: « Bon Dieu; J’étais né pour l’opera buffa, tu le sais bien! Peu de science, un peu de coeur, tout est là ». Il 13 novembre 1868, dopo gli atroci dolori di una cancrena, moriva nella villa di Passy, la villa di Baudelaire.