la Repubblica, 3 dicembre 2018
L’Italia con la pistola
L’Italia che ha paura. L’Italia che fa paura. L’illusione della sicurezza, generata da una pistola nel comodino e da un governo che spinge per allargare “l’ombrello” della legittima difesa. «Se entri in casa mia a rubare ti sparo, poi si vede». Ma non è così, la realtà è più complessa della brutale sintesi che il ministro dell’Interno Matteo Salvini, e la Lega tutta, ancora in questi giorni dopo il caso del gommista Fredy Pacini, ripropone al Paese. Le indagini per omicidio, quando a morire è il ladro o l’aggressore, si faranno sempre e comunque. Ed, eventualmente, anche i processi.
La politica, però, non può ignorare un dato oggettivo: il numero degli italiani a mano (legalmente) armata cresce di anno in anno. Nel 2017 le licenze sono diventate 1,4 milioni. Quelle per uso sportivo sono salite addirittura di 100mila unità in dodici mesi, arrivando a quota 584mila. Ed è in questa cifra che, al netto degli appassionati di tiro a volo, misura l’inquietudine. Pensionati e casalinghe vanno nei poligoni per imparare a sparare con pistole come la Glock calibro 9, quella con cui Luca Traini scatenò il suo personale far west a Macerata. Costa seicento euro in armeria, dodici euro una scatola con cinquanta proiettili. Ci vuole davvero poco.
L’Italia non sa nemmeno quante armi possiede. Il Viminale non vuole rendere pubblico il censimento ufficiale di pistole, fucili, doppiette, carabine, in circolazione. «È un dato troppo sensibile», ti rispondono, quando chiedi i dati. Siamo fermi alle ben poco rassicuranti stime del Censis, secondo cui nelle case di 4,5 milioni di italiani c’è almeno un’arma da fuoco. Eppure il numero assoluto dei reati diminuisce, compresi i furti (-9,5 per cento su base annua) e le rapine (-12,3 per cento).
È lo Stato che ha l’onere della sicurezza pubblica, perché è un principio cardine del patto sociale. Quando i cittadini si armano non è mai un buon segnale.