La Stampa, 3 dicembre 2018
«Qui Attila è meno flagello di Dio». Intervista a Ildar Abdrazakov
Mister Attila, I suppose. Il vocione, del resto, è inconfondibile. Eccolo qui, il protagonista del Sant’Ambrogio in diretta tivù, della prima più «prima» di tutte, l’Unno della Scala: si chiama Ildar Abdrazakov, russo, classe ’76, qui appena applaudito in Ernani, molto amato dal loggione e già soprannominato «Abracadabrazov»: in questo momento, certamente il basso più quotato al mondo. E unanimemente giudicato anche belloccio, specie con addosso il costume disegnato per lui da Gianluca Falaschi secondo l’ambientazione nel Novecento «distopico» voluta dal regista, Davide Livermore. Dunque, niente borchie e pellami «storici» tipo Diego Abatantuono in Attila, flagello di Dio di Castellano & Pipolo, ma un outfit da Dottor Zivago o da cekista, tutto pellicce e stivali e berretto con visiera: sciure e melochecche milanesi, in ogni caso, sono all’erta.
Abdrazakov, Attila è in pratica un suo vicino di casa.
«Sì, perché io sono baschiro».
Traduca.
«Vengo da Ufa, Repubblica di Baschiria, dalle parti degli Urali. Pare che i nostri antenati facessero parte di quel gruppo di popoli che, guidati appunto dagli Unni di Attila, arrivarono fino in Italia».
Dove non hanno lasciato un bel ricordo: dove passava Attila non cresceva più l’erba e via devastando.
«In questa produzione Attila è meno “flagello di Dio” di quanto siamo abituati a ricordare. Certo, è un guerriero e un tiranno. Ma ha una certa eleganza, è onesto e sa amare sinceramente».
La tesi di Livermore: il barbaro, alla fine, è molto più civile dei «civili» romani.
«Esatto. E il personaggio, con tutta la sua “barbarica” grandezza, risulta in Verdi e in questa produzione più positivo che negativo».
L’idea del regista, insomma, le piace.
«Molto. Anche se, quanto ad ambientazione, io sia più per quelle classiche, nei luoghi e nei tempi del libretto».
Il momento più difficile della parte?
«Il grande concertato che chiude il primo atto. Ho appena cantato la mia grande aria e cabaletta e mi trovo a lottare con gli altri solisti e il coro. Lì si tratta di far vedere che una voce ce l’ho».
Curiosamente, l’ultima volta l’avevamo vista, quest’estate a Salisburgo, come Mustafà dell’«Italiana in Algeri», «flagel delle donne», non di Dio. Continuerà a cantare Rossini?
«Certamente, perché con Mustafà o Basilio mi diverto troppo. E non solo Rossini, anche Mozart. Adoro Leporello».
È il suo primo Sant’Ambroeus?
«No, il terzo. Ho già fatto Iphigénie en Aulide e, come protagonista, Moïse et Pharaon».
Scusi, avevo rimosso. Emozione?
«Moltissima. Ritrovarmi qui è un sogno che diventa realtà. Sei nel teatro più famoso del mondo, nel giorno della festa della città, a fare un grande personaggio in un’opera del compositore più importante per l’Italia e per la Scala. È un rito che esiste solo qui: a parte forse l’“opening night” del Metropolitan, nel mondo non c’è nulla di simile alla prima della Scala».
Lei come la vive? Scaramanzie, riti propiziatori?
«L’unico portafortuna è la mia famiglia, moglie e due figli di uno e due anni, qui con me. L’importante è riuscire a farsi una bella dormita la sera prima. E quattro o cinque ore prima di andare in scena, un bel piatto di spaghetti».
Spaghetti, come?
«Spaghetti alla bolognese».
Vabbé, la perdoniamo. Altri appuntamenti cui tiene particolarmente?
«Il mio debutto da regista, in aprile, guarda caso proprio con Attila. A Ufa, a casa».
Alla Scala tornerà?
«Spero prestissimo».
Qualche titolo da suggerire?
«Qui vorrei cantare il Mefistofele. Mi piacerebbe farlo con Riccardo Chailly. So che alla Scala ci stanno pensando».
Sa anche che a Milano il «Boris» manca da troppo tempo?
«Sì. Vedremo».
Il miglior Attila che abbia mai ascoltato?
«Senza dubbio Samuel Ramey».
E il miglior basso in assoluto?
«Ne dico tre: Siepi, Giaiotti e Ghiaurov».
Nonostante tutta la pressione mediatica, lei sembra tranquillissimo.
«Non sembro: lo sono».